lunedì 11 maggio 2015

Nuovi titoli di J.R. Ward

Carissime consorelle...


nell'attesa che arrivi mercoledì, voglio proporvi i due nuovi testi della nostra Zietta preferita: The Bourbon Kings e Blood Kiss.
Il primo rappresenta una nuova saga che non ha nulla a che vedere coi nostri vampirozzi preferiti, anche se si presenta mooolto bene.

Il secondo, invece, come anticipato dalla Zietta nell'intervista concessa qualche tempo fa, è una serie spin off legata proprio alla saga la Confraternita del pugnale nero. 
La buona Ward aveva detto di sentire la nostalgia dei Fratelli con le loro shellan in primo piano, e di gradire un po' di paranormal romance old-school style. 
Di tutto questo, noi siamo enormemente felici e, che ve lo dico a fare, io li ho già prenotati.
C'è qualcuno a cui interesserebbe la traduzione? Se sì, commentate sotto. Intanto vi lascio le schede dei nuovi bimbi!




Titolo: The Bourbon Kings
Autore: J.R. Ward

Pagine: 400


Prezzo Kindle in prenotazione: 10,45
Prezzo Kindle: 9,99
Copertina flessibile: 11,61

data di uscita: 28 luglio 2015



Sinossi:


Per intere generazioni, la famiglia Bradford ha ricoperto il ruolo di re nella capitale mondiale del bourbon.  La ricchezza costante ha concesso loro prestigio e potere, così come una sudata divisione di classe all'interno della loro tenuta in continua espansione, Easterly. In alto, c'è una dinastia che sotto ogni aspetto rispetta le regole di buona fortuna e del buon gusto. In basso, c'è il personale che lavora instancabilmente per mantenere l'impeccabile facciata dei Bradford. E queste due non si incontreranno mai. 

Per Lizzie King, capo giardiniere di Easterly, oltrepassare quel limite le ha quasi rovinato la vita. Innamorarsi di Tulane, il figliol prodigo della dinastia del bourbon, non era previsto né voluto, e la loro amara rottura è servita solo a dimostrare che il suo istinto aveva ragione. Ora, dopo due anni di lontananza, Tulane sta finalmente tornando a casa, e sta portando con sé il passato. Nessuno ne uscirà indenne: non la bella e spietata moglie di Tulane; non suo fratello maggiore, la cui amarezza e il cattivo sangue non conoscono limiti; e soprattutto non il patriarca dei Bradford, uomo dal pugno di ferro, con poca morale e ancora meno scrupoli, e tanti terribili segreti.

Mentre le tensioni familiari, sia quelle professionali che quelle estremamente private, esplodono, Easterly e tutti i suoi abitanti si ritrovano nella morsa di una trasformazione irrevocabile a cui solo i furbi sopravvivranno.





Titolo: Blood Kiss (Black Dagger Legacy)
Autore: J.R. Ward

Pagine: 496

Prezzo Kindle: 6,99
Copertina flessibile: 7,69
Audio, CD: 56,68


data di uscita: 1 dicembre 2015




Sinossi:


Paradise, figlia diletta del primo consigliere del re, è pronta a liberarsi dalla vita restrittiva di una femmina della glymera. La sua strategia? Partecipare al programma di formazione al centro di addestramento della Confraternita del pugnale nero e imparare a combattere per se stessa, pensare per se stessa... essere se stessa. È un buon piano, fino a quando tutto va storto. La scolarizzazione è incomprensibilmente difficile, percepisce le altre reclute più come nemici che alleati, ed è molto chiaro che il Fratello in carica, Butch O'Neal, alias il Dhestroyer, sta vivendo un'esistenza problematica.

E questo prima che lei si innamori di un compagno di classe. Craeg, un comune civile, che suo padre non vorrebbe mai per lei, ma che possiede tutto quello che lei desidererebbe in un maschio. Quando un atto di violenza minaccia di fare a pezzi l'intero programma, e l'attrazione erotica tra i due cresce in maniera irresistibile, Paradise viene messa alla prova in un modo che non aveva mai paventato - e che le impone il quesito se lei sia abbastanza forte per affermare il suo potere... sul campo e fuori.


Con affetto

Christiana V

mercoledì 6 maggio 2015

Capitolo 5 di THE SHADOWS di J.R. Ward


Capitolo 5


Nella suite della clinica del centro di addestramento, Luchas, figlio di Lohstrong, giaceva supino in un letto d'ospedale con il busto e la testa sollevati sui cuscini. Il suo corpo spezzato era disteso davanti a lui, un po' come un paesaggio crivellato da bombe, cicatrici e pezzi mancanti che trasformavano ciò che in precedenza funzionava bene e in maniera appropriata in un miscuglio di doloroso, debilitante malfunzionamento.

La sua gamba sinistra era il problema più grande.

Fin da quando era stato tratto in salvo da quel barile in cui i lesser l'avevano imprigionato, lui stava vivendo un periodo di "riabilitazione."

Parola strana per quello che realmente gli stava accadendo. La definizione ufficiale, come aveva scoperto cercandola su un tablet, era ripristinare in qualcuno o qualcosa il precedente stato di normale funzionamento.

Dopo tanti mesi di ginnastica e terapia occupazionale, tuttavia, si sentiva sicuro nell'affermare che tutto quello scervellarsi mentalmente e fisicamente in piena notte non lo stava avvicinando al vecchio se stesso più di quanto non si potesse far tornare indietro il tempo. Aveva solo alcune certezze: soffriva come un cane; non riusciva ancora a camminare; e le quattro pareti di quella camera d'ospedale, che erano tutto quello che aveva visto da quando era stato imprigionato in quella immobilità soffocante. Tutto questo lo stava facendo impazzire.

Non per la prima volta, si chiese come la sua vita si fosse ridotta a questo.

Il che era stupido. Conosceva i fatti, oh, li conosceva talmente bene. La notte degli assalti, gli assassini si erano infiltrati nella casa della sua famiglia, come avevano fatto con tanti altri. Avevano massacrato il padre e la sua mahmen, e fatto lo stesso a sua sorella. Quando erano arrivati a lui, avevano deciso di risparmiargli la vita in modo da usarlo come cavia, un test per scoprire se un vampiro poteva essere trasformato in un lesser. Dopo averlo reso impotente, lo avevano chiuso in un barile e immerso nel sangue dell'Omega.

Non c'era stato alcun test, comunque. Avevano perso interesse, o lo avevano dimenticato, oppure era venuto fuori qualche altro risultato.

Impossibilitato a liberarsi, aveva sofferto in quel denso vuoto nero, ancora in vita ma a malapena vivo, in attesa che il suo destino si compisse, per un tempo che aveva percepito come un'eternità.

Non sapendo se in qualche modo fosse stato trasformato.

La sua mente, un tempo motivo di grande orgoglio per i suoi successi scolastici e le capacità, si era paralizzata come il suo corpo, contorcendosi su se stessa, quelli che una volta erano chiari percorsi di pensiero si aggrovigliavano in un incubo oscuro di paranoia e terrore.

E poi suo fratello, quello per cui non aveva mai avuto tempo da dedicargli, quello che aveva guardato dall'alto in basso, quello a cui si era sempre sentito così superiore... era ​​diventato il suo salvatore. 

Qhuinn, l'aberrazione con un occhio blu e l'altro verde, la vergogna della famiglia con quel mostruoso difetto, colui che era stato sbattuto in mezzo a una strada e che non si trovava in casa quando c'era stato l'attacco, era l'unica ragione per cui era riuscito a liberarsi.

Quel maschio si era rivelato essere il membro più forte della discendenza, viveva e lavorava con la Confraternita del pugnale nero, combatteva con onore, difendendo la razza contro il nemico con distinzione.

Mentre Luchas, l'ex ragazzo d'oro, l'erede di una casata che non esisteva più... ora era lui quello imperfetto.

Era forse il karma?

Sollevò la mano ormai straziata, fissando i monconi che erano tutto ciò che rimaneva di quattro delle sue cinque dita.

Possibile.

Il bussare alla porta era leggero, e mentre inalava, colse i profumi presenti dall'altra parte. Preparandosi, tirò le lenzuola più in alto sul suo petto scarno.

L'Eletta Selena non era sola, come lo era stata la scorsa sera.

E sapeva di cosa si trattava.

«Entrate» disse con una voce che ancora stentava a riconoscere come propria. Da quando era cominciato il calvario, il suo timbro era diventato roco, più profondo.

Qhuinn entrò per primo, e per un istante, Luchas si ritrasse. Ogni volta che aveva visto suo fratello in precedenza, il maschio indossava abiti civili. Non stasera. 

Era chiaramente venuto fresco dal teatro del conflitto, il suo corpo potente ricoperto di pelle nera, armi legate ai fianchi, alle cosce... al petto.

Luchas aggrottò la fronte quando notò due particolari strumenti da combattimento: suo fratello aveva un paio di pugnali neri sullo sterno, le maniglie verso il basso.

Strano, pensò. Sapeva che queste lame erano riservate ai soli membri della Confraternita del pugnale nero.

Forse ora avevano concesso di indossarli anche ai loro soldati?

«Ehi» esclamò Qhuinn.

Alle sue spalle, l'Eletta Selena era silenziosa come un fantasma, la sua veste bianca fluttuava intorno al corpo esile, i capelli scuri acconciati in alto sulla testa nello stile tradizionale del suo ordine sacro.

«Buonasera, padrone» disse con un elegante inchino.

Fissando la sua gamba, Luchas desiderò disperatamente di poter scendere dal letto e mostrarle il rispetto che le era dovuto. Non era un'opzione. L'arto era, come sempre, avvolto stretto in garza bianca dalla punta del piede fino al ginocchio, e sotto quella copertura sterile? Carne che non sarebbe guarita, il calore dell'infezione che sobbolliva come una pentola d'acqua al limite dell'ebollizione.

«Mi dicono che hai smesso di nutrirti» affermò Qhuinn.

Luchas distolse lo sguardo, desiderando che ci fosse una finestra in modo da fingersi distratto.

«Allora?» domandò Qhuinn. «È vero?»

«Eletta» mormorò Luchas. «Gentilmente, ci concedete un momento da soli?»

«Naturalmente. Attenderò la vostra chiamata.»

La porta si chiuse silenziosamente. E Luchas si accorse che tutto l'ossigeno nella camera sembrava essersene andato con la femmina.

Qhuinn mise una sedia vicino al comodino e si sedette, appoggiando i gomiti sulle ginocchia. Le spalle erano così ampie che la giacca di pelle scricchiolò in segno di protesta.

«Cosa sta succedendo, Luchas?» chiese.

«Non era una cosa importante, poteva aspettare. Non saresti dovuto rientrare dal combattimento.»

«Non secondo i tuoi segni vitali.»

«Quindi è stata la dottoressa a richiamarti, vero?»

«Me ne ha parlato, sì.»

Luchas chiuse gli occhi. «Io avevo...» Si schiarì la gola. «Prima di tutto questo, avevo un'idea di quello che avrei voluto fare, di come sarebbe stato il mio futuro. Io stavo per...»

«Stavi per diventare come nostro padre.»

«Sì. Volevo... tutte le cose che mi erano state insegnate e che definivano una vita che valesse la pena di essere vissuta.» Sollevò le palpebre e fissò il suo corpo. «Questo non ne fa parte. Questo... sono come un bambino. Qualcuno si occupa dei miei bisogni, portandomi cibo, lavandomi, asciugandomi. Sono un cervello intrappolato in un contenitore rotto. Non so badare a me stesso -»

«Luchas -»

«No!» scattò con gesto della mano mutilata. «Non provare a rabbonirmi con promesse di una salute futura. Sono passati nove mesi, fratello mio. Preceduti da una prigionia nell'inferno che è durata un secolo. Non ce la faccio più a sentirmi un prigioniero. Basta, ho chiuso.» 

«Non puoi suicidarti.»

«Lo so. Allora io non entro il Fado. Ma se non mangio e non mi nutro, questa» conficcò un dito nella sua gamba - «lo farà al posto mio, portandomi via. Non è suicidio. È morte per sepsi - non è quello che preoccupa maggiormente Doc Jane?»

Con un movimento brusco, Qhuinn si tolse la giacca e la lasciò cadere sul pavimento. «Io non voglio perderti.»

Luchas si coprì il volto con le mani. «Come puoi volerlo... dopo tutte le crudeltà che hai subito in casa nostra...»

«Non sei stato tu. Erano i nostri genitori.»

«Io ho partecipato.»

«E sei perdonato.»

Almeno aveva fatto una cosa giusta. «Qhuinn, lasciami andare. Ti prego. Lasciami... andare.»

Il silenzio che seguì durò talmente a lungo che il respiro di Luchas si alleggerì, sicuro che la sua richiesta fosse stata accettata.

«So cosa si prova a non avere speranza» disse Qhuinn con asprezza. «Ma il destino è capace di sorprenderti.»

Luchas lasciò cadere le braccia e rise amaramente. «Non in senso buono, temo. Non in senso buono -»

«Ti sbagli -»

«Smettila -»

«Luchas. Ti sto dicendo -»

«Sono un invalido, cazzo!»

«Come lo sono stato io.» Qhuinn indicò i propri occhi. «Per tutta la vita.»

Luchas si voltò, posando lo sguardo sulla parete color crema. «Non c'è niente che tu possa dire per convincermi, Qhuinn. È finita. Sono stanco di lottare per una vita che non voglio.»

Un altro silenzio teso. Alla fine, Qhuinn imprecò tra i denti. «Hai solo bisogno di nutrirti e riprendere le forze -»

«Io rifiuterò sempre la sua vena. Faresti meglio ad accettare la mia decisione adesso e non sprecare ulteriore tempo con argomenti che non trovo convincenti. Ho chiuso.»


*    *    *


Mentre Selena attendeva nel corridoio, la stanchezza la avvolse in pesanti drappi non meno reali solo perché invisibili. E comunque si sentiva ansiosa. Giocherellava con la veste, i capelli, le mani.

Non le piaceva il tempo che non veniva investito nei suoi doveri. Con niente a tenerla occupata, i suoi pensieri e le paure diventavano troppo intensi per contenerli dentro il cranio.

Eppure lei immaginava ci fosse un utilità in questa solitudine. Se fosse riuscita a prendere una posizione per trarne vantaggio.

Quel che doveva fare mentre aspettava lì fuori era esercitarsi nel suo commiato. Doveva provare a comporre le parole che avrebbe voluto dire prima che non avesse più tempo. Doveva trovare il coraggio necessario per esternare ad alta voce quello che aveva nel cuore.

Stava per seguire l'impulso di dire addio a Trez.

Tra le molte persone che avrebbe lasciato, il Primale e le sue sorelle Elette, i Fratelli e le loro shellan, Trez era l'unico per cui già soffriva. Anche se non lo vedeva da... molte, molte notti.

Anche se non era più stata sola con lui da... molti, molti mesi.

Infatti, dopo aver concluso la loro... relazione, o quello che era, lui se n'era andato dalla magione. Non importava che lei andasse e venisse, non lo aveva mai incontrato faccia a faccia, e solo occasionalmente aveva intravisto le sue grandi spalle mentre si avviava nella direzione opposta alla sua.

Che la evitasse era stato un sollievo infido in un primo momento. Sarebbe stato più difficile lasciarlo, e lo sarebbe stato ancora di più se avessero continuato a vedersi. Ma ultimamente, mentre il tempo a sua disposizione diminuiva drasticamente, lei aveva deciso che aveva bisogno di dirgli...

Beata Vergine Scriba, cosa stava per dirgli?

Selena lasciò scorrere lo sguardo lungo il corridoio, come se quel piccolo, perfetto monologo potesse scorrere con docilità, a un ritmo abbastanza lento da poterlo memorizzare.

Per quanto ne sapeva, lui aveva dimenticato i momenti passati insieme. Per sua stessa ammissione, era esperto nel trovare passatempi femminili nella varietà umana.

Non c'era dubbio che avesse fatto tabula rasa.

E poi c'era la realtà che lui era stato promesso a un'altra.
Selena si prese la testa tra le mani. Per tutta la sua vita, aveva trovato conforto e uno scopo nel suo sacro compito - per cui era stato uno shock scoprire che mentre si avvicinava sempre più al momento della sua morte, l'unica cosa che si sentiva di far bene era il suo commiato da un uomo che non le apparteneva. Con cui aveva avuto una storia di brevissima durata.

C'erano state molte notti che aveva passato nella sua camera da letto su a Grande Camp, cercando di convincersi che quello che era successo con Trez era pura follia, ma ora che il tempo stava per scadere? Una strana lucidità si concentrò in lei. E non importava il perché. Importava solo che lei raggiungesse l'obiettivo di dirgli ciò che provava prima di morire.

Non voleva avvicinarsi a lui troppo presto, però - sarebbe stato piuttosto imbarazzante sviscerare la propria anima a una persona indifferente e poi indugiare per notti, settimane, mesi.

Se solo la sua fine fosse avvenuta in una data precisa, come se fosse la scadenza su un cartone di latte -

Qhuinn uscì dalla stanza d'ospedale, e l'espressione tesa sul suo volto duro spazzò via la sua preoccupazione.

«Mi dispiace tanto» mormorò lei. «Si rifiuta ancora?»

«Non riesco a convincerlo.»
«La volontà di vivere può essere complicata.» Selena allungò la mano e gliela poggiò sulla spalla. «Sappiate che io sono qui per entrambi. In qualsiasi momento cambiasse idea, io verrò.»

«Tu sei davvero una femmina di valore.»

La strinse in un rapido, duro abbraccio e poi corse giù lungo il corridoio, come se volesse lasciare la struttura. Ma poi si fermò davanti alla porta chiusa della sala visite principale della dottoressa Jane. Dopo un momento, entrò.

Mentre pregava ci fosse una soluzione per i due fratelli, un'altra ondata di stanchezza la investì, una più grossa di quello che l'aveva travolta davanti a Tohrment, strisciando attraverso il suo corpo, facendole appoggiare una mano contro il muro per paura di cadere. Il panico la sopraffece, il suo cuore pestava selvaggiamente nel petto, la testa era inondata di fai questo, fai quello, scappa. Cosa sarebbe successo se quello fosse stato un attacco? E se fosse il suo ultimo -

«Ehi, stai bene?»

Forzando i suoi occhi vuoti a voltarsi verso il suono, vide Tohrment uscire dalla sala visite.

«Io...»

All'improvviso, la sensazione di vertigine scomparve, come se l'avesse avvicinata un rapinatore che, confrontandosi con il Fratello, aveva riconsiderato il suo attacco.

Sotto la tunica, lei sollevò una gamba e poi l'altra, non trovando alcun cenno della resistenza fatale che la terrorizzava a morte.

«Selena?» esclamò Tohr dirigendosi verso di lei.

Appoggiandosi al muro, la sua mano corse allo chignon, e si accorse di avere la fronte madida di sudore.

«Credo di dovermi occupare di me stessa al Santuario.» Espirò. «Mi riprenderò lì. È necessario.»

«È un'idea eccellente. Ma sei sicura di riuscire a - »

«Sto bene.»

Chiudendo gli occhi, Selena si concentrò e...
... con una rotazione dell'asse terrestre e una scossa alle molecole del suo cervello, invece di quelle del corpo, si smaterializzò e si ricompattò nel sacro luogo di pace della Vergine Scriba.

All'istante, proprio come se avesse succhiato direttamente da una vena, il suo corpo si alleggerì e fortificò, ma la sua mente non seguì l'esempio - nonostante il verde brillante delle foglie degli alberi e dei fili d'erba, le tinte pastello dei tulipani perennemente in fiore, il luminoso marmo bianco del dormitorio, il Tesoro, il Tempio delle Scrivane Segregate, lo Stagno dei Riflessi, si sentiva braccata anche se era chiaramente al sicuro.

Inoltre, soffrire di una malattia mortale della durata indefinita rendeva difficile riconoscere la differenza tra i sintomi che rientravano nella dicitura "normale", e quelli di maggiore rilevanza.

Per un po' rimase nello stesso punto in cui era arrivata, temendo, muovendosi, di innescare la manifestazione della propria malattia. Ma alla fine, cominciò a passeggiare. La temperatura dell'aria ferma era perfetta, né troppo calda né troppo fredda, il cielo al di sopra brillava di un azzurro fiordaliso, le terme risplendevano sotto la strana luce circostante... e si sentì come se fosse sola in un vicolo buio nel centro di Caldwell.

Quanto tempo? si chiese. Quante altre passeggiate avrebbe potuto godersi?

Tremando, si strinse nella veste mentre un consueto senso di tristezza e d'impotenza irruppe dentro lei, le schiacciò il petto, rendendole difficile respirare. Ma non si arrese alle lacrime. Le aveva versate tutte qualche tempo prima, tutti i perché-io, i cosa-succederebbe-se, e ho-bisogno-di-più-tempo erano terminati - prova che ci si abituava anche all'acqua bollente se ci stava dentro abbastanza a lungo.

Era venuta a patti con la realtà che non solo non le era stata concessa una vita completa, ma non avrebbe vissuto per niente - per cui, sì, doveva decidersi a salutare per sempre Trez. Lui era ciò che più si avvicinava a qualcosa che poteva definire suo, una scelta personale al posto di un'imposizione, un qualcosa che aveva conquistato, anche se per poco tempo, non un compito che le era stato assegnato.

Nel dirgli addio, Selena riconosceva che parte della sua vita le era appartenuta.

Lo avrebbe contattato il giorno seguente.

Al diavolo l'orgoglio...

Dopo un po', si accorse che i piedi l'avevano condotta al cimitero, e data la direzione dei suoi pensieri, non ne era sorpresa.

Le Elette erano essenzialmente creature immortali, create molto tempo prima come parte di programma di procreazione della Vergine Scriba dove i maschi più forti si accoppiavano con le femmine più intelligenti per garantire la sopravvivenza della specie. In principio, le femmine fertili venivano messe in quarantena lì, con il Primale come unico maschio a servirle per l'inseminazione. Tuttavia, col passare dei millenni, il ruolo delle Elette si era evoluto in modo da servire spiritualmente la Vergine Scriba, documentare la storia della Razza svoltasi sulla Terra, adorare la Madre della specie, e fungere da fonti di sangue per i membri della Confraternita senza compagne - per le quali alcuni avevano abbandonato il proprio ruolo, accettando la mortalità in cambio dell'amore, della libertà, della possibilità di generare bambini che non sarebbero stati condannati da rigide tradizioni.

E poi era arrivato l'attuale Primale, rinnovando anche le tradizioni più antiche.

Selena guardò attraverso il traliccio ad arco del cimitero; le statue di marmo delle sue sorelle si stagliavano minacciose nonostante fossero a una certa distanza e nascoste nei loro verdi confini.

Per tutto ciò di buono che l'antico programma di procreazione aveva fatto, ne era risultato anche qualcosa di infido, una prigione da cui, per quanto il Primale fosse di mentalità aperta, non poteva liberare Selena e le sue sorelle.

Nascosta nel profondo delle cellule delle Elette, giaceva una debolezza critica latente, un difetto creatosi proprio a causa del gruppo limitato di creature prescelte per la procreazione per rendere i vampiri invincibili.

Un sacrificio al fine di raggiungere la forza. La prova che la Madre della Razza poteva essere, e sarebbe stata, limitata da Madre Natura.

Le statue dall'altro lato la riempivano di terrore. Le eleganti figure all'interno del terreno circoscritto in realtà non erano di pietra - non nel senso che erano state scolpite da blocchi. Erano il corpi congelati di coloro che hanno sofferto dalla sua stessa malattia.

Erano i cadaveri delle sue sorelle che aveva percorso il sentiero calpestandolo con i propri piedi, irrigidite in pose di loro scelta, sigillate in un bel intonaco minerale che, insieme alle curiose proprietà atmosferiche del Santuario, li avrebbe preservati per l'eternità.

Il tremore la invase di nuovo come un'onda -
- e ancora una volta, si interruppe.

Questa volta, però, la cessazione non accompagnava un ritorno alla normalità.

Come se la vista di quei corpi paralizzati all'ultimo stadio fosse una sorta di ispirazione nei confronti di ciò che l'affliggeva, le giunture più ampie della parte inferiore del suo corpo si bloccarono, seguite dalla spina dorsale, i gomiti, il collo, i polsi. Si paralizzò completamente, immobile ma del tutto consapevole, il suo cuore che continuava a battere, gli occhi limpidi, la mente iperattiva in preda al panico.

Con un grido, provò a liberarsi di tutto, cercò di piegare le gambe, combatté per spostare i piedi, le braccia, tutto.
Ci fu un lieve cedimento sul lato sinistro, e che la sbilanciò. Dopo uno sbandamento e una giravolta, cadde a terra a faccia in giù, i sottili fili di erba le entrarono nel naso, nella bocca, negli occhi. Sapendo che rischiare di soffocare, mise tutta la forza che aveva per voltare la testa di lato in modo che le vie respiratorie fossero libere.

E quello si rivelò essere il suo l'ultimo movimento.

Dal suo punto di osservazione, era una telecamera rovesciata, la curiosa angolazione del Santuario sembrava come proiettata su uno schermo: fili d'erba in primo piano grandi come alberi, con il tempio dello Stagno dei Riflessi in lontananza, di cui si vedeva solo il tetto.

«Aiuto...» gridò. «Aiuto...»

Lottando contro le proprie ossa, provò a ricordare l'ultima volta che aveva visto ogni delle sue sorelle da quelle parti. Era stato...

Troppe notti prima. E anche allora, nessuno si era avventurato fino a questo punto del paesaggio, il cimitero veniva visitato di rado, e la zona esterna  veniva usata per i sacri riti di commemorazione - che non sarebbero avvenuti per molti mesi.

«Aiuto!»

Con una spinta immane, Selena combatté contro il proprio corpo. Ma tutto ciò che si vide fu una contrazione della mano, le dita scivolarono sul prato.

E questo fu tutto.

Le lacrime le inondarono gli occhi, il cuore martellava incessantemente e, per assurdo, lei desiderò non aver mai che chiesto una scadenza...

Dal profondo delle sue emozioni, l'immagine del volto di Trez - gli occhi neri a mandorla, i capelli rasati neri, la pelle scura - si compose nella sua mente.

Avrebbe dovuto dirgli addio prima.

«Trez...» gemette contro l'erba.

Mentre la sua coscienza si affievoliva, fu una porta che si chiudeva dolcemente, ma con fermezza, bloccando il mondo intorno a lei...


... tanto che non si accorse, qualche tempo dopo, della piccola, silenziosa la figura che le si avvicinò da dietro, fluttuava sull'erba, una luce splendente fuoriusciva al di sotto della tunica nera ondeggiante.

mercoledì 29 aprile 2015

Capitolo 4 di THE SHADOWS di J.R. Ward



Capitolo 4


L’Eletta Selena attraversò il retro dell’armadio contenente le forniture per l’ufficio per andare al centro di addestramento, e quando ne uscì, sobbalzò alla vista dell’enorme figura dietro la scrivania.

Tohrment, figlio di Hharm, sollevò lo sguardo dal computer. «Oh, ciao, Selena. Che sorpresa.»

Mentre le pulsazioni si regolarizzavano, lei portò la mano al petto. «Non mi aspettavo di incontrare qualcuno.»

Il Fratello tornò a concentrarsi sul bagliore blu dello schermo. «Sì, sono rientrato al lavoro. Stiamo per riaprire di nuovo.»

«Aprire cosa?»

«Il centro di addestramento.» Tohr si allungò contro lo schienale della più brutta poltrona di pelle verde che avesse mai visto. E mentre parlava ne accarezzava il bracciolo come fosse una pregiata opera d’arte. «Prima che cominciassero gli assalti, avevamo elaborato un buon programma. Ma in seguito molti membri della glymera sono stati uccisi durante gli attacchi e i quelli sopravvissuti hanno lasciato Caldwell. Ora la gente sta ritornando, e Dio solo sa se abbiamo bisogno di aiuto. La Lessenning Society sta ingrossando le fila come ratti che proliferano in un magazzino.»

«Mi chiedevo a cosa servissero tutte queste attrezzature.»

«Lo vedrai di persona.»

«Forse» esclamò lei. Ma solo se si fossero sbrigati…

«Stai bene?» chiese il Fratello, balzando in piedi.
Con un brusco capogiro, il mondo attorno a lei s’inclinò sul suo asse, la testa cominciò vorticare sul collo - o era la stanza a roteare? In ogni caso, Tohrment l’afferrò prima che cadesse a terra, tenendola fra le braccia.

«Sto bene, è tutto a posto… sto bene» disse lei.
Almeno credeva di aver pronunciato queste parole ad alta voce. Non ne era sicura, perché le labbra di Tohr si stavano muovendo e gli occhi erano incollati ai suoi, come se le stesse parlando, ma non sentiva la sua voce. O la propria. Non sentiva nulla.

Subito dopo, si ritrovò in una delle sale visita e la shellan di Vishous, la dottoressa Jane, la osservava, tutto un insieme di occhi verde cupo, biondi capelli corti e intensa preoccupazione.

Il lampadario sopra di lei era troppo luminoso e Selena sollevò il palmo della mano per coprirsi il viso. «Vi prego - non è necessario -»

Tutto a un tratto si accorse che riusciva di nuovo a sentire la propria voce, e il mondo circostante, prima sbiadito e ovattato, ritornò vivido e ricco di dettagli.
«Sul serio, sto bene.»

La dottoressa Jane si fermò con le mani sui fianchi, come se fosse un barometro impegnato in un qualche tipo di misurazione.

Per un attimo, la 
paura paralizzò Selena. Non voleva che sapessero -

«Hai appena nutrito qualcuno?» chiese il medico della Confraternita.

«Circa un'ora fa. E non ho mangiato. Ho dimenticato di mangiare.» Che non era una bugia.

«Hai qualche problema medico di cui devo essere informata?»

«No.» Che era una bugia. «Sono perfettamente in salute.»

«Ecco» disse Tohr, mettendole qualcosa di freddo in mano. «Bevi questo.»

Fece come le venne detto e scoprì che si trattava di Coca Cola in una lattina rossa che su un lato recava la scritta “Condividila con un amico."

E, in effetti, quella roba la rinvigorì. «È buona.»

«Il tuo colorito sta migliorando.» La dottoressa Jane incrociò le braccia sul petto e si appoggiò a uno degli armadietti in acciaio inossidabile. «Continua a bere. E forse dovresti considerare l’idea di chiamare qualcun altro per -»

«No» la interruppe bruscamente. «Porterò a termine il mio compito.»

L’importanza di andare lì e rendere disponibile la sua vena per i Fratelli e per quelli che non potevano nutrirsi dalle loro compagne, era la sola cosa che la facesse andare avanti. Era la sua connessione con la vita normale, la sicurezza di espletare un lavoro di un certo rilievo, il metronomo di notti e giorni senza il quale si sarebbe consumata a causa di un destino nefasto su cui non aveva controllo.

La realtà era che il suo tempo stava per scadere - e non era mai sicura di quando sarebbe arrivato il suo ultimo momento, quando sarebbe stata l'ultima volta che avrebbe fatto qualcosa. E il fornire quel servizio rendeva la sua situazione critica.

Mentre continuava a sorseggiare la bevanda, vennero dette molte cose, domande poste da parte del medico seguite da risposte da parte sua. Le parole non importavano - avrebbe detto qualsiasi cosa, qualsiasi bugia, mezza verità o falsa spiegazione per filarsela da quella stanza piastrellata e andare avanti con l’ultima visita della notte.

«Porterò a termine il mio compito.» Costrinse il volto in un sorriso spontaneo. «E poi riposerò. Lo prometto.»

Dopo un momento, la dottoressa Jane annuì - e la battaglia, alla fine, fu vinta.

Tuttavia, la guerra era una bestia completamente diversa.

«Sto proprio bene» esclamò Selena, saltando giù dal lettino. «Sul serio e sinceramente.»

«Vienimi a trovare se succede di nuovo, va bene?»

«Assolutamente sì.» Sorrise a entrambi. «Lo prometto.»

E mentre lasciava la sala visite, lei pensò che l'aver detto quella bugia avrebbe dovuto infastidirla. Ma non poteva più concedersi il lusso di avere una coscienza.

Correva in volata contro la morte, e niente, nemmeno le persone che stimava… o il maschio che amava… potevano mettersi in mezzo.

Per lei la sopravvivenza, per quel che era, rappresentava un’impresa.

*    *    *


Allo shAdoWs, Trez si prese un attimo per sistemarsi, a colpi di tosse, la laringe prima di sedersi. Una cosa che si poteva dire di Vishous? Il Fratello era bene addentro alla faccenda della dominazione.

Ovviamente.


Ma vabbè, le cose laggiù nell’angolo si stavano facendo un po' troppo serie.

Attraverso lo spazio cupo della stanza del sesso, Rhage era raggomitolato in posizione fetale, gli occhi chiusi, il respiro che entrava e usciva dalla bocca aperta con un ritmo talmente preciso che, o si stava ipnotizzando da solo o era già scivolato in un coma del cazzo.

«Cosa sta facendo?» domandò Trez.

«Cerca di non trasformarsi in un mostro.»

Le sopracciglia di Trez scattarono in su per la sorpresa. «In senso letterale?»

«Godzilla. Solo che è viola.»

«Gesù… pensavo fosse solo un pettegolezzo.»

«Per niente.»

V prese un pugnale nero e lo sollevò al di sopra della spalla. Con una violenta - ah ah (gioco di parole, infatti usa il termine VICIOUS) – pugnalata, il Fratello eliminò i resti dell’assassino centrandolo nel torace vuoto, la seconda scintillante luce della sera brillò bianca e azzurra come una fiamma ossidrica prima di scomparire e portarsi dietro la maggior parte dei resti puzzolenti. Il lampo non fece sparire la macchia oleosa, ma Trez aveva attrezzato quelle stanze con un foro di scarico al centro e un attacco per una pompa montata con discrezione sotto la panca.

Anche gli umani potevano fare casino.

«Così ti sei legato, eh
» disse V mentre si sedeva e vegliava il Fratello come il membro di un branco che fa la guardia a un lupo ferito.

«Chiedo scusa, cosa hai detto?»

«Selena. Ti sei legato a lei.»

Trez imprecò e si massaggiò la faccia. «Ah, no. Non sul serio.»
«Una persona molto saggia una volta mi disse… menti a chi ti pare, ma mai a te stesso.»

«Guarda, non so di -»

«Quindi è questo il motivo per cui sei fuori casa così spesso?»

Trez considerò l’idea di continuare a raccontare balle, ma era inutile. Aveva appena attaccato un maschio che rispettava, un maschio che, P.S., era totalmente e completamente innamorato della sua femmina, solo perché il tizio si era nutrito - e nient’altro - da un’Eletta istruita a questo fine.

Se questo non gli metteva un bel timbro sulla fronte con la dicitura “Maschio innamorato”, non sapeva cosa altro avrebbe potuto.

«Io…» Trez scosse la testa. «Cazzo. D’accordo. Mi sono legato a lei - e non posso starle vicino mentre vi nutre. Cioè, so che un servizio necessario e che si limita alla vena, bla, bla, bla. Ma è troppo pericoloso. Potrei rifarlo» - indicò col capo Rhage - «in qualunque momento.»

«Lei non ti vuole? So che non può essere a causa di Phury. Ti rispetta un casino.»

Sì, lui e il Primale, che era responsabile di tutte le Elette, andavano d’accordo. Peccato che non fosse quello il problema. «Non funzionerebbe.»

«Perché?»

«Non possiamo ritornare al perché un lesser aveva addosso la droga di Assail?»

«Senza offesa, ma sono stato davvero tollerante con te non trasformando la tua giugulare nello scarico di un lavandino. Pensi di potermi concedere l’onore di essere onesto?»

Trez si guardò le mani, aprì le dita a un ventaglio. «Anche se non fossi andato a letto con un migliaio di umane, non sono esattamente un uomo libero.»

«Rehv ha detto che il tuo debito con lui è più che ripagato.»

«Il legame che mi vincola non è con lui.»

«E quindi chi ti tiene al guinzaglio?»

«La mia Regina.»

Ci fu un lungo fischio basso. «In che modo?»

Buffo che avesse passato così tanto tempo con la Confraternita e non avesse mai detto loro della spada di Damocle che pendeva sulla sua testa. Dopotutto, per molto tempo tutto quello che aveva fatto era stato cercare di fingere di non essere lì.
«Si suppone che io debba fecondare l’erede al trono.»

«E quando è successo?»

«Alla nascita. Voglio dire, alla mia nascita.»

V aggrottò la fronte. «La Regina sa dove ti trovi?»

«Sì.»

«Avresti dovuto rivelarcelo prima di trasferirti da noi. Non dico che non ti avremmo dato rifugio, ma il tuo popolo sa essere molto esigente riguardo le persone da frequentare. Abbiamo già abbastanza problemi senza scatenare una questione diplomatica con la s’Hisbe.»

«Ma ci potrebbero essere delle circostanze attenuanti.» Quando il cellulare cominciò a vibrare nel taschino della camicia, lo prese e rifiutò la chiamata senza guardare chi fosse. «Sono in folle. Con la possibilità di un incidente frontale con un semirimorchio o di una sterzata che potrebbe salvarmi.»

«Selena lo sa?»

«Qualcosa.»

Il Fratello piegò la testa. «Beh, sta a te raccontare la tua storia - almeno per rispetto all’Eletta. Visto che ha ripercussioni su Wrath e sul nostro trono, non ti prometto niente.»

«Può accadere ogni notte. Lo saprò in una qualsiasi notte. La Regina partorirà letteralmente da un momento all’altro.»

«Non nascondo nulla al mio Re.»

Trez sentì il suo telefono suonare e riattaccò una seconda volta. «Digli solo che dadi stanno ancora girando. Non sappiamo cosa abbiamo. Forse il tema astrale non sarà compatibile con il mio - e allora sarò libero.»

«Lo riferirò.»

Ci fu un attimo di silenzio e poi Trez cominciò a agitarsi. «Perché mi stai guardando in quel modo?»

Quando non ci fu risposta, si alzò in piedi e si spolverò il culo. E quegli occhi color diamante continuavano a fissarlo. «Pronto? V - che cazzo.»

«Il tuo tempo sta per scadere» disse il Fratello a voce bassa. «Su due fronti.»

Il telefono di Trez suonò ancora ma non avrebbe risposto a quel maledetto coso neanche se avesse voluto. «Di cosa stai parlando?»

«Ci sono due femmine. E in entrambi casi, il tuo tempo sta per scadere.»

«Non so di che cazzo stai -»

«Sì, lo sai. Sai esattamente di cosa sto parlando.»

No, perché, grazie a Dio, c’era una sola bomba a orologeria nella sua vita. «Rhage si sveglierà o ha bisogno di un carrello d’emergenza?»

«Questo non riguarda lui.»

«Beh, neanche me. Sul serio, ha bisogno di assistenza medica?»

«No. E questo non è quello di cui stavamo parlando.»

«Pronome sbagliato, amico. Io non faccio parte di questa conversazione.»

Inoltre, chissà, forse se la questione con la s’Hisbe si fosse risolta a suo favore, avrebbe potuto occuparsi della situazione con Selena. Dopotutto, se non fosse stato il Prescelto, era libero di…

Merda, a meno che non rinunciasse al suo lavoro qui, sarebbe comunque rimasto un magnaccia. In fase di recupero dalla sua dipendenza dal sesso. Che avrebbe avuto bisogno di terapia per superare il disturbo da stress post-traumatico causato da un destino di merda.

Già, fantastico. Ecco a voi lo Scapolo dell’anno.

E diavolo, non sembrava che mancasse a Selena - e non la biasimava. Il suo passato con tutte quelle umane, anche se aveva smesso di andare a puttane non appena l’aveva baciata, non era niente di romantico. Era proprio disgustoso.

I mesi di celibato difficilmente avrebbero compensato i suoi sforzi di macchiare deliberatamente il suo corpo fisico -

«Sto avendo una visione su di te.» V si strofinò gli occhi.
«Senti, a meno che tu non abbia bisogno di me, io -»

«Per te, la statua volteggerà.»

Quando il telefono di Trez squillò di nuovo, scoprì che l’ansia aveva preso il sopravvento su ogni centimetro quadrato del suo corpo. «Con tutto il dovuto rispetto, non ho idea di cosa tu stia parlando. Prenditi cura di quel Fratello per tutto il tempo che ti occorre, nessuno vi disturberà qui.»

«Sii presente. Anche quando pensi che questo ti ucciderà.»

«Senza offesa, V, ma non voglio starti a sentire. A dopo.»