mercoledì 3 aprile 2013

Traduzione Capitolo 1 di Lover at Last di J.R.Ward


Lover at Last


1

Giorni odierni
"Ecco, quella è una fottutissima auto del cazzo."
Jonsey guardò l'idiota che si era accovacciato di fianco a lui alla fermata dell'autobus. Erano parcheggiati sotto la pensilina di plexiglass da tre ore. Almeno. Benché commenti come quello le facessero sembrare giorni.
E stava per commettere un omicidio per legittima difesa.
"Tu, un ragazzo bianco, lo sai?" osservò Jonsey.
"Che hai deeetto?"
D'accordo, erano tre anni d'attesa. "Caucasico, bello. Nel senso che hai bisogno di una fottuta crema solare d'estate. Nel senso non come me -"
"Come credi, amico, dai un occhio a quell'auto -"
"Nel senso perché devi parlare come se venissi dal ghetto? Sembri uno scemo, già."
A quel punto, voleva solo che notte terminasse. Faceva freddo e nevicava e doveva domandarsi a chi aveva fatto incazzare per restare bloccato con Vanilla Ice proprio lì.
In realtà stava pensando di tirarsi fuori completamente da tutta questa stronzata.
Stava tenendo una buona condotta a Caldwell; era uscito di prigione da due mesi per quegli omicidi che aveva commesso come minorenne; l'ultima cosa che gli interessava era esporsi con uno stronzo bianco convinto di sembrare un autentico urbano attraverso il vocabolario.
Oh, e poi c'era il vicinato di Richie Rich dov'erano adesso. Tutto quello che sapeva e che c'era un'ordinanza che non ti consentiva di stare per strada dopo le ventidue.
Perché diamine aveva acconsentito a tutto questo?
"Per. Favore. Guardi. Quella. Bella. Automobile."
Solo per zittire il ragazzo, Jonsey voltò la testa e si sporse dal riparo. Nel momento in cui il vento gli fece entrare la neve negli occhi, bestemmiò. Dannata New York dell'America settentrionale in inverno. Abbastanza fredda da trasformare le tue palle in cubetti di ghiaccio -
Beh... salve.
Attraverso il parcheggio, seduto proprio di fronte a un negozio di detersivi, nessun murales, una farmacia aperte ventiquattrore su ventiquattro, c'era, infatti, un dannato fichissimo bolide.
L'Hummer era completamente nero, nessuna cromatura - né alle ruote, attorno ai finestrini, neanche alla calandra. Ed era enorme - vista tutta quella finitura, senza dubbio aveva un grosso motore.
Quell'auto era quel tipo che si vedeva per le strade da dove veniva lui, il veicolo di un grosso spacciatore. Eccetto il fatto che erano lontani dai bassifondi, per cui era di sicuro un morto di fame che cercava di sembrare uno cazzuto.
Vanilla-man tirò su il suo zaino vigorosamente."Vado a controllare."
"L'autobus sta per arrivare." Jonsey controllò il suo orologio e esternò una pia illusione. "Cinque, forse dieci minuti."
"Andiamo -"
"Addio, stronzo -"
"Hai paura o qualche altra stronzata?" Il figlio di puttana alzò le mani e cominciò a scimmiottare Paranormal Activity. "Che pauuuura -"
Jonsey tirò fuori la pistola e gli piazzò la canna proprio davanti alla sua faccia da idiota. "Non ho problemi a ucciderti subito. L'ho già fatto. Ora vaffanculo e fatti un favore. Chiudi quella cazzo di bocca."
Mentre Jonsey fissava il ragazzo negli occhi, non gliene importava molto del risultato. Sparare al bastardo. Non sparargli. Vabbè.
"Okay, okay, okay." Mister Chiacchierone si fece indietro e lasciò la fermata dell'autobus.
Grazie a Dio.
Jonsey mise a posto il revolver, incrociò le braccia e fissò lo sguardo nella direzione in cui l'autobus stava per arrivare - come se potesse aiutare.
Dannato stupido idiota.
Guardò di nuovo l'orologio. Cavolo, ne aveva abbastanza di quella merda. Se fosse passato per primo un autobus che portava in centro, l'avrebbe preso e fanculo tutto.
Quando aveva preso lo zaino che gli avevano detto di prendere, dentro aveva sentito la sagoma rigida di vaso. Lo zaino lo capiva. Se avesse dovuto portare la roba da fuori città nel ghetto, allora okay. Ma il vaso? A cosa diavolo serviva?
A meno che non fosse polvere pura.
Il fatto che C-Rider in persona l'avesse scelto per questo lavoro, era dannatamente figo. Fino a che non aveva incontrato White Boy - e allora l'idea che fosse speciale aveva perso un po' di gusto.
Le istruzioni dell'uomo del capo erano state precise: entrare in contatto col tizio della fermata alla Quarta Strada. Prendere l'ultimo autobus per la periferia e aspettare. Passare alla linea di campagna quando il servizio riprendeva intorno all'alba. Scendere alla fermata del Warren County. Scarpinare per un miglio fino a una fattoria.
C-Rider li avrebbe incontrati lì insieme a un gruppo di altri tizi per affari. E dopo? Jonsey avrebbe fatto parte di un nuovo gruppo per controllare la scena di Caldie.
Gli piaceva quella merda. E totale rispetto a C-Rider - quel bastardo era figo: sul gradino più alto del ghetto; tosto.
Ma il resto di loro era come Vanilla -
Il rombo di un motore gli fece capire una cosa, che l'Autorità del traffico di Caldwell si era finalmente fatta vedere così si alzò in piedi -
"No, cazzo," mormorò.
L'Hummer nero era proprio di fronte alla fermata dell'autobus e, quando il finestrino si abbassò, White Boy era assolutamente fuori di testa dietro il volante - e non perché Cipress Hill stava di fatto strombazzando.
"Salta su! Andiamo! Salta su!"
"Che cazzo fai, eh?"
Jonsey balbettò anche mentre aggirava il SUV e si sedeva sul sedile del passeggero.
Fottuta merda - il bastardo non era un idiota totale, non portando a termine una cosa del genere.
Il ragazzo spinse l'acceleratore a tavoletta, il motore rombò e i denti delle gomme si aggrapparono al manto di neve e li lanciò in avanti a cinquanta miglia all'ora.
Jonsey si tenne a qualunque cosa riuscisse a trovare mentre superavano sparati un semaforo rosso, tagliavano il bordo della strada attraversando il parcheggio di un supermercato di Hannaford. Mentre correvano come i dannati, la musica coprì il suono intermittente delle cinture di sicurezza che non avevano indossato.
Jonsey cominciò a sogghignare.
"Cazzo sì, bastardo! Tu pazzo idiota, tu dannato stronzo di neve...!"

*   *   *


"Credo che sia Justin Bieber."
Fermo di fronte alle confezioni ben allineate di patatine Lay, Qhuinn guardò l'impianto di altoparlanti incassati tra i pannelli del soffitto. "Sì. Ho ragione, e odio saperlo."
Affianco a lui, John Matthew disse muovendo le mani, Come lo sai?
"Questo stronzetto è dovunque." Per confermare la sua tesi, andò all'espositore delle cartoline mostranti il piccolo, vanitoso individuo dei quindici minuti di gloria.
"Lo giuro, il ragazzino è la prova che l'Anticristo sta arrivando."
Forse è già qui.
"Spiegherebbe Miley Cyrus."
Giusta osservazione.
Mentre John tornava a scegliere i suoi stuzzichini, Qhuinn ricontrollò il negozio. Le quattro del mattino e il CVS era ben rifornito e completamente vuoto - eccetto loro due e il ragazzo alla cassa centrale, che stava leggendo il National Enquirer sgranocchiando una barretta  Snickers.
Niente lessers.  Niente Banda di Bastardi.
Niente a cui sparare.
A meno che non contasse l'espositore di Bieber.
Cosa prendi? chiese John con le mani.
Qhuinn scrollò le spalle e continuò a guardarsi attorno. Come ahstrux nohstrum di John, era sua responsabilità assicurarsi    tornasse alla magione della Confraternita tutto intero ogni notte e lo faceva ormai da oltre un anno...
Dio, quanto gli mancava Blay.
Scuotendo la testa, proseguì a casaccio. Quando tirò il braccio indietro, si accorse che si era impigliato tra le patatine al gusto di panna acida e cipolla.
Fissando il logo della Lay con la singola patatina, tutto quello a cui riusciva a pensare era a quando lui e Blay si divertivano a casa dei suoi genitori, giocando con l'Xbox, bevendo birra, sognando le loro più grandi e più belle vite che avrebbero vissuto dopo la transizione.
Sfortunatamente di più grande e più bello c'erano solo la taglia e la forza dei loro corpi. Anche se forse era solo il suo punto di vista. John dopo tutto era felicemente sposato. E Blay stava con...
Merda, non riusciva a dire il nome di suo cugino neanche nella sua testa.
"Sei a posto, J ?" chiese duramente.
John Matthew afferrò il solito vecchio pacco di Doritos e annuì. Prendiamo da bere.
Mentre s'inoltravano nel negozio, Qhuinn desiderò che fossero nei bassifondi, a combattere nei vicoli contro i loro due nemici. Troppo tempo libero passato in quei negozi di periferia, che significava troppo tempo passato in casa a -
Staccò di nuovo la spina.
Vabbè. Inoltre lui odiava avere qualsiasi contatto con la glymera - e quella merda era reciproca. Sfortunatamente i membri dell'aristocrazia stavano cominciando a rientrare a Caldwell e questo significava che Wrath sarebbe stato sommerso da chiamate riguardanti avvistamenti di omicidi.
Come se i non morti di Omega non avessero di meglio da fare che braccare spogli alberi da frutta e piscine congelate.
Inoltre il re non era nella posizione di poter dire ai civili di andarsene a fanculo. Non da quando Xcor e la sua Banda di Bastardi gli avevano piazzato un proiettile nella gola reale.
Traditori. Maledetti. In qualche modo Vishous stava per provare senza alcuna ombra di dubbio da dove provenisse il fucile con cui era stato colpito, a quel punto una manciata di loro li avrebbe sventrati, messo le loro teste sui pali e dato fuoco ai cadaveri.
Inoltre si stava per scoprire chi con esattezza nel Consiglio stava cospirando col nuovo nemico.
Sì, gli approfittanti è il nome del gioco adesso - così una notte alla settimana, tutti sarebbero finiti lì nel vicinato dove era cresciuto, a bussare alle porte e a controllare sotto i letti.
In case come musei che gli facevano venire i brividi più dei sottopassi oscuri di periferia.
Un tocco sul suo braccio gli fece girare la testa. "Sì?"
Stavo per chiederti la stessa cosa.
"Eh?"
Ti sei fermato qui. E stavi fissando... beh, lo sai.
Qhuinn aggrottò le sopracciglia e diede un'occhiata ai prodotti sull'espositore. Allora perse ogni filo logico - in aggiunta alla maggior parte del sangue dalla testa. "Oh, sì... ah..."
Merda, qualcuno aveva alzato la temperatura al massimo? "Um."
Biberon. Latte in polvere. Bavette, salviette umidificate e cotton fioc.
Ciucciotti. Bottiglie. Qualche tipo di aggeggio -
Oddio, una tiralatte.
Qhuinn virò di centoottanta gradi così veloce che si trovò faccia a faccia con una pila di pannolini Pampers alta sei piedi, rimpallato nella terra della NUK e finalmente rispedito fuori dallo spazio aereo dell'infante grazie a un rimbalzo. Che diavolo di merda era mai quella.
Bambino. Bambino. Bambino -
Oh, bene. Ce l'aveva fatta ad arrivare alla cassa.
Ficcando la mano nella sua giacca da motociclista, Qhuinn tirò fuori il portafogli e si girò dietro per prendere gli stuzzichini di John. "Dammi la tua roba."
Poiché il ragazzo stava per discutere sillabando le parole col labiale perché aveva le mani occupate, Qhuinn afferrò la Mountain Dew e le Doritos che stavano impedendo la comunicazione.
"Ecco qui. Così mentre lui fa il conto, puoi urlarmi contro nel modo giusto."
E sai cosa, le mani di John passarono attraverso le varie posizioni del linguaggio americano dei segni tutte le diverse combinazioni per dire Ci penso io.
"È sordo?" chiese il ragazzo alla casa con un sussurro. Come se qualcuno che usava il linguaggio dei segni fosse una specie di mostro.
"No. Cieco."
"Oh."
Mentre l'uomo continuava a fissare, Qhuinn avrebbe voluto colpirlo. "Pensi di darci una mano o cosa?"
"Oh...sì. Ehi, hai un tatuaggio sul viso." Mister Vedo Tutto si mosse piano, come se i codici a barre su quelle confezioni stessero creando una qualche resistenza al vento sotto il suo lettore laser. "Lo sapevi?"
Sul serio. "Non lo sapevo."
"Sei cieco anche tu?"
Questo tizio non aveva nessun filtro tra la testa e la bocca. Nessuno.
"Sì, lo sono."
Qhuinn tirò fuori una banconota da venti dollari e non aspettò il resto - l'omicidio era un tantino troooppo allettante.
Annuendo a John, che stava già prendendo le misure per il sudario del ragazzo, Qhuinn si avviò per uscire.
"Il tuo resto?" gridò l'uomo.
"Sono pure sordo, non posso sentirti."
Il tizio urlò più forte, "Lo tengo io allora, va bene?"
"Va bene," gridò Qhuinn da sopra la spalla.
Quell'idiota era al livello cinque di stupidità. In salita.
Passando attraverso la sbarra di sicurezza, Qhuinn pensò che fosse un miracolo che umani come quello riuscissero a superare un giorno e una notte. E il bastardo si era organizzato indossando i pantaloni e manovrando un registratore di cassa.
I miracoli non avrebbero mai cessato di esistere.
Mentre spingeva la porta per uscire, il freddo gli sbatté addosso, il vento gli entrò tra i capelli, i fiocchi di neve nel naso -
Qhuinn si fermò.
"Cosa... dov'è il mio Hummer?"
Nella sua visione periferica, le mani di John cominciarono a volare chiedendosi la stessa cosa. Poi il ragazzo guardò giù la neve fresca appena caduta... e i profondi solchi delle quattro gomme che facevano un grosso cerchio dirette fuori dal parcheggio.
"Dannatissima schifosa merda!" ringhiò Qhuinn.
E lui pensava che Mister Vedo Tutto fosse quello stupido?

martedì 26 marzo 2013

Prologo di Lover at Last


Lover at last

Prologo

Qhuinn, figlio di Lohstrong, entrò nella casa della sua famiglia attraverso la porta principale. Nell'istante in cui varcò la soglia, il profumo della casa gli invase le narici. Cera al limone. Candele di cera d'api. Fiori freschi dal giardino che il doggen coglieva tutti i giorni. Profumo - quello di sua madre. Acqua di colonia - quelle di suo padre e suo fratello. Cannella - quello di sua sorella.
Se la compagnia Glade avesse mai brevettato un deodorante per ambienti come quello, l'avrebbe chiamato qualcosa come Pascolo del Vecchio Conio. Oppure Aurora su un grasso Conto in Banca.
O forse il solito Noi siamo Migliori di Tutti gli Altri.
Delle voci distanti vennero dalla sala da pranzo, le vocali arrotondate come brillanti intagliati, le consonanti strascicate morbide e allungate come nastri di seta.
"Oh, Lillie, è delizioso, grazie," disse sua madre alla cameriera.
"Ma è troppo per me. Non darne così tanto a Solange. Si sta appesantendo."
Ah già, la perenne dieta di sua madre inflitta alla nuova generazione: si supponeva che le femmine della Glymera sparissero alla vista quando svoltavano l'angolo, mostrando ogni clavicola sporgente, guancia infossata e braccio scarno come un fottuto distintivo d'onore.
Come se assomigliare a un attizzatoio facesse diventare una persona migliore.
E la Vergine Scriba ti evitava se tua figlia pareva essere in salute.
"Ah, sì, grazie Lilith," aggiunse suo padre. "Ancora per me, grazie."
Qhuinn chiuse gli occhi cercando di convincere il suo corpo a proseguire. Un piede dopo l'altro. Non era poi così dura.
Le sue Ed Hardy nuove di pacca gli mostrarono il dito medio a quell'idea. E poi, in diversi modi, a entrare nella sala da pranzo come Steven Seagal in Belly of the Beast.
Lasciò cadere il suo borsone sul pavimento. I due giorni che aveva trascorso a casa di Blay lo avevano tirato su, una pausa dalla totale mancanza d'aria in questa casa. Sfortunatamente l'ustione del rientro era talmente forte che il beneficio dell'essere andato via quasi si equiparava.
Okay, era ridicolo. Non poteva continuare a starsene lì come un oggetto inanimato.
Voltandosi verso il muro di lato, si sporse verso lo specchio antico a tutt'altezza che era proprio affianco alla porta. Molto ponderato, pensato per la necessità dell'aristocrazia di tenere un bell'aspetto. In questo modo i visitatori potevano controllare capelli e abiti mentre il maggiordomo prendeva in consegna cappotti e cappelli.
La faccia del giovane pretrans che lo guardò di riflesso aveva tutti i lineamenti regolari, una bella mascella e una bocca che, doveva ammetterlo, sembrava capace di danneggiare seriamente la pelle nuda una volta che sarebbe cresciuto. O forse era solo un desiderio. I capelli erano come Vlad l'Impalatore, con le punte dritte sulla sua testa. Al collo portava una catena di bicicletta - e non una comprata da Urban Outfitters, ma l'anello che aveva precedentemente spinto la sua dodici marce.
Tutto era bilanciato, assomigliava a un ladro che aveva fatto irruzione e si preparava a distruggere tutto alla ricerca dell'argenteria, dei gioielli e i computers portatili.
L'ironia era che quella cazzata gotica non era la parte più offensiva della sua apparizione in famiglia. Infatti lui poteva fare lo spogliarello, piazzare un impianto d' illuminazione sul suo culo e correre al primo piano fingendo d'essere Jose Canseco con maestria e non avvicinarsi neanche lontanamente al problema che rodeva ai suoi genitori.
Erano i suoi occhi.
Uno blu. L'altro verde.
Alla Glymera non piacevano i difetti. Non nelle loro porcellane o nei roseti. Nella carta da parati o nei tappeti oppure ai banconi. Non nella seta della loro biancheria intima o nella lana delle loro giacche o nello chiffon dei loro abiti da sera.
E sicuramente mai nei loro figli.
La sorella era a posto - beh, eccetto per il "piccolo problema del peso" che al momento non esisteva e un difetto di pronuncia che la transizione non aveva risolto - oh, e il fatto che aveva la personalità della madre. E niente poteva sistemare quella merda.
Il fratello, d'altro canto, era la vera fottuta stella di casa, fisicamente perfetto, primogenito pronto a portare avanti l'eredità di famiglia riproducendosi in maniera molto raffinata, senza gemiti o gocce di sudore con una femmina scelta per lui dalla famiglia.
Dannazione, il suo recipiente per lo sperma era già pronto. Ci si sarebbe accoppiato non appena avesse superato la transizione -
"Come ti senti, figlio mio?" chiese suo padre con esitazione.
"Stanco, signore," una voce profonda rispose. "Ma questo mi aiuterà."
Un brivido risalì lungo la spina dorsale di Qhuinn. Non sembrava la voce di suo fratello. Troppo bassa, troppo mascolina, troppo...
Cazzo, il ragazzo aveva superato la transizione.
Ora le Ed Hardy di Qhuinn erano pronte a procedere col programma, portandolo fino a vedere la sala da pranzo. Il padre era al suo posto a capo tavola. Confermato. La madre era  seduta ai piedi del tavolo di fronte alla porta incernierata della cucina. Confermato. La sorella era fuori vista, ma pronta a leccare il bordo dorato del piatto dalla fame. Confermato.
Il maschio che dava le spalle a Qhuinn non faceva parte della Procedura Operativa Standard.
Luchas era due volte la taglia che era stato quando Qhuinn era stato avvicinato da un doggen che gli aveva portato le sue cose e mandato da Blay.
Beh, questo spiegava la vacanza. Aveva creduto che suo padre si fosse finalmente ammorbidito e avesse ceduto alla richiesta che aveva inoltrato settimane prima. Ma no, voleva solo Qhuinn fuori di casa, perché il cambiamento era arrivato per il suo figliolo dal gene d'oro.
Suo fratello si era sbattuto la ragazza? Chi avevano usato per il sangue -
Suo padre, che non esternava mai, allungò una mano e  diede a Luchas un' imbarazzata pacca sul braccio. "Siamo così orgogliosi di te. Sei... perfetto."
"Sì,"  la madre di Qhuinn aprì la bocca. "Assolutamente perfetto. Tuo fratello non sembra perfetto, Solange?"
"Sì. Perfetto."
"E ho qualcosa per te," disse Lohstrong.
Il maschio mise la mano nella tasca della sua giacca sportiva e tirò fuori una scatola di velluto nero grande quanto una palla da baseball.
La madre di Qhuinn iniziò a piangere e a picchiettarsi sotto gli occhi.
"Questo è per te, mio prezioso figlio."
La scatola scivolò lungo la tovaglia bianca damascata e le grandi mani di suo fratello tremarono quando la prese e aprì il coperchio.
Qhuinn vide il lampo d'oro in ogni direzione nell' atrio. Mentre ognuno al tavolo taceva, suo fratello fissò l'anello con sigillo, chiaramente sopraffatto, mentre la loro madre continuava il picchiettio e anche il padre cominciava a emozionarsi. E sua sorella prendeva di nascosto un panino dal cestino del pane.
"Grazie, signore," disse Luchas indossando il pesante anello d'oro all'indice.
"Va bene, non è vero?" chiese Lohstrong.
"Sì, signore. Perfettamente."
"Abbiamo la stessa misura, allora."
Ovviamente.
In quel momento, il loro padre distolse lo sguardo, come se sperasse che il movimento degli occhi bastasse a eliminare il luccichio delle lacrime che gli offuscavano la vista.
Colse Qhuinn nascosto fuori la sala da pranzo.
Ci fu un breve lampo di riconoscimento. Non il Ciao come stai o il Oh bene, l'altro mio figlio è a casa. Era più come quando cammini sull'erba e ti accorgi della merda di cane troppo tardi per evitare che il tuo piede ci vada a finire sopra.
Il maschio tornò a fissare la sua famiglia chiudendo fuori Qhuinn. Chiaramente l'ultima cosa che Lohstrong voleva era che quel momento storico fosse rovinato - che probabilmente era il motivo per cui non avesse fatto gli scongiuri per tenere lontano l'occhio maligno. Di solito ognuno in quella casa eseguiva il rituale quando vedeva Qhuinn. Ma non quella sera. Il paparino non voleva che gli altri lo sapessero.
Qhuinn tornò al suo borsone. Sistemandosi il peso sulla spalla, salì le scale centrali per andare nella sua stanza. Di solito sua madre preferiva che lui usasse quelle di servizio, ma questo significava che avrebbe dovuto passare attraverso tutto l'amore che c'era là. La sua stanza era molto lontana da quella degli altri, alla fine della zona destra della casa. Si era domandato spesso perché non facessero completamente il salto mettendolo coi doggen - in quel caso la servitù di sarebbe licenziata probabilmente.
Chiudendo la porta, scaricò i suoi fallimenti sul pavimento spoglio e si sedette sul letto. Fissando il suo unico bagaglio, pensò di doversi sbrigare a fare quel bucato, c'era ancora un costume da bagno inzuppato dentro.
Le domestiche si rifiutavano di toccare i suoi abiti - come se il male che era in lui indugiasse nelle fibre dei suoi jeans o delle sue T-shirt.
Il lato positivo era che non essendo benvenuto agli eventi formali, il suo era un guardaroba che non richiedeva stiratura.
Si accorse che stava piangendo quando guardando le sue Ed Hardy vide che c'erano un paio di gocce d'acqua giusto al centro delle stringhe.
Qhuinn non avrebbe mai ricevuto un anello.
Ah diamine... questo faceva male.
Si stava passando le mani sul viso quando il suo telefono squillò.
Lo tirò fuori dalla sua giacca da motociclista e dovette sbattere le palpebre un paio di volte prima che potesse mettere a fuoco la vista.
Schiacciò invio per accettare la chiamata, ma non rispose.
"L'ho appena saputo," disse Blay all'apparecchio. "Che stai facendo?"
Qhuinn aprì la bocca per rispondere, il suo cervello tossì tutti i tipi di risposte: "Fottuto, eccezionale esperto di un civile."Almeno non sono 'grasso' come mia sorella." "No, non so se mio fratello ha fatto sesso."
Invece disse: "Mi hanno buttato fuori. Non volevano che maledissi la transizione. Credo che abbia funzionato, perché sembra esserne venuto fuori bene."
Blay imprecò piano.
"Oh, e gli ha appena dato l'anello. Mio padre gli ha dato... il suo anello."
L'anello con sigillo con lo stemma della famiglia, il simbolo che tutti i maschi di una buona linea di sangue indossavano per affermare il valore della loro discendenza.
"Ho visto Luchas metterlo al dito," disse Qhuinn sentendo che se stesse prendendo un coltello affilato e lo avvicinasse all'interno delle sue braccia. "Gli va benissimo. Davvero perfetto. Lo sai, beh... come, come poteva non -"
Cominciò a piangere a quel punto.
Perse il dannato controllo.
La tremenda verità era che sotto la sua controcultura del fanculo, voleva che la sua famiglia lo amasse. Voleva essere lezioso come sua sorella, secchione come il fratello, riservato come i suoi genitori, lui vedeva l'amore tra loro quattro. Sentiva l'amore tra loro quattro. Era il laccio che univa quegli individui insieme, la corda invisibile da un cuore a un altro, l'impegno ad aver cura di ogni cosa riguardante la merda mondana di ogni mortale tragedia. E la sola cosa più potente di quella connessione... era esserne estromesso.
Ogni fottuto giorno della tua vita.
La voce di Blay irruppe attraverso il suo conato mentale. "Io ci sono. E mi dispiace così tanto... sono qui... non fare niente di stupido, va bene? Lasciami arrivare -"
Lasciare che Blay sapesse che stava pensando a cose che includevano corde e pigne della doccia.
Infatti la sua mano libera era già scesa alla cintura improvvisata che aveva creato con un bel, forte intreccio di nylon - perché i suoi genitori non gli davano molti soldi per i vestiti e quella che aveva si era rotta anni prima.
Liberandola per tutta la lunghezza, guardò la porta chiusa del suo bagno. Tutto ciò di cui aveva bisogno era legarla all'impianto nella sua doccia - Dio sapeva che quei tubi dell'acqua avevano visto giorni migliori, quando erano forti abbastanza da sostenere del peso. Doveva prendere anche una sedia su cui salire e poi scalciarla da sotto.
"Devo andare -"
"Qhuinn? Non attaccare - non osare attaccare con me -"
"Ascolta amico, devo andare -"
"Sto venendo adesso." Si sentì un rumore di sottofondo, come se Blay si stesse vestendo.
"Qhuinn! Non attaccare il telefono - Qhuinn...!"

lunedì 25 marzo 2013

Recensione CON spoiler di Edge of Dawn di Lara Adrian




TITOLO: Edge of Dawn





AUTORE: Lara Adrian



ATTENZIONE: SPOILER! Chi non volesse saperne di più, si fermi qui!

Con questa recensione apriamo un nuovo capitolo della Stirpe di Mezzanotte, i bellissimi, ma quantomeno improbabili vampiri discendenti dagli alieni. Son passati vent'anni da quando il malvagio Dragos è stato eliminato e l'Ordine ha palesato la propria esistenza al mondo umano e c'è da dire che le cose sono cambiate, almeno un po'.

Avevamo lasciato i nostri beniamini con un finale degno di una fiaba, ma decisamente banale e mi sono ritrovata nella solita piacevolissima scrittura dell'eccelsa Adrian con qualche novità. Ricordate che, a parte Dante e Tess che avevano già avuto Rafe, le altre Compagne della Stirpe erano tutte incinte? Bene, qui si riparte proprio con la nuova generazione.

Sapevamo tutti che il libro raccontava di Mira ed è corretto, ma la prima cosa che leggiamo, ed è un piacere, è ritrovarla nei panni di una guerriera, addirittura come comandante di una squadra. Ma la storia non comincia bene, infatti la nostra eroina è piena di risentimento perché il suo amore, Kellan, è stato ucciso in missione otto anni prima.

Lei è in cerca di vendetta, cosa che proverà a fare sotto gli occhi degli umani, creando un precedente che obbligherà Lucan a rimuoverla del suo incarico e, per punizione, a relegarla al ruolo di guardia del corpo di Ackmeyer, uno scienziato paranoico che però pare aver ragione, visto che viene rapito sul serio.

Mira corre all'inseguimento e subisce anche lei un attentato e quando si ritrova nel covo dei Ribelli capeggiato da Bowman e si rende conto che altri non è che Kellan, la sua furia scoppia irrimediabilmente. Capire a questo punto non è facile, la motivazione di Kellan nell'inscenare la sua morte è stata fortuita, ma provvidenziale.

La notte precedente all'incendio in cui sarebbe perito, lui e Mira hanno fatto l'amore per la prima volta ed è successa una cosa inaspettata: gli occhi di Mira non velati hanno mostrato uno stralcio di futuro nefasto dove lui veniva processato, giudicato e condannato a morte mentre lei provava a salvarlo.

Terrorizzato dalla cosa, quando ha compreso che la trappola di quella notte avrebbe fatto saltare in aria la squadra, si è sacrificato convinto di non farcela. Un gruppo di ribelli umani invece lo ha trovato curandolo e lui si è creato una nuova identità, assieme alla sua banda, combatteva quelle battaglie come era solito fare nell'Ordine.

A questo punto l'amore torna a farla da padrone e i due non possono tirarsi indietro. Mira comprende cos'è successo e si specchia senza lenti, questo gesto le causerà la cecità. Solo allora Kellan le offrirà il suo sangue e non come vincolo, non perché non lo voglia, ma per non legarla a un dead man walking.

Kellan sa che deve salvarla in qualche modo e attende che la squadra dove c'è Nathan, suo amico e fratello, li trovi per portarli al complesso. Lo scienziato intanto è stato rapito da uno della banda dei suoi per un riscatto, ma sono stati uccisi entrambi ed ecco il reato per cui dovrà pagare.

La tecnologia che aveva inventato il luminare era basata sull'uso dei raggi UVA, qualcuno ha rubato il brevetto dandolo a chi lo ha usato per farne proiettili come bombe d'acqua che uccidono all'istante un vampiro. Ecco cosa cercava di sventare Kellan, ma non pensava che proprio uno dei suoi lo tradisse.

Ma ormai è fatta, Lucan non può aiutarlo e Kellan muore, Mira intanto ha ritrovato la vista grazie al dono di Tess, ma impazzisce quando sente il legame di sangue sciogliersi come neve al sole. La follia la prende quando, inspiegabilmente sente le corde interne tornare a tendersi e seguendo l'istinto, lo trova incosciente in un letto del complesso.

Sono stati Tess e Rafe a riportarlo in vita, ma solo il loro legame può salvarlo e lo fa. Per il mondo intero però, lui dovrà essere morto, però poco conta quando si riprende e capisce di dover avvisare Lucan della strage che sta per compiersi grazie all'obelisco nel palazzo dove si tiene il summit della GNC che il malvagio Crowe ha portato con l'intenzione di uccidere tutti.

Spoiler a parte, credo che questa recensione debba lasciare un po' di curiosità: su chi è questo Crowe e cosa fa, su cosa succede ai ragazzi, su come Lucan riuscirà a risolvere un attentato. Mezzo libro ve l'ho raccontato, l'altra parte ve la lascio scoprire.

Non scontata come negli ultimi due, se non tre libri, la storia promette d'essere emozionante anche per i nuovi personaggi che si avvicenderanno con dei nemici davvero ostici e che si pensava esistessero solo nelle leggende. E se lo pensano loro che non esistono, è tutto dire.

Scrivendo questa recensione ho capito che la sensazione di stanchezza che avevo avvertito nella Adrian non era una mia impressione. La firma è sempre la sua, ovviamente, ma la verve che c'è adesso nelle azioni, molto più visive e convincenti, mi ha davvero conquistata rimettendomi di peso tra le sue lettrici fidate.


VOTO: 

domenica 24 marzo 2013

Recensione Uno splendido disastro di Jamie MacGuire






Trama:
Camicetta immacolata, coda di cavallo, gonna al ginocchio. Abby Abernathy sembra la classica ragazza perbene, timida e studiosa. Ma in realtà Abby è una ragazza in fuga. In fuga dal suo passato, dalla sua famiglia, da un padre in cui ha smesso di credere. 

E ora che è arrivata alla Eastern University insieme alla sua migliore amica per il primo anno di università, ha tutta l'intenzione di dimenticare la sua vecchia vita e ricominciare da capo. Travis Maddox di notte guida troppo veloce sulla sua moto, ha una ragazza diversa per ogni festa e attacca briga con molta facilità. 

Dietro di sé ha una scia di adoratrici disposte a tutto per un suo bacio. C'è una definizione per quelli come lui: Travis è il ragazzo sbagliato per eccellenza. Abby lo capisce subito appena i suoi occhi incontrano quelli profondi di lui e sente uno strano nodo allo stomaco: Travis rappresenta tutto ciò da cui ha solennemente giurato di stare lontana. Eppure Abby è assolutamente determinata a non farsi affascinare. 

Lei no, non ci cadrà come tutte, lei sa quello che deve fare, quel ragazzo porta solo guai. Ma quando, a causa di una scommessa fatta per gioco, i due si ritrovano a dover condividere lo stesso tetto per trenta giorni, Travis dimostra un'inaspettata mistura di dolcezza e passionalità. Solo lui è in grado di leggere fino in fondo all'anima tormentata di Abby e capire cosa si nasconde dietro i suoi silenzi e le sue improvvise malinconie. 

Solo lui è in grado di dare una casa al cuore sempre in fuga della ragazza. Ma Abby ha troppa paura di affidargli la chiave per il suo ultimo e più profondo segreto…

Recensione:

Ho iniziato la lettura di questo libro sulla scia emozionale di quanti lo osannavano trovandolo "fantastico". Tanto se ne parlava sui diversi gruppi che seguo su FB, pullulanti ragazze giovani, ma di grande competenza in quanto a letture e, pur non essendo il genere di libro che "normalmente" leggo (anche se di normale i libri che occupano gli scaffali della mia libreria non hanno niente!), l'ho preso... in formato digitale... direi per fortuna... e non perché non mi sia PROPRIO piaciuto, anzi in fondo in fondo credo di aver trascorso un po' di tempo in modo piuttosto piacevole, ma nient'altro.

Provo ad essere più chiara: quando ho letto l'ultimo rigo e chiuso il libro, non avevo quel senso di inebriante intontimento che molte volte mi accompagna per giorni dopo una buona lettura, lasciandomi "dentro" storia e personaggi.
Certo la trama è scontata, letta e riletta e propostaci in varie salse, con lui canonico ragazzaccio e lei classica brava ragazza, entrambi con un passato poco chiaro che per scommessa si ritrovano a dividere lo stesso letto, con tutte le conseguenze pseudo romantiche che questo comporta quando c'è attrazione tra i due protagonisti.

In sintesi, Travis Maddox, il figo dell'università ai cui piedi sono stese tutte le ragazze che incontra, ha però un caratteraccio che non riesce a gestire, vedi quando distrugge la casa di lei o quando pesta a sangue il malcapitato... e non solo. Abby, ragazza tranquilla che fugge da un passato ingombrante si ritrova la sola a non essere annichilita da questo bad boy, col quale inizia un tira e molla che dura quasi tutto il libro, con lei che sembra tirare le foglie di una margherita pensando cedo o non cedo. 

Margherita che spesso le avrei fatto ingoiare. Che altro dire: niente! Perché non c'è altro. La creazione da parte della scrittrice di due personalità "complesse", almeno per storia, non viene seguita da un'evoluzione dei caratteri e delle loro caratteristiche. La storia verosimile fino ad un punto diventa poi poco credibile.

Alla fine mi sono chiesta scrivendo questa recensione, e ancora mi sto interrogando, come una storia così banale possa aver avuto tanta ridondanza. Forse la voglia di essere “protette”, forse quella voglia di romanticismo che prevede l'annullarsi l'uno per l'altro (che tra l'altro riscontro solo in Travis, trattato spesso come uno zerbino), mah!

Aggiungo una mia postilla personale, ho saputo che è stata fatta addirittura una petizione per portare questo libro in Italia da chi lo aveva letto in lingua. Ora mi chiedo: va bene, ma facciamo qualcosa, diamoci da fare, smuoviamo le acque anche per molte di quelle scrittrici Italiane che non hanno nulla da invidiare a questa Jamie MacGuire, ma che, ahimè, non sono supportate da grandi case editrici.

Scrittrici che sanno tirare fuori dal loro estro storie ben più articolate, ma non voglio fare alcun tipo di polemica in questa recensione, oltretutto il suo compito questo libro lo ha assolto appieno, ovvero per due/tre ore mi ha fatto “entrare” in un altro mondo......del resto non è questo che devono fare i libri?