mercoledì 10 giugno 2015

Capitolo 10 di THE SHADOWS di J.R. Ward



Capitolo 10


Paradise, figlia diletta di Abalone, Primo Consigliere del Re, aggrottò la fronte allo schermo del suo portatile della Apple. Si sistemava sempre nella biblioteca di suo padre da quando lui aveva iniziato a lavorare ogni notte per Wrath, figlio di Wrath, perché in quel vecchio e irregolare palazzo stile Tudor, il segnale wi-fi era più forte a questa scrivania. Non che un buon segnale le fosse di qualche aiuto in quel momento. Il suo account Hotmail era zeppo di messaggi non letti, perché, con iMessage sul suo cellulare, Twitter, Instagram e FB, non aveva alcun motivo per collegarsi molto spesso.

«Allora aspetta, come si chiamava?» esclamò lei al cellulare.

«Corso Nuovi Apprendisti» rispose Peyton, figlio diletto di Peythone. «Te l'ho inviata, tipo, un'ora fa.»

Lei si sedette sul bordo della poltrona di suo padre. «C'è solo un mucchio di spazzatura qui dentro.»

«Adesso te la rimando-»

«Aspetta, trovata.» Cliccò due volte sull'allegato. «Accidenti. È su carta intestata ufficiale.»

«Te l'avevo detto.»

Paradise controllò la data, il saluto personalizzato a Peyton, i due paragrafi sul programma, e la frase conclusiva. «Porca... è firmato da un Fratello.»

«Tohrment, figlio di Hharm.»

«Beh, se si tratta di un falso, qualcuno sta per beccarsi un-»

«Ma hai letto cosa dice nel secondo paragrafo?»

Lei si concentrò sulle parole. «Femmine? Cioè, cavolo... accettano anche le femmine

«Lo so, vero?» Ci fu un a specie di gorgoglio e uno sbuffo mentre Peyton soffiava una boccata di fumo. «È senza precedenti.»

Paradise rilesse la lettera, questa volta con più attenzione. Parole chiave le balzarono davanti agli occhi: provini aperti per il programma di addestramento. Femmine e civili sono invitati ad effettuare il test d'ingresso sulle prestazioni fisiche. Le sessioni saranno tenute dagli stessi membri della Confraternita. Lezioni? Nada.

«Che cosa sta passando per la loro testa?» mormorò Peyton. «Voglio dire, dovrebbe essere solo per i figli dei membri della glymera

«Non più, a quanto pare.»

Quando Peyton tirò fuori un commento circa il gentil sesso e i ruoli tradizionali a casa e sul campo di battaglia, Paradise si appoggiò allo schienale della poltrona di pelle. Accanto a lei, i ciocchi sistemati dal doggen crepitavano con fiamme arancioni nel camino di marmo, il calore le colpiva un lato del viso e metà del corpo. Tutto intorno, la biblioteca di suo padre risplendeva di un bagliore giallo, di mogano tirato a cera e i rilievi d'oro sulle coste della sua collezione di libri rigorosamente in prima edizione.

Il palazzo in cui vivevano era uno dei più imponenti di Caldwell, con più di quaranta camere arredate con un lusso pari alla biblioteca, se non ancora maggiore. Bellissime sete ricoprivano le finestre vetro piombato a forma di diamante. Eleganti tappeti orientali spiegati sui pavimenti lucidi. Dipinti a olio di antenati erano appesi alle pareti lungo le scale e disposti bene in vista su mensole e credenze. Della raffinata porcellana cinese era esposta al tavolo per ogni pasto, il cibo cucinato e servito dall'ampio numero del personale.

Aveva vissuto qui con suo padre per anni e anni, istruita da altre signore della glymera in tutto ciò che rende una femmina aristocratica una degna compagna: l'abbigliamento, la capacità di intrattenere gli ospiti, l'etichetta, essere la castellana di una tenuta.

E tutto questo per arrivare a cosa? Al suo debutto in società, che era stato posticipato, così come il programma di addestramento della Confraternita, a causa degli attacchi dei lesser due anni prima.

Ora, però, ciò che la attendeva stava per essere reintegrato. Quel che era rimasto dell'aristocrazia era ritornata a Caldwell muovendosi dalle loro case sicure, e vista la sua maggiore età ed essendo trascorsi almeno quattro anni dalla sua transizione, per lei era giunto il momento di trovare un compagno.

Dio, quanto la terrorizzava tutto questo-

«Pronto?» chiese Peyton. «Ci sei ancora?»

«Scusami, sì, ci sono.» Allontanò il telefono dall'orecchio quando sentì un intenso crepitio. «Cosa stai facendo?»

«Sto aprendo un sacchetto di patatine della Cape Cod.» Crunch. Munch. «Oh zio cane, sono incredibili...»

«Allora, cosa hai intenzione di fare?»

«Ne ho ancora mezza busta. Quindi conto di terminarle e farmene un'altra. Poi con ogni probabilità me ne andrò a dormire-»

«No, per programma del centro di addestramento.»

«Mio padre mi ha già detto che devo andare. Va bene, comunque. Non ho fatto niente per tre anni ormai, e mi avrebbero iscritto all'apertura del complesso, ma... beh, ti ricordi cosa è successo.»

«Sì, e faresti meglio a smettere di fumare. A loro non piacerà.»

«Occhio non vede, cuore non duole. Inoltre, mi appello al primo emendamento.»

Lei alzò gli occhi al cielo. «Va bene, per primo, tu non sei umano, quindi la loro Costituzione non si applica a te. E secondo, si riferisce alla libertà di parola, non alla libertà di fumare.»

«È uguale.»

Quando Peyton fece un altro tiro alla sigaretta, lei si figurò il suo bel viso, le spalle ampie, e gli occhi di un azzurro intenso. Si conoscevano da tutta la vita, i membri delle famiglie di entrambi si erano sposati tra di loro per generazioni, come facevano tutti membri dell'aristocrazia.

Era il segreto peggio custodito dalla glymera che i genitori di Peyton e suo padre avessero da poco iniziato a parlare del fatto che loro due si mettessero insieme-

Il suono basso e profondo del battente della porta d'ingresso le fece voltare la testa.

«Chi è?» chiese, alzandosi in piedi e sporgendosi in avanti in modo da vedere fuori nell'atrio.

Il loro maggiordomo, Fedricah, percorse il pavimento, e sebbene suo padre non avesse mai aperto la porta personalmente, anche lui uscì dal suo studio privato di fronte.

«Padrone?» domandò il maggiordomo. «Aspettate qualcuno?»

Abalone si sistemò la giacca. «Un lontano parente. Pensavo di avertelo detto, le mie scuse.»

«Me ne vado a letto» esclamò Paradise al cellulare. «Buongiorno.»

Ci fu una pausa. «Già, anche a te, Parry. E lo sai, puoi chiamarmi se hai degli incubi, va bene?»

«Certo. Lo stesso vale per te. 'Giorno.»

«'Giorno anche a te.»

Mentre chiudeva la chiamata, lei si scoprì contenta che il suo amico fosse ancora in circolazione. Da quando gli attacchi erano diminuiti e tanti della loro classe sociale erano stati fatti a pezzi, loro due avevano preso l'abitudine di usare le linee telefoniche per far passare le ore, a volte interminabili, di luce diurna. Il collegamento era stato indispensabile nel periodo immediatamente successivo alle incursioni, quando lei e suo padre si erano trasferiti a Catskills, mentre lei sfogava il suo nervosismo in quel grande fienile vittoriano per mesi.
Peyton era un buon amico. Per quanto riguardava la storia del mettersi insieme?

Non sapeva come sentirsi se ci pensava.

Aggirando la scrivania, lei attraversò l'atrio fino a che suo padre la vide e scosse la testa. «Sparisci, Paradise. Per favore.»

Le sue sopracciglia scattarono in alto. Questa era la sua parola in codice per rifugiarsi nel tunnel nascosto della casa. «Cosa sta succedendo?»

«Ti prego, vai.»

«Hai detto che era un parente.»

«Paradise

Paradise ritornò in biblioteca, ma rimase sotto l'arco della porta, in ascolto.

Il cupo cigolio dell'apertura della massiccia porta d'ingresso le apparve risuonare con forza.

«Sei tu» esclamò il padre in uno strano tono. «Fedricah, puoi scusarci, vero?»

«Ma certo, Padrone.»

Il maggiordomo si allontanò, attraversando brevemente quella parte dell'atrio che Paradise poteva vedere. Dopo un momento, la porta nella metà posteriore della casa si chiuse.

«Allora?» domandò una voce maschile. «Hai intenzione di invitarmi a entrare?»

«Non lo so.»

«Morirò qui fuori. Nel giro di pochi minuti.»

Paradise combatté la voglia di allungare la testa oltre lo stipite per vedere di chi si trattava. Non aveva riconosciuto la voce, ma la pronuncia precisa e l'accento altezzoso suggerivano che fosse un aristocratico. Il che aveva senso, considerando che si trattava di un "parente".

«Indossi una tenuta da battaglia» ribatté suo padre. «Non lo consento oltre la soglia di casa mia.»

«È la mia banda o sono le mie armi a spaventarti di più?»

«Non mi spaventa nessuno dei due. Sei stato battuto, se ben ricordi.»

«Ma non sconfitto, mi dispiace dirlo.» Ticchettii suggerivano che qualcuno stesse maneggiando degli oggetti fatti di parti metalliche. E poi ci fu un tonfo, come se qualcosa avesse colpito la scalinata di pietra davanti all'ingresso. «Ecco, quindi, sono nudo davanti a te. Sono completamente disarmato, e le mie armi sono sulla soglia di casa, non dentro le mura.»

«Io non sono tuo cugino.»

«Condividiamo lo stesso sangue. Abbiamo molti antenati in comune-»

«Risparmiamelo. E qualunque messaggio il tuo capo voglia inviare al Re, deve farlo attraverso-»

«Non sono più un seguace di Xcor. In nessun modo.»

«Chiedo scusa?»

«I legami sono stati recisi.» Ci fu un sospiro esausto. «Ho trascorso i mesi dopo le elezioni che hanno restituito a Wrath il trono cercando di convincere Xcor e la Banda dei Bastardi a tirarsi fuori dal loro tradimento. Anche dopo aver ragionato e supplicato intensamente affinché si trovasse una strada più intelligente, sono rattristato di non essere riuscito a dissuaderli dalla loro follia. Infine, me ne sono dovuto andare. Sono sgattaiolato via di nascosto e mi sono allontanato dal posto in cui vivono, e ora temo per la mia vita. Non ho nessun altro posto dove andare, e quando ho parlato con Salliah nel Vecchio Continente, mi ha suggerito di venirti a trovare.»

Il loro lontano cugino, pensò Paradise. Riconobbe quel nome.

«Per favore» disse il maschio. «Chiudimi dentro una stanza se devi farlo-»

«Io sono un fedele servitore del Re.»

«Allora non sprecare un vantaggio tattico.»

«Cosa stai suggerendo?»

«In cambio della sicurezza sotto il tuo tetto, io sono pronto a dirti tutto quello che so sulla Banda dei Bastardi. Dove passano le ore di luce. Quali sono i loro schemi. Dove si incontrano durante la notte. Come pensano e come combattono. Certamente queste notizie ben valgono l'affitto di un posto letto.»

Paradise non riusciva più a sopportarlo. Doveva vedere chi era quell'uomo.

Inchinandosi, piegò il proprio corpo intorno allo stipite e lanciò un'occhiata oltre le spalle rigide di suo padre. Il suo primo pensiero fu che i pantaloni di pelle strappati del maschio e la camicia button-down non corrispondevano alla sua voce. Il suo secondo fu che i suoi occhi erano lividi, erano così stanchi.

Sembrava davvero essere arrivato dal fronte della guerra, qualcosa di dolciastro e nauseabondo che proveniva dal suo corpo aveva impregnato l'aria non appena aveva messo piede in casa.

Il maschio la notò subito, e il suo volto registrò qualcosa che nascose molto in fretta.

Il padre voltò la testa e le scoccò un'occhiataccia. «Paradise» sibilò.

«Posso capire perché esiti» esordì il maschio, senza mai lasciare gli occhi della femmina. «Infatti, lei è preziosa.»

Suo padre si voltò verso Paradise. «Devi andartene.»

Il maschio si abbassò su un ginocchio e chinò il capo, mise una mano sul cuore e sollevò l'altra con il palmo aperto verso l'alto. Nell'Antico Idioma, disse a bassa voce, "Giuro sul nostro comune lignaggio che non arrecherò alcun danno a voi, alla vostra figlia diletta, o a qualsiasi cosa vivente all'interno di queste mura - oppure possa la Vergine Scriba troncare la mia vita dinanzi ai vostri occhi."

Suo padre la guardò e fece un secco cenno con un braccio, un ordine diretto a lei di uscire da quella stanza e starsene lontana.

Lei sollevò le mani e annuì, tutta un Okay, okay, okaaaaay.

Muovendosi rapidamente, tornò in biblioteca e si avvicinò ai pannelli accanto al camino. Allungò la mano sotto la terza mensola a partire dal pavimento e azionò un punto nascosto, premette la leva e fu in grado di spingere l'intero carico di libri fuori e oltre sul percorso ben oliato. Con una veloce scivolata, emerse nel corridoio che correva intorno al primo piano della casa, che consentiva l'accesso, sia visivo che reale, a ogni stanza attraverso delle porte nascoste e punti di osservazione.

Sembrava un qualcosa uscito da un film di Alfred Hitchcock.

Chiudendosi dentro, Paradise raggiunse le scale basse che si trovavano alla parte opposta, e mentre le saliva, avrebbe voluto poter sentire quello che i due maschi si stavano dicendo. Come al solito, però, sarebbe rimasta all'oscuro; suo padre non le aveva mai detto niente di niente.

Faceva parte della sua mentalità vecchia scuola: le femmine di buona famiglia non avevano bisogno di essere disturbate con cose come misteriosi, lontani parenti che si presentavano senza preavviso e armati fino ai denti. O, per dire, di quale tipo di affari si occupava la famiglia, quanto guadagnava o a quanto ammontava il suo patrimonio. Per esempio, quando suo padre era stato nominato Primo Consigliere del Re, fu tutto ciò che le era stato detto. Non aveva idea in che cosa consistesse il suo lavoro, cosa faceva per il Re e la Confraternita - diavolo, non sapeva nemmeno dove andava ogni notte.
Lei credeva che lui pensasse veramente di preservarla.

Ma Paradise odiava essere all'oscuro di tutto.

Alla sommità della scala nascosta, proseguì per altri quattro metri e mezzo e si fermò davanti un pannello incassato. Il chiavistello era a sinistra e lei lo aprì.
La sua camera da letto era tutta delicata e femminile, dal letto frivolo al pizzo alle finestre, ai tappeti a mezzopunto morbidi come pantofole che non avevi bisogno di indossare.

Entrò e chiuse la serratura della porta, sapendo che sarebbe stata la prima cosa che suo padre avrebbe controllato quando fosse salito al piano di sopra - e se non si fosse affacciato al secondo piano perché doveva restare con il loro "ospite"? Avrebbe mandato Fedricah a effettuare il test della maniglia.

Arrivata al suo letto, si sedette, scalciò via i mocassini, e ricadde sul piumone. Fissando il baldacchino, scosse la testa.

Chiusa nella sua stanza. Tagliata fuori da qualsiasi azione.

Subito dopo gli attacchi, quello era stato l'unico posto in cui voleva essere, l'unico modo per sentirsi al sicuro. Ma quelle notti di terrore si erano trasformate in mesi di preoccupazione... che erano scivolati in una normalità inquieta... che si era evoluta in una vita semplice in generale.

Per cui ora si sentiva in trappola. In questa stanza. In questa casa. In questa vita.

Paradise fissò la porta chiusa a chiave.

Chi era quel maschio? si chiese.


martedì 2 giugno 2015

Capitolo 9 di THE SHADOWS di J.R. Ward



Capitolo 9


iAm rientrò alla grande magione di pietra della Confraternita appena prima dell'alba, corse su per i gradini verso l'entrata simile a quella di una cattedrale, e si fece strada nel vestibolo. Seguendo il protocollo, volse la faccia nell'occhio della telecamera di sicurezza e attese.

Un attimo dopo, la porta interna si aprì e una vispa vecchia gatta gli diede il benvenuto - insieme agli intensi aromi di un Ultimo Pasto ben cotto.

«Buona sera, Padrone» esclamò Fritz, il maggiordomo, con un inchino. «Come state?»

«Ehi, ascolta, per caso hai visto il mio fratello? Lo sto cercando da -»

«Sì, lui è tornato.»

iAm quasi imprecò per il sollievo. «È fantastico. Semplicemente fantastico.»

Almeno il povero bastardo era in casa al sicuro e in un ambiente protetto. Ma, Cristo, Trez avrebbe potuto almeno rispondere a un suo messaggio informandolo che era vivo. Quanti volte quel suo cellulare non aveva dato risposta-

Alla sua sinistra, un'ombra si mosse fulminea e fece un balzo dal pavimento a mosaico, lanciandosi come un missile contro di lui.

iAm afferrò Maledetto Gatto, anche noto come Boo, tra le braccia. Aveva sempre disprezzato quell'animale - specialmente negli ultimi tempi, visto che il sacco di pulci aveva iniziato a dormire con lui durante il giorno. Tutto quelle coccole. Le fusa.

La cosa peggiore? Lui cominciava ad abituarsi alla tortura.

«... clinica.»

«Scusami?» iAm grattò il gola di Boo, che roteò gli occhi all'indietro. «Non ho sentito una parola di quello che hai appena ha detto.»

«Le mie scuse.» Il maggiordomo s'inchinò ancora una volta, anche se non era colpa sua. «L'Eletta Selena si è ammalata ed è stata portata in clinica. Trez è con lei mentre viene sottoposta a cure - Credo che anche il Primale e Cormia siano laggiù. Mi dispiace doverlo dire, ma le sue condizioni appaiono molto gravi.»

«Dannazione...» iAm chiuse gli occhi e lasciò cadere la testa all'indietro. Stavano aspettando l'inevitabile mossa successiva, ma avrebbe dovuto riguardare la s'Hisbe. Non l'Eletta da cui suo fratello era così attratto. «Cosa c'è che non va in lei?»

«Non credo che una diagnosi sia stata accertata.»

Merda. «Okay, grazie, amico. Io devo andare-»

L'Eletta Layla apparve nell'arco della porta della sala da biliardo, Qhuinn e Blay alle sue spalle. «Perdonami, ma ho appena sentito parlare di Selena?»

Lasciando che il maggiordomo rispondesse a quella domanda, iAm si diresse verso la porta nascosta sotto la scalinata principale - e non fu sorpreso quando gli altri la scesero in fretta dietro di lui.

Proprio mentre digitava il codice per aprire i pannelli sigillati, un cellulare cominciò a squillare.

«È di nuovo il tuo?» chiese Qhuinn.

Layla silenziò la suoneria. «È solo qualche umano che sbaglia a digitare.»

«Vuoi che V blocchi il numero?»

«Oh, non c'è motivo di infastidirlo per questo.»

«Avanti, dai a me, e vedrò cosa-»

Layla lasciò scivolare il telefono tra le pieghe della sua veste. «Non chiameranno di nuovo. Andiamo.»

Dopo un tenue biiiiip, iAm aprì le porte e discesero lungo la scala bassa fino a una seconda porta chiusa. Dall'altra parte c'era il tunnel sotterraneo che correva dalla magione fino al centro di addestramento, e ancora oltre fino alla Tana, dove V e Butch vivevano con le loro compagne.

Ad ogni passo lungo il corridoio rivestito di cemento dal soffitto basso, le spalle di iAm si irrigidivano, i muscoli lungo la spina dorsale si indurirono talmente tanto che il dolore si riverberò fino alle tempie.

Quando emersero in ufficio, Tohr alzò gli occhi dal computer. «È una convention qui stasera.»

«Selena sta male» mormorò Qhuinn.

Il Fratello si alzò in piedi. «Cosa? L'ho vista appena un'ora fa. Si stava recando a nutrire Luchas e...»

E fu così che cinque paia di scarpe e anfibi percorsero il corridoio.

Il centro di addestramento era un'enorme struttura sotterranea che comprendeva ogni cosa a partire da una piscina olimpionica, un poligono di tiro, una sala pesi, gli appartamenti del personal trainer, e una palestra completa, alle camere per le attrezzature e un complesso di aule che erano state utilizzate per l'insegnamento dei tirocinanti prima degli attacchi. C'erano anche ampie strutture mediche, con sale operatorie e terapie intensive - che era dove si stavano dirigendo così di corsa.

Il fatto che delle persone fossero raggruppate intorno alla porta chiusa della sala visite non era un buon segno: Phury, Cormia, Rhage e Vishous erano in modalità attesa ansiosa, camminavano avanti e indietro, fissavano il pavimento, si dimenavano.

«Oh, grazie a Dio» esclamò Phury quando vide iAm. «Trez sarà contento di averti qui. Stavamo cercando di contattarti senza riuscirci.»

Probabilmente perché il suo telefono si era spento - ma lo aveva ignorato da quando aveva lasciato l'appartamento e per andare in cerca di Trez allo shAdoWs.

«La stanno sottoponendo ai raggi X» disse V. «Ecco perché siamo qui. Trez non vuole lasciarla.»

Layla aggrottò la fronte. «Perché le stanno facendo una radiografia? Si è rotta un-»

Cormia andò verso l'altra Eletta e prese le mani di Layla tra le sue. Uno scambio di parole dolci e poi Layla sussultò sbandando pericolosamente. Quando Qhuinn la sostenne, iAm decise che, qualunque cosa fosse, doveva entrare là dentro.

«Non intendo aspettare» disse, mettendo il gatto a terra e spinse la larga porta.

In un primo momento, non riusciva a capire cosa stava guardando. Mentre il pesante pannello si chiudeva alle sue spalle silenziosamente, si concentrò su quelle che sembravano le gambe di un tavolo sul ripiano medico. Solo che... era Selena. I suoi polpacci e le cosce esili erano piegati, separati in modo anomalo e irrigiditi in un'angolazione scorretta, come se fosse soffrisse molto, e non era stata colpita solo la parte inferiore del corpo. La posizione della testa era tutta sbagliata, le braccia ritorte contro il petto, anche le dita strette come fossero artigli.

Sembrava come se fosse nel mezzo di una specie di attacco epilettico.

La dottoressa Jane stava posizionando un grosso macchinario sopra la spalla di Selena, e la sua infermiera, Ehlena, la seguiva da dietro in modo che i vari cavi non si aggrovigliassero. Trez era vicino alla testa di Selena, le accarezzava i capelli neri con mani tremanti.

Non alzò nemmeno lo sguardo. Non sembrava si fosse accorto che qualcun altro era entrato nella stanza. Non respirava nemmeno.

«Okay, Ehlena, la piastra?» Il medico accettò qualcosa che aveva le dimensioni di un pezzo di carta in formato A4, ma dello spessore di un dito. A un'estremità di esso erano collegati dei fili che lo connettevano a un computer portatile appoggiato su un tavolo mobile. «Sto cercando di spostare il gomito qui.»

La piastra venne fatta scorrere sotto l'articolazione, poi la dottoressa Jane guardò Trez. «Vuoi restare anche adesso?»

Lui annuì e si allungò, facendo il proprio dovere. «Stavolta non mi muovo da qui.»

«Questi sono raggi X digitali, così basta farlo solo una volta, va bene?» Il dottore diede al braccio di Trez una rapida stretta. «Noi andiamo dietro il tramezzo ora.»

La dottoressa Jane alzò gli occhi e sobbalzò lievemente come se anche lei, così intenta nel curare la sua paziente, non si fosse accorta della sua presenza. «Oh, iAm, bene - ma ascolta, dovresti uscire mentre noi-»

«Non mi muovo da qui.»

«Io non posso...» Trez lanciò una bestemmia. «Non riesco a fermarmi.»

Senza dire una parola, iAm attraversò il pavimento piastrellato e mise la mano su quella del fratello, fermando il tremore. «Lascia che ti aiuti.»

Trez non sobbalzò. Non si mosse. Ma i suoi occhi si spostarono e, oh, Dio, quegli occhi... erano due pozze nere di tristezza.

E fu allora che iAm capì che quel che stava accadendo non era male, ma MALE.

Il maschio non era terrorizzato.

Era già in lutto.


*    *    *


Trez non fu subito sicuro di chi fosse il suo salvatore. Non riconobbe la mano che si era unita alla sua, anche se sembrava ci somigliava un sacco. Non sentì il nuovo profumo nella stanza. Non lo fece fino a quando alzò gli occhi e vide...

iAm, naturalmente.

Come se potesse essere qualcun altro.

L'immagine del fratello si fece sfocata. «iAm, lei è...»
Non riusciva a pronunciare le parole. Le sue sinapsi si erano letteralmente appiattite come se avesse avuto un ictus o una roba simile.

«Teniamo la piastra» disse iAm. «Insieme.»

«Dovresti essere dietro quella cosa piombata.»

«No.»

Trez non fu sorpreso quando iAm oppose resistenza, e lui mimò con le labbra un ringraziamento, perché non pensava che la sua voce funzionasse meglio del suo cervello o della mano.

«Restate quanto più immobili è possibile» esclamò la dottoressa Jane. Poi ci fu un breve ronzio del macchinario e la dottoressa Jane ed Ehlena tornarono al tavolo.

Fu iAm a consegnare la piastra - ed era una buona cosa, perché Trez l'avrebbe lasciata cadere. Fottute mani, tutto il suo corpo stava tremando.

«Grazie» disse la dottoressa Jane. «Penso che per adesso abbiamo abbastanza. Vuoi far entrare gli altri?»
Trez scosse la testa. «Posso stare un momento da solo con lei?»

«Dobbiamo restare dentro per guardare le lastre.»

«Oh, già, lo so. Volevo solo...» Lui guardò verso la porta, e sapeva quali persone avevano lo stesso diritto di trovarsi lì quanto lui. In realtà, ne avevano di più.

«Trez» lo chiamò gentilmente la dottoressa Jane. «In qualunque modo tu voglia, è così che faremo.»

Ma Selena cosa voleva? si chiese lui, e non per la prima volta.

«Guarda» sussurrò la dottoressa Jane, «non sembra esserci nessuna emergenza impellente per ora. Gli altri potranno venire più tardi - e se le sue condizioni cambiassero? Faremo scelte diverse a seconda del punto in cui siamo.»

«Okay.» Fece un cenno della testa verso suo fratello. «Ma iAm, voglio che lui rimanga.»

Suo fratello annuì e prese una sedia - ma non per se stesso, come si evinse. La spinse dietro alle ginocchia di Trez, e grazie alle giunture funzionanti che erano quel che erano, ci fu un totale e veloce crollo verticale. 

Mentre il suo culo colpiva il sedile, lui pensò che, già, in effetti si sentiva un po' stordito. Probabilmente era una buona idea quella di sedersi.

Senza alcuna parola, iAm si stravaccò sul pavimento accanto a lui, ed era incredibile come la sola presenza del maschio nella stanza lo avesse calmato.

Trez si concentrò di nuovo su Selena. Non si era ancora mossa dalla posizione in cui l'aveva trovata, e tutte quelle angolazioni sporgenti erano un completo incubo.

In realtà, l'intera cosa sembrava così... devastante.

Da quanto Cormia aveva detto, l'Arresto era una malattia che colpiva una piccola minoranza di femmine Elette. In tutta la storia, c'era stata solo una dozzina, forse meno, che ne aveva sofferto - il che significava la possibilità statistica di essere colpita dal disturbo era davvero minima.

Sfortunatamente, quella condizione era stata uniformemente fatale.

Dannazione, non voleva che nessuna delle queste donne si ammalasse, ma perché proprio lei?

Di tutte loro, nell'intera storia della Razza, perché Selena deve essere una di quelle a cui la vita veniva interrotta bruscamente?

Ed era un modo orribile di morire. Congelata nel proprio corpo, incapace di comunicare, intrappolata in una prigione in dissolvenza fino a quando tutto diventava buio e lei...

Chiuse gli occhi.

Merda, e se lei non lo avesse voluto lì? Si era legato, sì - e tutti gli altri lo trattavano con il rispetto che un maschio legato avrebbe avuto in questa situazione, anche quando si chiedevano come fosse successo senza che lo sapessero.

Il problema era che lui e Selena non erano una coppia. Né avevano una relazione. Non uscivano neanche insieme.
Diavolo, non avevano trascorso nemmeno due minuti insieme per mesi-

«Trez?»

Con uno scatto, spalancò le palpebre. La dottoressa Jane era di fronte a lui, i suoi occhi verde foresta attenti e gravi. «Ho guardato la lastra ai raggi X.»

Lui si schiarì la gola. «Forse gli altri vorrebbero essere qui per sentire?»

Merda, avrebbe dovuto farsi da parte in modo che Cormia o qualcuno potesse tenerle la mano? Sarebbe stato meglio? Il suo corpo l'avrebbe detestato, lo stesso la sua anima. Ma questo non riguardava lui.

Entrarono un sacco di persone, più di quante ce n'erano prima, e lui annuì a Tohr, Qhuinn e Blay - ed era contento che Layla fosse lì, insieme a Cormia e Phury. Costringendosi ad alzarsi in piedi, provò a fare un passo indietro, ma il Primale si avvicinò e lo fece accomodare di nuovo su quella sedia.

«Tu resta dove sei» disse Phury, stringendogli la spalla. «È proprio qui che dovresti essere.»

Trez emise una specie di rantolo. Era il meglio che potesse fare.

La dottoressa Jane si schiarì la gola. «Non ho mai visto niente di simile.» Lei cliccò sul computer e apparve qualcosa sul grande schermo alla scrivania. «È come se le articolazioni si fossero trasformate in ossa solide.»

L'immagine in bianco e nero rappresentava quello che sembrava essere il ginocchio di Selena e la dottoressa Jane indicò diverse aree con la testa di una penna d'argento.

«In un'immagine ai raggi X, le ossa vengono registrate in bianco e grigio chiaro, considerando che il tessuto connettivo come legamenti e tendini non offrono questo tipo di contrasto. Qui» - lei disegnò un cerchio intorno alla giuntura - «dovrebbero esserci delle macchie scure tra la capsula e la cavità. Invece c'è solo... osso solido. Lo stesso vale per le articolazioni dei piedi, del gomito, del...»

Più immagini balenavano su quello schermo, una dopo l'altra, e tutto ciò che lui riusciva fare era scuotere la testa. Era come se qualcuno avesse versato del cemento in tutte le giunture.

«Ciò che è particolarmente preoccupante è questo.» Una nuova immagine divenne visibile. «Questo è il suo braccio. A differenza delle altre articolazioni, la crescita ossea si propaga invadendo la muscolatura. Se dovesse continuare, il suo intero corpo-»

«Pietra» sussurrò Trez.

Oh, Dio, quelle statue di marmo nel posto in cui l'aveva trovata.

Quello non era un cortile - era un cimitero. Pieno di femmine che avevano sofferto ed erano morte a causa di quella malattia.

«L'unica cosa di cui sono a conoscenza, e che è lontanamente simile a questo, è una malattia umana chiamata fibrodisplasia ossificante progressiva. Si tratta di una rarissima condizione genetica che causa la formazione di ossa in cui ci sono muscoli, tendini, e legamenti, e risulta, nel tempo, in una limitazione dei movimenti - fino al punto in cui i pazienti devono scegliere la posizione in cui vogliono essere bloccati. La crescita ossea avviene sporadicamente e può essere attivata da un trauma o da alcuni virus, oppure può essere spontanea. Non esistono cure per questa malattia, e la rimozione chirurgica della crescita innesca solo ulteriori genesi. Ciò che si sta verificando in Selena è una cosa simile - solo che sembra si siano riscontrati in tutto il corpo tutte insieme.»

Trez si voltò verso le due Elette in salute presenti nella camera. «È mai stata trovata una cura? In un qualsiasi momento nel passato, qualcuno ha trovato un modo per fermarlo?»

Layla guardò Cormia e la seconda intervenne. «Abbiamo pregato... che era tutto quello che potevamo fare. Eppure la malattia colpiva ancora.»

«Quindi questo è... una specie di episodio?» chiese la dottoressa Jane. «Non è il capolinea?»

«Non so quanti di questi attacchi abbia avuto.» Cormia si asciugò una lacrima dalla guancia. «Di solito avvengono per un certo periodo prima che le colpisca l'attacco finale da cui non recupereranno più.»

La dottoressa Jane aggrottò la fronte. «Quindi il corpo si sblocca? Come?»

«Non lo so.»

Trez si rivolse all'Eletta. «Una di voi aveva idea che fosse malata?»

«Nessuna delle due.» Cormia si appoggiò al suo hellren come se avesse bisogno del suo sostegno. «Ma considerando la condizione che lei si trova ora... credo che lei si stia avviando alla fine della malattia. Da quello che ho compreso i primi episodi colpiscono solo singole parti. In lei, invece, è diffuso in tutto il corpo.»

Trez espirò, e tutta la sua forza uscì dalla bocca. L'unica cosa che gli impediva di crollare era la possibilità che Selena potesse essere consapevole di ciò che stava accadendo - e voleva apparire forte per lei.

La dottoressa Jane appoggiò il fianco contro la sua scrivania e incrociò le braccia. «Non riesco a immaginare come le articolazioni siano in grado di recuperare da questo stato.»

Cormia scosse la testa. «Gli attacchi, quei pochi che ho visto, vengono di tanto in tanto e sono veloci... Non so cosa accade. Ore, oppure una notte dopo l'attacco, cominciano a muoversi di nuovo. Dopo un periodo di tempo, ritrovano la mobilità, ma poi vengono sempre colpite di nuovo. Sempre.»

«Anche loro scelgono una posizione» disse piano Layla mentre anche lei, si asciugava le lacrime. «Come gli esseri umani di cui parlavi, le nostre sorelle hanno sempre scelto - ci dicevano come volevano essere posizionate e noi ce ne accertavamo...»

Furono dette molte altre cose. Vennero poste domande. Spiegazioni date al meglio delle capacità delle persone. Ma lui aveva smesso di seguirle.

Come un treno che acquista velocità, la sua mente, le sue emozioni, il suo senso di totale impotenza e tutti i suoi rimpianti iniziarono ad agitarsi lungo un percorso definito, acquisendo sveltezza e intensità.

Odiava che i suoi capelli fossero un disastro e lui non riuscisse a sistemarli.

Odiava che ci fossero macchie d'erba sulla sua veste, macchie verde brillante dove le ginocchia avevano colpito il suolo.

Odiava che le sue scarpe fossero cadute.

Odiava che lui non potesse fare un cazzo di niente per salvarla.

Odiava il fardello che continuava a portarsi dietro con la s'Hisbe e tutto ciò che aveva fatto con il suo corpo - perché forse se i suoi genitori non lo avessero venduto alla Regina, non si sarebbe scopato tutte quelle umane, e forse adesso sarebbe stato anche un po' degno di lei. E poi non avrebbe sprecato tutti quei mesi. E forse avrebbe potuto vedere qualcosa, oppure fare qualcosa, o-

Come la conversazione intorno a lui, i pensieri continuarono a farsi strada nel suo cervello, ma non riusciva a seguirli più di quanto non potesse sapere cosa diamine stava succedendo nella sala visite. Un violento ruggito violento lo sopraffece, lo attraversò con la forza di uno tsunami, spazzando via tutto tranne una rabbia che non poteva essere contenuta.

Trez non era conscio di essere in movimento. Il minuto prima teneva con cautela la mano di Selena nella propria; quello successivo era alla porta della sala visite - l'attraversò con un balzo, il suo corpo esplose in avanti, più slancio che coordinazione.

Correre, correre... dai sobbalzi che scuotevano il suo campo visivo e le pareti di passaggio del corridoio di cemento, lui stava correndo...

E c'era un sacco di rumore. Il corridoio vuoto rimbombava di qualche immenso rumore, come l'ingranaggio di una grande macchina che si era bloccata o che sminuzzava -

Qualcosa lo placcò da dietro prima di raggiungere l'uscita nel garage, una presa ferrea gli si strinse attorno.

iAm.

Naturalmente.

«Lasciala» fu il grido al suo orecchio. «Lasciala... andiamo, ora. Mollala-»

Trez scosse la testa.

«Cosa...?»

«Lascia la pistola, Trez.» La voce di iAm s'incrinò. «Ho bisogno che tu abbassi la pistola.»

Trez si paralizzò completamente ad eccezione del suo respiro ansante, e provò a dare un senso a ciò che suo fratello stava dicendo.

«Oh, Gesù, Trez, per favore...»

Scuotendo la testa, Trez... a poco a poco si accorse che c'era, infatti, una calibro 40 di qualcuno nella sua mano destra. Probabilmente era la sua. Ne portava sempre una nel club.

E sai cosa? La canna era contro la sua tempia - e a differenza di prima con quelle piastre per i raggi X, la sua mano non tremava affatto.

«Mollala per me, Trez.» Con il dito sul grilletto così nella posizione in cui era, suo fratello, ovviamente, non aveva il coraggio di provare a prendere il controllo dell'arma per il timore di far partire accidentalmente un colpo. «Devi mettere giù la pistola.»

In quel momento, tutto diventò chiaro: lui che schizzava in piedi, veloce come un fulmine, correva fuori dalla sala visite e nel corridoio. Correva verso il garage mentre stringeva nel palmo la sua arma. Intenzionato a farsi saltare le cervella non appena fosse uscito dal centro di addestramento.

Aveva avuto l'idea che forse, se in realtà esisteva un Fado, lui e Selena si sarebbero potuti incontrare dall'Altra Parte e stare insieme in un modo in cui non avrebbero potuto sulla Terra.

«Trez, lei è ancora viva. Non farle questo. Vuoi suicidarti? Aspetta fino a quando il suo cuore smette di battere, ma non prima di quello. Non un cazzo di momento prima.»

Trez si figurò Selena di nuovo su quel ripiano, e pensò, Merda...

iAm, come sempre, aveva ragione.

Il tremore ritornò nell'istante in cui cominciava ad abbassare il braccio, e si mosse lentamente per paura che qualche spasmo facesse esplodere la calibro 40. Ma non doveva preoccuparsi di questo. Non appena quella canna fu fuori portata della sua materia grigia, subentrò suo fratello, lo disarmò veloce come un soffio e inserì la sicura all'arma.

Trez se ne stava lì intontito mentre iAm gli dava dei colpetti in cerca di armi e ne rimosse un paio, e poi permise a se stesso di essere condotto di nuovo in quella sala visite mentre il gruppo di persone in piedi era ancora scioccato e vicino alla porta.

Non prima che lei se ne sia andata, disse a se stesso. Non mentre era ancora qui.

Purtroppo, temeva che non ci sarebbe voluto poi tanto tempo.


lunedì 1 giugno 2015

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