venerdì 3 luglio 2015

Capitolo 13 di THE SHADOWS di J.R. Ward



Capitolo 13



Il salvatore che liberò Trez dalla sua prigionia si rivelò non essere una persona. E nemmeno un oggetto, in realtà.

La libertà, quando arrivò, fu per gentile concessione di un banalissimo sfiato situato nell'angolo superiore destro dell'immensa suite in cui era imprigionato.

Tre notti prima della sua eventuale fuga, mentre se ne stava supino contemplando il nulla, un refolo di aria fredda colpì i gioielli sulla sua veste e gli rinfrescò la pelle. Con la fronte aggrottata, alzò lo sguardo e vide la grata avvitata nella liscia parete bianca.

Telecamere di sicurezza di prima generazione spiavano ogni sua mossa, quindi sapeva che era meglio non mostrare alcuno specifico interesse. Ma questo lo fece riflettere. Le Ombre potevano smaterializzarsi, e anche trasformarsi in fumo - il che ti consentiva di percorrere grandi distanze e di rimanere invisibile quando arrivavi in qualunque posto volessi andare.

Aveva provato entrambe le modalità diverse volte, e aveva fallito - e in un primo momento, aveva creduto che l'insuccesso della fuga attraverso il condotto fosse dovuto a un guasto su questa base.

Ma la notte successiva, per nessuna particolare ragione, abbassò lo sguardo su quello che indossava sul suo corpo. Le gemme... le scintillanti pietre preziose che presumeva fossero incastonate nell'oro. Il metallo era argento colorato. Oro bianco, sì?

A meno che... non fosse acciaio inossidabile. Che era l'unica cosa attraverso la quale i vampiri, anche quelli della razza delle Ombre, non potevano smaterializzarsi.

Lasciò scivolare lo sguardo dalla camera rivestita di marmo verso la sala da bagno. Anche quando veniva lavato, quando il suo corpo era purificato attraverso i rituali... lo addobbavano con zaffiri e diamanti, collari tempestati di gemme gli ricoprivano il collo, le spalle, i polsi e le caviglie prima di entrare in acqua. E non appena ne usciva? La cotta di maglia incrostata di gioielli gli veniva di nuovo serrata addosso.

Chiuse gli occhi. Perché non l'aveva mai considerato prima?

Gli ci erano volute le due notti successive, due cicli di alba e tramonto prima che lui elaborasse un piano. Il programma dell'alimentazione, il lavarsi, l'esercizio fisico e lo studio non era mai lo stesso, come se fosse volutamente manipolato sulla mancanza di uno schema, anche l'andirivieni di iAm era allo stesso modo casuale, per quanto lui non fosse il Prescelto e avesse alcune libertà di movimento, determinate concessioni per  uscire dal palazzo per esercitarsi o per nutrirsi - sebbene neanche questo fosse scolpito nella pietra.

Durante le sue deliberazioni, Trez aveva prestato particolare attenzione a non cambiare nulla riguardo la sua simulazione, il suo atteggiamento, le sue abitudini, ma nella sua mente c'erano la creazione, la messa a punto, il test per le teorie sulle complicanze o potenziali difetti.

Aveva previsto di dover attendere a lungo, ma il momento giusto arrivò inaspettatamente, per gentile concessione del capovolgimento del vassoio che recava il suo pasto. Una cameriera era scivolata sul pavimento di marmo appena lucidato, e il cibo, i piatti e le posate si erano sparpagliati ovunque. iAm, che era solito aiutare, si era offerto volontario per sistemare il disordine, e lui e la domestica erano andati in cerca detergenti e ramazze negli armadietti delle scorte in corridoio.

Chiuse la serratura della porta nascosta della cella.
Ed ecco fatto.

Muovendosi in fretta, Trez si svestì, strappandosi di dosso la maglia fine e le gemme, si liberò da tutte quelle cerniere, facendo saltare tutti i tipi di fibbie, cinture, e legacci. Poi, nudo e sanguinante per lo sforzo, chiuse gli occhi e si concentrò.

La sua ansia era così intensa che quasi fallì, soprattutto quando sentì le grida provenire al di fuori della sua porta, la telecamere di sicurezza avevano segnalato i suoi movimenti con alacrità e precisione.

La convinzione che questa fosse la sua unica e sola occasione gli diede la forza per tirare fuori un'altra briciola di energia dalla sua essenza più profonda.

Appena prima di librarsi nell'aria, s'Ex irruppe attraverso la porta, e tutti chiusero gli occhi per una frazione di secondo.

Poi salì su e fuori attraverso il condotto dell'aria.

Puf!

Scivolò attraverso la conduttura andando controcorrente, sicuro che il flusso d'aria l'avrebbe portato alle grandi porte esterne. Aveva ragione. Attimi dopo, schizzò fuori nella notte, salì in alto superando i precedenti confini, così scioccato di essere riuscito a fuggire che quasi riassunse la forma fisica e cadde sul tetto del palazzo.

Una rapida concentrazione del suo ingegno ed era riuscito a scappare, senza una direzione, alcun piano, niente rifornimenti, né soldi.

Ma la libertà non aveva prezzo... e che infine l'avrebbe portato a incrociare la propria strada con quella di un vampiro che avrebbe cambiato la direzione della sua vita -


*    *    *


«Trez? Amico?»

Trez si risvegliò dal suo sonno come era uscito da quella conduttura, e per un frazione di secondo, non ebbe una cazzo d'idea di dove si trovasse.

Un istante dopo, però, un paio di occhi color ametista direttamente davanti al suo volto riportarono tutto alla mente: il centro di addestramento, Selena, il presente, non il passato.

«Selena-»

Rehvenge alzò una mano. «Ehi, rilassati. Hanno quasi terminato di lavarla.»

«Le stanno facendo il bagno...» Trez si strofinò il volto e si guardò intorno, e notò un' intera parete di cemento.

Cristo, era così esausto che era crollato nel corridoio fuori dalla sala visite nei quattro virgola due secondi che gli ci erano voluti per piazzare il culo a terra e prendere un respiro profondo.

Rehvenge grugnì mentre si appoggiava al bastone per abbassarsi sul duro pavimento di cemento. Allungando le gambe, raccolse la pelliccia di visone che lo copriva fino ai piedi intorno alle cosce, anche se la temperatura non era più bassa di venti gradi.

«La mia Ehlena mi ha chiamato.» Rehv diede a Trez un'occhiata veloce e, dalla sua espressione tesa, non gli piacque quello che vedeva. «Sarei arrivato qui prima, ma avevo da fare su a nord.»

«Come stanno i tuoi coloni? Ancora psicopatici?»

«Tu come stai?»

«Alla grande, Vostra Maestà.»

«Non cercare di fottermi, va bene?»

«Mi dispiace.» Trez lasciò ricadere la testa contro il muro freddo. «Non sono al mio meglio.»

Rehv diede uno sguardo alla porta chiusa della sala visite. «Dov'è iAm?»

«Nello spogliatoio. Credo che sia andato a farsi una doccia.»

«Sapevo che sarebbe stato quaggiù con te.»

«Già.»

Ci fu un attimo di silenzio. Poi Rehv esclamò: «Da quanto tempo ci conosciamo?».

«Un milione di anni.»

Il mangiatore di peccati rise forte. «Sembrano tanti sul serio.»

«Già.»

«Allora perché non me ne hai parlato?»

«A proposito di...?» Quando Rehv inarcò un sopracciglio, Trez si lasciò sfuggire un respiro spezzato. Naturalmente l'amico voleva sapere di Selena e del legame che si era creato. «Guarda, non volevo saperne niente di quel che provo per lei. Volevo solo... merda, sai come mi comportavo con le puttane. Cosa cavolo avrei da offrire a qualcuno come un'Eletta? Ma ora succede questo. E che cazzo, tutto quel tempo sprecato. Non che saremmo stati insieme necessariamente, ma... forse avrei potuto aiutarla. Oppure...»

Anche se, stando a quello che l'altra Eletta aveva detto, sembrava che la malattia o il disturbo, o qualunque cazzo di cosa fosse, avrebbe seguito il suo corso indipendentemente da tutto ciò che ognuno di loro avesse fatto.

«Ho avuto qualche esperienza di questo tipo» mormorò Rehv. «Quando ho conosciuto Ehlena, lei non sapeva che ero un mezzo mangiatore di peccati, tanto meno l'erede al trono dei symphath. Di sicuro non avevo alcuna fretta di parlarle di quella merda, ma non era che potessi nascondere i segni sulle braccia, o i miei impulsi, oppure chi io fossi. Ero un magnaccia, facevo lo stesso lavoro che adesso fai tu. Non esattamente una bella notizia da portare a casa della piccola femmina. Ho combattuto finché ho potuto, e quando la verità è saltata fuori... Sapevo che mi avrebbe lasciato. Ne ero sicuro. Per un po' è stata lontana e non potevo fare a meno di amarla comunque. E come è andata a finire? Ha funzionato.»

Trez avrebbe voluto trarne un po' d'ispirazione. «Selena sta per morire.»

«Forse. Forse no. Senti, io non sono fan della mia sottospecie, ma abbiamo parecchie competenze in diversi campi su a nord. Fammi vedere se riesco a trovare qualcosa.»

Trez voltò la testa e fissò l'amico. «Non devi-»

«Smettila.»

Trez dovette distogliere lo sguardo. «Non farmi piangere. Odio sentirmi come una femminuccia.»

«Tu faresti lo stesso per me.»

«Mi hai già salvato una volta.»

«Preferisco pensare ci siamo salvati a vicenda.»

Trez pensò alla notte in cui si conobbero. Il come e il dove, in quello chalet sulla montagna, che era stato il primo edificio in cui Trez si era imbattuto quando finalmente aveva ripreso forma fisica... era anche lo stesso chalet dove Rehv doveva compiere il proprio dovere con l'orrenda Principessa symphath che lo ricattava.

Trez vi si era appena rifugiato quando Rehv era arrivato e aveva scopato la puttana in piedi un paio di volte. Una volta terminato, lei lo aveva ha lasciato distrutto sul pavimento, il veleno che impregnava la pelle di quella stronza aveva messo al tappeto Rehvenge.

Occuparsi del ragazzo gli era venuto naturale.

E in cambio? Lui e il bastardo dagli occhi viola erano diventati come fratelli. Al punto che, quando iAm uscito dal Territorio, loro tre erano andati a vivere insieme, la lealtà di Trez e la gratitudine vincolavano lui e suo fratello al mangiatore di peccati.

Se c'era una cosa che sapeva su Rehvenge dopo tutti questi anni, era che lui era un maschio di valore. A dispetto di essere un magnaccia e proprietario di un club, un degenerato e un reprobo, uno dal cuore malvagio, un sadico figlio di puttana... lui era, e sarebbe sempre stato, uno dei più bei maschi che Trez avesse mai conosciuto.

«Allora io vado» esclamò Rehv.

Con un nuovo grugnito, il maschio si alzò in piedi e, quando fu in verticale con la pelliccia visone che sfiorava il pavimento grezzo del centro di addestramento, si schiarì la gola e non ha guardò Trez. Non fu una sorpresa, né una novità. Neanche Trez se la cavava bene con le emozioni intense.

«Grazie» disse brusco Trez.

«Risparmiati la gratitudine per dopo se riuscirò a portarti qualcosa che ne valga la pena.»

«Non sto parlando di questo.»

Rehv si chinò, offrendogli la mano con cui brandiva il pugnale. «Tutto ciò che ho è tuo.»

Trez dovette battere le palpebre più volte. Poi si passò la mano sugli occhi. «La tua amicizia è tutto ciò di cui ho bisogno, amico mio. Perché non ha prezzo, cazzo.»



*    *    *



Quando iAm uscì dallo spogliatoio maschile, si diede una veloce occhiata per assicurarsi che i bottoni della camicia fossero allacciati correttamente. La doccia era durata solo cinque minuti, al massimo, ma l'acqua era ghiacciata, e adesso gli sembrava di avere maggiore lucidità.

Difficile dirlo con il cervello che gli friggeva in quel modo.

Si fermò e, quando alzò gli occhi, vide Trez e Rehv che si stringevano la mano. Per qualche ragione, quel momento di tranquillità tra i maschi lo portò di nuovo alla notte in cui Trez era fuggito.

Così strani i percorsi che la vita incrociava quando meno te lo aspettavi.

Rehv sollevò lo sguardo non appena le mani si separarono. «Ehi, iAm.»

«Ehi, amico.»

Come se si trovassero a una specie di funerale, i due si incontrarono a metà strada e si scambiarono un abbraccio maschile con pacche sulle schiene scosse dalle troppe emozioni nell'aria. Un attimo dopo, Rehv se ne andò senza voltarsi indietro, a grandi passi giù in ufficio, il visone che fluttuava dietro di lui, il bastone rosso che batteva con forza sul pavimento per mantenere l'equilibrio.

«Sono contento che sia venuto» disse iAm, guardando la porta chiusa della stanza visite. Immaginò che si stessero ancora occupando della pulizia di Selena.

Che cazzo di notte. Giorno. Qualunque cosa fosse.

«Già.»

iAm controllò l'orologio. Bene, cavolo. Erano le 20:00. Il tramonto era passato da un pezzo. Stavano lì da, tipo, più di dodici ore di fila.

«Allora, hai intenzione di dirmi cosa ti gira per la testa?»

iAm lasciò cadere il braccio e guardò suo fratello. «Di cosa stai parlando?»

«Andiamo, amico.» Trez imprecò in tono esausto. «Credi che non riesca a leggere dentro di te come un libro aperto? Sul serio?»

iAm fece avanti e indietro un paio di metri. Tornò. Ricominciò daccapo.

«Un'altra bella notizia, eh?» mormorò Trez.

«Già.»

«Sputa il rospo. Almeno uno di noi si sentirà meglio.»

«Ne dubito.»

«Questo schifo come può peggiorare?»

«La regina ha partorito.»

«E?»

«Non è lei.»

Trez chiuse gli occhi e parve infossarsi nella sua stessa pelle. «Incredibile tempistica.»

«È il motivo per cui s'Ex ti cercava. Ha chiamato me quando non hai risposto e, già, eccoti qui.»

Trez esalò. «Sai qual è la mia fantasia? Non è porno. È una buona notizia. Per una volta nella mia fottuta vita, mi piacerebbe avere una buona notizia.»

«Sono in lutto.» Quando Trez si limitò a scuotere la testa, iAm si sentì precipitare di nuovo all'inferno. «Abbiamo una settimana, e poi...»

«E poi rivorranno indietro il loro dildo vivente che respira, eh?»

Quando Trez fissò lo sguardo sulla porta chiusa della sala visite, sembrò invecchiare di colpo davanti agli occhi di iAm, la pelle del viso sembrava sciogliersi dalla struttura ossea al di sotto, gli angoli degli occhi scivolavano verso il basso, la bocca cadente.

«Trez-»

«Di' a s'Ex che voglio incontrarlo. Ma non ora. Non posso andarmene adesso perché...»

«Non stai davvero pensando di tornare indietro, vero?»

Lo sguardo di Trez non abbandonò la porta chiusa.
«Trez. Rispondimi. Non stai pensando di tornare indietro.»

Quando il silenziò si estese, iAm si lasciò scappare un'imprecazione. «Trez? Ci sei?»

«Devo incontrare s'Ex. Ma dovrà accadere dopo...» Trez si schiarì la gola. «Già. Dopo.»

iAm annuì, perché cos'altro poteva fare? Non si poteva biasimare il ragazzo per questo tipo di priorità.

Purtroppo, la s'Hisbe non sarebbe stata così comprensiva. Ma era qui che iAm entrava in scena. Non avrebbe permesso a nessuno di imporsi su suo fratello mentre quella merda di situazione con Selena era ancora in corso.

Non gli importava quello che avrebbe dovuto fare: Trez sarebbe stato libero di prendersi cura della sua femmina.


Fanculo la Regina.

mercoledì 24 giugno 2015

Capitolo 12 di THE SHADOWS di J.R. Ward



Capitolo 12


SCUOLA FEMMINILE BROWNSWICK, CALDWELL, NEW YORK


Denzel aveva proprio ragione in American Gangster.
I migliori spacciatori erano buoni uomini d'affari. E non serviva essere laureato ad Harvard per esserlo.

Mr. C, il Forelesser della Lessening Society, non aveva un cazzo a che vedere con una stronzata di pezzo di carta incorniciato su un muro. Ma lui era nato e cresciuto per le strade ed era dannatamente in gamba a piazzare la roba.

Mentre calava il tramonto attraverso le finestre rotte dell'ufficio, aveva continuato a sistemare il contante, le pile di biglietti da venti cenciosi tenuti insieme con gli elastici che aveva rubato dal settore fotocopiatrici nell'ufficio della FedEx. Poteva non sembrare tanto, ma era qualcosa che di solito andava storto nei film.

Mr. C si chinò e il pugno stretto su un'altra manciata di Andrew Jacksons spiegazzati e macchiati venne fuori dalla borsa Hefty sul pavimento. I suoi uomini erano tenuti a svuotare le loro tasche ogni alba lì nell'ufficio del preside, e anche se gli ci fosse voluto tutto il giorno, nessuno lo avrebbe aiutato a contare.

A questo punto, dopo circa un anno di affari, aveva più o meno un centinaio di spacciatori che lavoravano per lui, il numero oscillava su e giù a seconda di come i suoi sforzi nel reclutare uomini tenevano il passo con l'efficienza nell'uccidere della Confraternita del Pugnale Nero. La sua idea per mettere la Lessening Society tutta in un unico luogo, in questa defunta scuola privata, era stata intelligente. Poteva addestrare gli assassini come un'unità militare, farli alloggiare insieme, far seguire loro un programma prestabilito, monitorando ogni respiro e ogni vendita personalmente.

C'era un fottuto botto di ricostruzione da fare.

Subito dopo che l'Omega gli si era presentato elevandolo a Forelesser, aveva realizzato che quella promozione era una vera merda. La Society non aveva soldi. Niente armi vere o munizioni. Nessun alloggio. Nessuna organizzazione e nessun piano. Tutto era diverso ora: un'insolita, difficile alleanza aveva risolto il primo problema, e si stava occupando anche del secondo e del terzo. Il quarto toccava a lui.

A questo punto, tutto quello che doveva fare era continuare a guadagnare con quella merda. Assicurarsi che i suoi uomini stessero in riga. Tracciare il movimento del denaro. Iniziare la raccolta di alcuni giocattoli di guerra. Possibile che in passato avesse usato le armi?

Stava per fare a pezzi la Confraternita del Pugnale Nero, e passare alla storia come quello che aveva finalmente portato a termine quel fottuto lavoro.

Mr. C terminò il conteggio proprio quando l'ultimo fascio di luce veniva risucchiato dal cielo ormai scuro. 

Tirandosi in piedi, indosso le due calibro 40 e mise le mazzette di contanti in un borsone. Il totale era di quattrocentomila dollari.

Non male per 48 ore di lavoro.

Quando uscì non chiuse nulla, non vi era alcun motivo per chiudere a chiave niente, perché si poteva accedere da qualsiasi direzione. L'ufficio del preside aveva le finestre che parevano dei setacci e le porte che ciondolavano dai cardini, e su grande scala, i terreni decrepiti di quel collegio putrido erano in linea con la recinzione in ferro con più sezioni rotte di quelle che stavano in piedi.

Cosa teneva la gente lontana?

Gli assassini che gironzolavano sulla proprietà costantemente, sentinelle il cui unico compito era fare fuori chi si avvicinava troppo.

La buona notizia? Si vociferava che quel posto fosse infestato, così quando quegli stronzi di punk quindicenni avevano cercato di entrare a curiosare, un paio di trucchi dell'Omega si erano occupati di quel piccolo problema. Come gratifica, ai suoi ragazzi piaceva far cagare sotto quegli idioti, ed era di sicuro meglio che uccidere le puttane. I cadaveri erano una gran rottura di coglioni, e lui non voleva che la polizia umana fosse coinvolta.

Dopotutto, c'era una sola e unica regola nella guerra contro i vampiri: gli esseri umani non erano i benvenuti alla festa.

Una volta fuori, Mr. C salì nella Lincoln Nav nera dai vetri oscurati e svoltò sull'immobile erba passata a miglior vita. Nella penombra, riusciva a percepire i suoi ragazzi in movimento sul terreno anche se non poteva vederli, la eco del sangue dell'Omega era meglio di chip GPS infilato su per i loro culi.

Quindi, sì, sapeva che uno dei suoi era stato fatto fuori la sera precedente. Aveva percepito la morte come una scossa sotto la sua pastosa pelle bianca. Dannata Confraternita. E il coglione che era stato fatto a pezzi aveva addosso contanti e droga, per cui era una perdita netta di almeno cinquemila bigliettoni.

Tutte le sere, aveva dai venti ai venticinque spacciatori per le strade alla volta, ognuno dei quali copriva turni di quattro ore. I turni erano cruciali. Bastavano non più di duecentoquaranta minuti e gli assassini avevano troppa roba addosso, troppo da perdere se venivano beccati dalla polizia, derubati, o uccisi dalla Confraternita.

Troppo perché il suo brillante piano avesse fine.

Aveva imparato a gestire affari dalle retrovie durante il giorno, quando era ancora umano e bazzicava la strada, cercando di farsi un nome.

E per dire tutta la verità, era il fottuto Omega ad avere bisogno di lui. Non il contrario.

Il percorso che prese per arrivare al suo fornitore era diverso ogni volta, ed era ben attento a controllare qualsiasi auto alle sue spalle nel caso fosse seguito dalla polizia o da quelli della ATF. Allo stesso tempo, non vi era alcuna comunicazione telefonica con il suo grossista - le attrezzature tecnologiche avanzate in dotazione agli agenti locali e federali rendeva quella merda troppo rischiosa. I piani venivano fissati o cambiati durante l'incontro, e se entrambe le parti non si presentavano all'appuntamento, in base a un accordo stabilito in precedenza essi sapevano quando e dove rincontrarsi.

Nessuno dei suoi uomini conosceva l'identità del suo fornitore, e lui aveva bisogno che fosse così. Era arrivato doveva voleva ormai - ultima cosa che desiderava era che qualcuno cercasse di accopparlo.

E il fatto che il suo grossista fosse un vampiro?

Merda, era uno spasso.

Lo scambio di questa settimana era stato programmato per 90 minuti dopo il tramonto, vicino, ma non troppo, alla cava. Gli ci vollero buoni 45 minuti di autostrada per avvicinarsi, e poi si proseguì a passo di lumaca. La strada che attraversava il parco di mille ettari era l'unica ed era battuta come un percorso abbandonato dalle capre, e mantenuto trafficabile come una casa diroccata. Gli alberi e il sottobosco soffocavano i bordi, trasformandola in un tunnel, e segnali di avvertimento della laguna brillavano alla luce dei fari.

Li spense dopo circa centoottanta metri. Come i suoi fornitori, aveva un SUV modificato per muoversi nell'oscurità, e ai suoi occhi ci volle solo secondo per abituarsi.

Grazie, Omega.

Il bivio che stava cercando si presentò a un quarto di miglio sulla sinistra, e lui affrontò il sentiero sterrato ancora più lentamente. In passato, quando era un essere umano e spacciava quella merda, il suo cuore aveva sempre battuto in fretta mentre si avvicinava. Ora, non solo non aveva più alcuna attrezzatura cardiaca nel petto, ma non c'era modo di provare un minimo di eccitazione. Grazie alle modifiche effettuate al suo telaio da parte del capo e al lavaggio del cervello, poteva gestire qualsiasi situazione con o senza di risorse tradizionali come pistole e munizioni.

Per cui naaaaa, non era preoccupato. Neanche se quasi un milione di dollari era in procinto di passare di mano tra i due elementi criminali.

Quando finalmente arrivò al posto prestabilito, la Range Rover del suo "partner" era già nella radura tozza, aveva schiacciato gli alberelli e i cespugli nel sistemare l'auto con il muso in avanti per potersene andare subito. 

Quando raggiunse col suo lato guida quello dell'altro mezzo, entrambi abbassarono i finestrini.

Il vampiro che gestiva l'importazione della merce somigliava davvero a Dracula: capelli neri pettinati all'indietro, occhi come il mirino laser su una Glock, bocca piena di zanne, e sprigionava un'aura come se gli piacesse ferire la gente.

Il suo cervello funzionava come quello di Mr. C, comunque.

«Quattrocento» esclamò Mr. C, afferrando il borsone.
Lo tenne sospeso fuori dal finestrino, il vampiro lo prese e lo scambiò con uno identico. «Quattrocento.»

«Quarantotto?»  chiese Mr. C.

«Quarantotto. Uno quarantanove e quaranta?»

«Al tramonto. Novanta.»

«Al tramonto. Novanta.»

Richiusero i finestrini nello stesso istante e il vampiro diede gas, andandosene a luci spente.

Mr. C effettuò la stessa inversione e lo seguì; nell'attimo in cui raggiunsero il manto asfaltato, il fornitore svoltò a sinistra e lui a destra.

Nessun testimone. Nessuna complicazione. Tutto perfettamente sincronizzato.

Per essere due nemici conclamati ai lati opposti di una guerra andavano dannatamente d'accordo.



*    *    *



Abalone, figlio di Abalone, si materializzò davanti a una casa storica in uno dei quartieri più ricchi di Caldwell.

Questa era la duecentosettantunesima sera che si presentava in quella magnifica villa.

Era da stupidi contarle, naturalmente, ma lui non poteva farne a meno. Con la sua shellan che aveva raggiunto le porte del Fado e sua figlia in procinto di essere presentata alla glymera per un futuro matrimonio, la sua posizione come Primo Consigliere per Wrath, figlio di Wrath, era l'unico anniversario che non vedeva l'ora di festeggiare.

Non c'era notte che non fosse orgoglioso di essere all'altezza del retaggio di suo padre nel servire il trono.
O almeno questo era il caso tipico. Per la prima volta, tuttavia, si sentiva come se stesse deludendo sia il suo genitore che il suo Re.

Avvicinandosi alla porta d'ingresso, deglutì e armeggiò con la chiave di rame che la Confraternita gli aveva dato quasi un anno prima. Mentre entrava nel palazzo, prese un profondo respiro e sentì l'odore di olio per mobili di legno Murphy, cera d'api e limone.

Era il profumo della ricchezza e della distinzione.

Il Re doveva ancora arrivare, e Abalone tirò fuori il suo cellulare e si assicurò di non aver perso qualche chiamata. Nessuna. Quelle tre volte che aveva chiamato Wrath lasciandogli dei messaggi vocali non avevano ricevuto risposta da parte del Re.

Incapace di rimanere fermo, entrò nel salone a sinistra con le decorazioni giallo pallido, il dipinto a grandezza naturale di un re francese, e le sedie restaurate da poco allineate lungo le pareti come se fosse una sala d'attesa di uno studio medico di lusso. Si avvicinò al suo computer sulla scrivania vicino l'ingresso, non riuscì a sedersi.

Wrath aveva ripristinato la venerabile tradizione di tenere udienze con i civili, e ciò che per lungo tempo era stato un vitale collegamento tra i governanti della Razza e il loro popolo si era evoluto in un curioso mix di vecchio e nuovo. Gli appuntamenti adesso erano stilati da un testo e una e-mail. Le conferme erano inviate nello stesso modo. Le richieste venivano catalogate in un foglio Excel che poteva essere ordinato in base alla data, all'emissione, alla famiglia, o alla risoluzione. Gli statuti delle Leggi Antiche potevano essere cercati allo stesso modo non sotto forma di tomo, ma come parte di un database realizzato grazie al Saxton.

L'interazione faccia-a-faccia, tuttavia, rimaneva invariata e antica, nient'altro che il soggetto e il Re, comunicavano in privato riaffermando così quel legame importante e il rafforzamento del tessuto della Razza.

Abalone aveva creato, e continuava a gestire, il nuovo registro per le procedure moderne, e il sistema si stava dimostrando inestimabile. Con il volume di richieste sempre crescente, tuttavia - il numero era più che quadruplicato solo negli ultimi tre mesi - stava cominciando a essere subissato dal lavoro di ufficio e dalla programmazione.

I ritardi erano inaccettabili, una mancanza di rispetto sia per Wrath che per i firmatari.

Di conseguenza, stava diventando evidente che aveva bisogno di aiuto. Lui, però, non aveva nessuna idea di dove trovarlo.

La fiducia era un problema. Aveva bisogno di qualcuno in cui poter riporre fede assoluta.

Il guaio era che non sapeva da dove cominciare la ricerca - soprattutto perché le uniche persone che conosceva erano aristocratici e la glymera non solo era stata la fonte delle trame ordite che avevano quasi detronizzato Wrath, erano stati anche privati dei loro diritti e del loro potere politico.

Sarebbe stata una follia assumere i dissidenti che erano magicamente scomparsi.

E questo era solo uno dei motivi per cui l'apparizione non gradita di Throe alla sua porta di casa all'alba era stata così inquietante.

Sforzandosi di concentrarsi sul lavoro, Abalone stampò i sommari della serata e poi andò nell'improvvisata sala del trono per controllare che tutto fosse come doveva essere. Lo era. Lo spazio che precedentemente veniva usato per pranzare adesso era adibito alle udienze con Wrath - ma, era tipico del Re, nessuna ostentazione. Non c'erano sedie dorate, né mantelli di ermellino né drappi di velluto, neanche tappeti pregiati. Solo un numero di poltrone poste una di fronte all'altra davanti a un camino che sprigionava fiamme allegre in autunno e in inverno, e sfoggiava fiori freschi colti dal giardino durante la primavera e l'estate.

I ciocchi erano già stati sistemati, lui si avvicinò e li accese.

Il vero trono, quello su cui il padre di Wrath era solito sedersi, e suo padre prima di lui, e suo padre prima ancora, era stato trasferito alla magione della Confraternita. O almeno questo era quello che Abalone aveva sentito. Non era mai stato al complesso segreto e non aveva alcun interesse nel conoscerne la posizione oppure a visitarne la struttura.

Alcune informazioni erano troppo pericolose e non valeva la pena di esserne a conoscenza.

E alla fine, quella era l'unica ragione per cui non aveva sbattuto fuori a calci il cugino a metà giornata quando era divenuto ovvio che il Re era irraggiungibile.

E se Throe avesse eliminato Abalone? Il maschio non avrebbe avuto alcuna informazione, nulla che potesse danneggiare Wrath o la Confraternita. Questa struttura veniva sorvegliata dai Fratelli ogni volta che Wrath era in sede, e il Fratello Vishous aveva insistito sull'installazione di vetro antiproiettile, pannelli ignifughi, maglia d'acciaio intorno alla sala da pranzo e alla cucina, e altre misure di sicurezza che Abalone poteva solo tirare a indovinare.

Questa residenza adesso era fortificata come Fort Knox.

Lui non temeva la Banda dei Bastardi quando si trovava  qui. O la Lessening Society.

Inoltre, Throe si era semplicemente ritirato in una camera per gli ospiti e si era addormentato come se avesse bisogno di rimettersi da una ferita mortale. Una volta superata la minaccia, avrebbe rappresentato un problema come un qualsiasi altro ospite.

Tuttavia.

Mentre i minuti passavano, Abalone camminava intorno alla camera delle udienze -

«Tutto bene?»

Abalone si voltò così velocemente che i mocassini Bally scricchiolarono sul pavimento lucido. «Mio Signore...!»

In qualche modo Wrath era riuscito non solo a entrare in casa, ma anche nella stanza, senza far rumore - e non per la prima volta, Abalone provò soggezione nei confronti del maschio. Il Re era alto quasi 2 metri e 20 ed era ampiamente muscoloso, la sua natura di guerriero gli donava una presenza fisica che faceva venir voglia di mettere le mani sulla propria testa e sottomettersi pur di togliersi di mezzo. Con i capelli neri che scendevano dall'attaccatura giù fino ai fianchi e le lenti a mascherina nere che nascondevano gli occhi ciechi al mondo, ma non alla sua amata regina, egli era sia aristocraticamente bello che brutalmente autoritario. E poi c'erano le rappresentazioni tangibili della sua posizione elevata: l'anello di diamante nero sul dito medio della mano che brandiva il pugnale, e i fitti tatuaggi della sua stirpe che correvano lungo l'interno degli avambracci.

Il maschio era sempre scioccante, non importava quante ore Abalone trascorresse in sua presenza. Ma sembrava particolarmente vero in una notte come questa.

Il Re si chinò e liberò il cane guida, George, dal guinzaglio, e poi guardò da sopra la spalla. «Butch? Dammi un minuto qui, ti spiace?»

«Certo.»

Il Fratello con l'accento di Boston chiuse le porte scorrevoli e i pannelli si bloccarono. In tutta onestà Abalone poteva dire di non aver mai pensato che egli stesso avrebbe richiesto un'udienza con il suo sovrano.

Le narici di Wrath si dilatarono. «Hai qualcosa in mente.»

Per qualche ragione, Abalone si sentì come prostrato. «Ho provato a mettermi in contatto con voi, mio ​​Signore.»

«Sì, lo so. Stavo trascorrendo un raro giorno di libertà giù a Manhattan con la mia shellan. Non ho ricevuto i messaggi fino a circa cinque minuti fa. Ho presunto che, qualunque cosa fosse, avremmo potuto parlarne faccia a faccia.»

«Sì. Certo.»

«Allora, cosa succede?»

Santissima Vergine Scriba, questo doveva essere quello che si provava a essere infedele alla propria compagna, pensò Abalone. «Io...»

«Di qualunque cosa si tratti, puoi parlare. E ce ne occuperemo.»

«Io, ah, questa mattina ho ricevuto una visita appena prima dell'alba. Un mio cugino.»

«E non è una buona notizia?»

«È... Throe.»

Invece di indietreggiare o imprecare, il Re si lasciò sfuggire una risatina - un po' come un grande felino che fa le fusa quando gli si presenta la prospettiva di un pasto. «Un affare complicato. Non mi avevi detto che era un tuo parente.»

«Non lo sapevo. Ho ricevuto una chiamata da un cugino di terzo grado. Credo che la parentela sia avvenuta attraverso il matrimonio. Se ne avessi avuto una pallida idea-»

«Non preoccuparti. C'è poco da fare con cosa si trova nel vostro albero genealogico.» Le narici vibrarono ancora una volta. «Immagino non fosse il benvenuto in casa tua, vero?»

«No, mio ​​Signore. L'ho fatto entrare solo perché ha offerto informazioni sulla Banda dei Bastardi. Egli afferma di averli abbandonati e di essere pronto a rivelare il luogo in cui vivono, le strategie, le posizioni.»

Il Re sorrise, rivelando zanne lunghe come pugnali. «Allora di sicuro voglio incontrarlo.»

Abalone cedette al suo istinto, si avvicinò e si abbassò sul sobrio pavimento di legno. «Mio Signore, dovete sapere che-»

Il Re mise la mano sulla spalla di Abalone, e quel palmo era talmente grande che sembrava inghiottire l'intero torso di Abalone. «La tua lealtà è rivolta a me e a me soltanto. Posso sentirne l'odore. Riesco a percepirla. Nessun senso di colpa. Lui è a casa tua ora?»

«Sì.»

«Allora andrò da lui.»

«Non vuoi inviare un incaricato piuttosto?»

«Non ho niente da nascondere, e io non ho paura di lui o di Xcor e della sua piccola banda di ragazzine. Hanno cercato di uccidermi una volta, ricordi? Non ha funzionato. Hanno provato a detronizzarmi. Eppure sono ancora qui. Col cazzo che possono toccarmi.»

Come se Wrath potesse leggere nel pensiero, allungò la mano con il diamante nero, e Abalone afferrò ciò che gli era stato offerto, premendo le labbra sulla pietra sacra riscaldata dalla carne del grande uomo.

«Butch» gridò Wrath. «Chiama la Confraternita. Abbiamo una visita da fare.»

Il Fratello rispose dietro i battenti chiusi mentre il Re abbassava il viso, come se potesse guardare negli occhi di Abalone. «Ora, Primo Consigliere, desidero che rinvii le prime due ore di udienza.»

«Sì, mio ​​Signore. Subito.»

«E poi andiamo a casa tua.»


«Ai vostri ordini, mio ​​Signore. Qualunque cosa comandate.»

martedì 16 giugno 2015

Capitolo 11 di THE SHADOWS di J.R. Ward



Capitolo 11



Selena divenne a poco a poco consapevole di non essere più al Santuario. Tuttavia non riconosceva il posto in cui si trovava: il suo cervello era lento nell'elaborare sia i segnali emanati dal suo corpo che gli spunti sull'ambiente che la circondava, come se l'attacco le avesse congelato non solo la carne, ma anche la mente.

Gradualmente, però, si era resa conto che non c'era più erba sul suo viso. Niente alberi o templi in lontananza. Neanche il dolce scorrere dell'acqua dai bagni.

Lei cercò di spostare la testa e gemette.

«Selena?»

Il volto che si affacciò nel suo campo visivo le riempì gli occhi di lacrime. Era Trez... era Trez...

Come se lo avesse evocato da un sogno, era proprio davanti a lei, e lo divorò con gli occhi: la scura pelle liscia, gli occhi neri a mandorla, i capelli rasati neri, la presenza incombente della sua massa e dell'altezza.

Il suo primo istinto fu quello di allungare una mano per toccarlo, ma una saetta di dolore la fermò, facendola annaspare.

«Doc Jane» abbaiò lui. «È sveglia!»

Trez? disse lei. Trez, aspetta, ho bisogno di dirti una cosa-

«Doc Jane!»

No, non preoccuparti di questo. Ho bisogno di-

«Non riesce a respirare!»

Accadde tutto così in fretta. Tutto insieme, una maschera le fu spinta sul viso e qualcosa costrinse i suoi polmoni a gonfiarsi. Delle voci esplosero intorno a lei. Un acuto segnale acustico suggeriva che l'allarme si stesse spegnendo-

Qualcuno provò a raddrizzarla e le sue articolazioni ruggirono in segno di protesta. Oh, aspetta, era lei che cercava di muoversi - provava a sedersi per vedere cosa stava succedendo.

«Lei si sta muovendo!» Quello era Trez - ne era sicura. «Il braccio si è mosso!»

«È in arresto cardiaco. Puoi appiattirle il torace?»

Il dolore che venne subito dopo fu talmente intenso da farla urlare.

«Mi dispiace» le sussurrò Trez in un orecchio, la voce rotta. «Mi dispiace, piccola. Mi dispiace da morire, ma dovevo metterti supina-»

Selena gridò di nuovo, ma non fu sicura di averlo registrato come suono. E poi il suo campo visivo si offuscò, a partire dai lati e dirigendosi verso il centro, come se una nebbia la stesse invadendo da ogni direzione.

All'improvviso, lei si ritrovò a fissare la lampada scialitica - il che significava che in qualche modo erano riusciti a sdraiarla sulla schiena. Poi arrivò la pressione alle spalle, alla colonna vertebrale, alle braccia. La vista andava e veniva, quell'annebbiamento recedeva e ritornava mentre grandi ondate di dolore la scuotevano.

«Non voglio romperle nulla» disse Trez a denti stretti.

Così le sue mani le raggiunsero i polsi, costringendoli ad abbassarsi.

«Devo arrivare lì. Adesso.» La dottoressa Jane apparve sul lato opposto del tavolo, e nelle mani aveva dei blocchi della grandezza di un palmo con dei cavi a spirale alle estremità.

«Toglile la veste.» La dottoressa Jane guardò in un'altra direzione. «Voi maschi dovete andarvene, oppure lui non ci lascerà accedere al suo torace.»

Quell'allarme era così forte ora, un unico suono continuo, non interrotto da intervalli.

«Libera!» urlò la dottoressa Jane.

Un fulmine colpì il petto di Selena, le sollevò il torso dal tavolo, le fece scricchiolare ognuna delle sue vertebre, le inarcò la spina dorsale tenendola sospesa.

Quando lei tornò giù con un tonfo sul materasso sottile del lettino da visita, ci fu una breve, intensa pausa durante la quale le tre persone intorno a lei, la dottoressa Jane, l'infermiera Ehlena, e Trez, la guardarono fisso. Lei si concentrò su Trez - e fu allora che notò una quarta persona che stava in piedi accanto a lui, un grande corpo di spalle, una testa scura inclinata verso il basso da un lato.

iAm.

Oh, bene, era felice che lui fosse lì per Trez.

Selena aprì la bocca sotto la maschera, guardando direttamente negli occhi neri dell'Ombra. Se solo avesse potuto digli-

Il caos esplose di nuovo intorno a lei, i polmoni che spingevano contro le costole, le voci che salivano di tono, la gente che cambiava posizione.

«Basta con la ventilazione» gridò la dottoressa Jane. «Libera!»

Una seconda potente scarica l'attraversò, facendole contorcere il torso. Questo volta non ci fu alcuna pausa. 

Quella dura e intensa spinta nei polmoni ritornò immediatamente e continuò... ancora e ancora.

«Cosa facciamo adesso?» chiese Trez con voce strozzata.

Oh, beata Vergine Scriba, stava piangendo.

Trez, Selena pensò a lui. Ti amo...


*    *    *


Trez viveva e moriva grazie al monitor che mostrava i segni vitali a meno di mezzo metro dalla testiera del lettino da visita. Un semplice cavo collegava Selena al suo computer incorporato, e lo schermo mostrava tutti i tipi di informazioni che non significavano nulla per lui. L'unica cosa che aveva capito, tuttavia, e che era maledettamente chiara, era che la linea gialla in basso avrebbe dovuto innalzarsi e scendere a picco a intervalli regolari quando il suo cuore batteva.

Non andava su e giù con un chiaro schema regolare - neanche dopo che era impazzito quando la dottoressa Jane aveva messo quelle placche al centro e al lato del torace di Selena e aveva inviato tutta quella carica elettrica nel petto dell'Eletta.

Piatto. Era di nuovo piatto.

Ehlena continuava a ventilare, le mani stringevano il palloncino azzurro che spingeva l'aria nella gabbia toracica di Selena. E nel frattempo, Trez fissava quella linea gialla, sperando che s'innalzasse, che rispondesse a un battito del cuore di Selena.

«Dannazione, batti...»

Qualcosa gli sfiorò il viso e lui sobbalzò indietro - solo per scoprire che Selena lo stava toccando, la sua pallida mano sottile che si allungava in una serie di strattoni come se la giuntura fosse arrugginita.

«Selena» esclamò, abbassandosi in modo che lei non dovesse sforzarsi. «Selena...»

Le baciò il palmo, le dita, e poi lasciò che gli sfiorasse le guance. I suoi occhi erano di un azzurro intenso, luminoso, incandescente. E per un attimo, tutto svanì e nella camera restarono solo loro due, le pareti della sala visite, l'attrezzatura e il personale, anche il suo amato fratello, tutto scomparve.

Le labbra di lei cominciarono a muoversi sotto la mascherina di plastica trasparente.

«Va bene, va bene, va bene.» Non aveva idea di ciò che stava dicendo. «Puoi rimanere con me? Ti prego, resta qui - non andartene.»

Lei si stava muovendo, ed era una cosa buona, giusto?

«Selena!» Merda, i suoi occhi stavano rotolando all'indietro. «Selena...!»

«La stiamo perdendo!»

Non ci fu nessun pensiero cosciente in lui. Nell'istante in cui la dottoressa Jane abbaiò di nuovo quelle tre orribili parole, lui scompose la sua forma fisica e ricoprì il corpo di Selena con le sue molecole, la sua energia, la sua anima, circondandola sopra, sotto e tutto intorno. Si gettò dentro di lei, spingendosi attraverso la pelle, sempre più in profondità, condividendo tutto quello che aveva nella speranza di poter fare quello in cui il macchinario aveva fallito.

Sperando di riportarla indietro in qualche modo...

E poi accadde.

Sicuro che se Selena avesse allungato le mani e avrebbe afferrato quello che lui aveva da darle, sentì una stretta vitale aggrapparsi alla sua essenza, accoglierla e infine prendere da lui.

Proprio così, pensò. Usami-

«Ho un battito!» esclamò qualcuno. «Sta respirando!»

Sentì il commento non come suono, ma come i pensieri degli altri - non ci si soffermò, però. Troppo presto. Non aveva dato abbastanza.

Eppure tutto troppo in fretta, la sua forza cominciò a svanire, la sua energia si ridusse in un flusso, niente fu graduale. Per quanto lui volesse continuare ad aiutarla, sapeva che doveva ripristinare la sua forma fisica, oppure sarebbe rimasto sotto forma di vapore, e che era una condanna a morte.

Non fino a quando lei non ci sarà più, ripeté a se stesso.
E avrebbe potuto aiutarla ancora, dopo aver-

Trez atterrò sul pavimento piastrellato come fosse stato spinto verso il basso, tutti colpi duri e ceffoni. Dal suo punto di vista, diede una lunga occhiata da vicino alle Crocs rosse della dottoressa Jane, quelle blu di Ehlena, e alle ginocchia di suo fratello mentre il maschio si accovacciava accanto a lui.

iAm entrò in azione, senza perder tempo, afferrò Trez sotto i pettorali e lo trascinò fino alla testa di Selena, sollevandolo quando non riusciva a stare in piedi, in ginocchio, o anche tenere il busto in verticale.

Nessun indizio su cosa la dottoressa Jane ed Ehlena stessero facendo, continuavano a girare attorno al corpo prostrato di Selena con tutti i tipi di attrezzature mediche-

La porta del corridoio si spalancò. Manny Manello, il medico umano collega di Jane, era in abiti civili ed era davvero seccato, come se fosse tornato di corsa dal centro di addestramento.

Genere sbagliato. Considerando che Selena era nuda.

Le labbra di Trez si arricciarono mentre le zanne scendevano di botto, un ringhio si propagò dalla sua gola.

«Che traffico lento!» esclamò Manny. «Mi dispiace tanto-»

«Devi andartene» urlò la dottoressa Jane mentre controllava gli occhi di Selena con una luce. «A meno che tu non voglia essere morso.»

Quando Manny gli lanciò un'occhiata tutta sopracciglia, Trez sentì la forza tornare in lui. E non fu l'unico ad averlo notato. iAm gli strinse le pesanti braccia attorno al petto.

«Sarò fuori tra un secondo per un consulto?» chiese la  dottoressa Jane al suo collega.

«Ricevuto.» Manny sollevò una mano per Trez. «Mi dispiace, amico.»

Bisognava rispettare il tempismo del suo dietrofront, pensò Trez quando il tizio scomparve.

«Lei ha una mobilità limitata alle braccia, dalla punta delle dita alle spalle» annunciò Ehlena dirigendosi alla base del tavolo e afferrò la gamba di Selena. «Anca. Ginocchio. Caviglia. Stessa situazione.»

«I segni vitali sono stabili» comunicò la dottoressa Jane. «Voglio un'altra serie di raggi X non appena sarò sicura che lei resterà con noi.»

Jane guardò Trez. «L'hai riportata indietro. Le hai salvato la vita.»

Come se avesse sentito le parole e le avesse comprese Selena lo guardò. Trez aprì la bocca per rispondere, e non ne uscì nulla. Come qualcuno che si era scollegato dal mondo, tutto cominciò a sbiadire diventando nero e lui cadde in uno stato di incoscienza.

L'unica cosa di cui era conscio? Anche dopo essere scivolato in quel cazzo di limbo?


Il costante bip-bip-bip del macchinario che monitorava il battito cardiaco di Selena.