mercoledì 10 giugno 2015

Capitolo 10 di THE SHADOWS di J.R. Ward



Capitolo 10


Paradise, figlia diletta di Abalone, Primo Consigliere del Re, aggrottò la fronte allo schermo del suo portatile della Apple. Si sistemava sempre nella biblioteca di suo padre da quando lui aveva iniziato a lavorare ogni notte per Wrath, figlio di Wrath, perché in quel vecchio e irregolare palazzo stile Tudor, il segnale wi-fi era più forte a questa scrivania. Non che un buon segnale le fosse di qualche aiuto in quel momento. Il suo account Hotmail era zeppo di messaggi non letti, perché, con iMessage sul suo cellulare, Twitter, Instagram e FB, non aveva alcun motivo per collegarsi molto spesso.

«Allora aspetta, come si chiamava?» esclamò lei al cellulare.

«Corso Nuovi Apprendisti» rispose Peyton, figlio diletto di Peythone. «Te l'ho inviata, tipo, un'ora fa.»

Lei si sedette sul bordo della poltrona di suo padre. «C'è solo un mucchio di spazzatura qui dentro.»

«Adesso te la rimando-»

«Aspetta, trovata.» Cliccò due volte sull'allegato. «Accidenti. È su carta intestata ufficiale.»

«Te l'avevo detto.»

Paradise controllò la data, il saluto personalizzato a Peyton, i due paragrafi sul programma, e la frase conclusiva. «Porca... è firmato da un Fratello.»

«Tohrment, figlio di Hharm.»

«Beh, se si tratta di un falso, qualcuno sta per beccarsi un-»

«Ma hai letto cosa dice nel secondo paragrafo?»

Lei si concentrò sulle parole. «Femmine? Cioè, cavolo... accettano anche le femmine

«Lo so, vero?» Ci fu un a specie di gorgoglio e uno sbuffo mentre Peyton soffiava una boccata di fumo. «È senza precedenti.»

Paradise rilesse la lettera, questa volta con più attenzione. Parole chiave le balzarono davanti agli occhi: provini aperti per il programma di addestramento. Femmine e civili sono invitati ad effettuare il test d'ingresso sulle prestazioni fisiche. Le sessioni saranno tenute dagli stessi membri della Confraternita. Lezioni? Nada.

«Che cosa sta passando per la loro testa?» mormorò Peyton. «Voglio dire, dovrebbe essere solo per i figli dei membri della glymera

«Non più, a quanto pare.»

Quando Peyton tirò fuori un commento circa il gentil sesso e i ruoli tradizionali a casa e sul campo di battaglia, Paradise si appoggiò allo schienale della poltrona di pelle. Accanto a lei, i ciocchi sistemati dal doggen crepitavano con fiamme arancioni nel camino di marmo, il calore le colpiva un lato del viso e metà del corpo. Tutto intorno, la biblioteca di suo padre risplendeva di un bagliore giallo, di mogano tirato a cera e i rilievi d'oro sulle coste della sua collezione di libri rigorosamente in prima edizione.

Il palazzo in cui vivevano era uno dei più imponenti di Caldwell, con più di quaranta camere arredate con un lusso pari alla biblioteca, se non ancora maggiore. Bellissime sete ricoprivano le finestre vetro piombato a forma di diamante. Eleganti tappeti orientali spiegati sui pavimenti lucidi. Dipinti a olio di antenati erano appesi alle pareti lungo le scale e disposti bene in vista su mensole e credenze. Della raffinata porcellana cinese era esposta al tavolo per ogni pasto, il cibo cucinato e servito dall'ampio numero del personale.

Aveva vissuto qui con suo padre per anni e anni, istruita da altre signore della glymera in tutto ciò che rende una femmina aristocratica una degna compagna: l'abbigliamento, la capacità di intrattenere gli ospiti, l'etichetta, essere la castellana di una tenuta.

E tutto questo per arrivare a cosa? Al suo debutto in società, che era stato posticipato, così come il programma di addestramento della Confraternita, a causa degli attacchi dei lesser due anni prima.

Ora, però, ciò che la attendeva stava per essere reintegrato. Quel che era rimasto dell'aristocrazia era ritornata a Caldwell muovendosi dalle loro case sicure, e vista la sua maggiore età ed essendo trascorsi almeno quattro anni dalla sua transizione, per lei era giunto il momento di trovare un compagno.

Dio, quanto la terrorizzava tutto questo-

«Pronto?» chiese Peyton. «Ci sei ancora?»

«Scusami, sì, ci sono.» Allontanò il telefono dall'orecchio quando sentì un intenso crepitio. «Cosa stai facendo?»

«Sto aprendo un sacchetto di patatine della Cape Cod.» Crunch. Munch. «Oh zio cane, sono incredibili...»

«Allora, cosa hai intenzione di fare?»

«Ne ho ancora mezza busta. Quindi conto di terminarle e farmene un'altra. Poi con ogni probabilità me ne andrò a dormire-»

«No, per programma del centro di addestramento.»

«Mio padre mi ha già detto che devo andare. Va bene, comunque. Non ho fatto niente per tre anni ormai, e mi avrebbero iscritto all'apertura del complesso, ma... beh, ti ricordi cosa è successo.»

«Sì, e faresti meglio a smettere di fumare. A loro non piacerà.»

«Occhio non vede, cuore non duole. Inoltre, mi appello al primo emendamento.»

Lei alzò gli occhi al cielo. «Va bene, per primo, tu non sei umano, quindi la loro Costituzione non si applica a te. E secondo, si riferisce alla libertà di parola, non alla libertà di fumare.»

«È uguale.»

Quando Peyton fece un altro tiro alla sigaretta, lei si figurò il suo bel viso, le spalle ampie, e gli occhi di un azzurro intenso. Si conoscevano da tutta la vita, i membri delle famiglie di entrambi si erano sposati tra di loro per generazioni, come facevano tutti membri dell'aristocrazia.

Era il segreto peggio custodito dalla glymera che i genitori di Peyton e suo padre avessero da poco iniziato a parlare del fatto che loro due si mettessero insieme-

Il suono basso e profondo del battente della porta d'ingresso le fece voltare la testa.

«Chi è?» chiese, alzandosi in piedi e sporgendosi in avanti in modo da vedere fuori nell'atrio.

Il loro maggiordomo, Fedricah, percorse il pavimento, e sebbene suo padre non avesse mai aperto la porta personalmente, anche lui uscì dal suo studio privato di fronte.

«Padrone?» domandò il maggiordomo. «Aspettate qualcuno?»

Abalone si sistemò la giacca. «Un lontano parente. Pensavo di avertelo detto, le mie scuse.»

«Me ne vado a letto» esclamò Paradise al cellulare. «Buongiorno.»

Ci fu una pausa. «Già, anche a te, Parry. E lo sai, puoi chiamarmi se hai degli incubi, va bene?»

«Certo. Lo stesso vale per te. 'Giorno.»

«'Giorno anche a te.»

Mentre chiudeva la chiamata, lei si scoprì contenta che il suo amico fosse ancora in circolazione. Da quando gli attacchi erano diminuiti e tanti della loro classe sociale erano stati fatti a pezzi, loro due avevano preso l'abitudine di usare le linee telefoniche per far passare le ore, a volte interminabili, di luce diurna. Il collegamento era stato indispensabile nel periodo immediatamente successivo alle incursioni, quando lei e suo padre si erano trasferiti a Catskills, mentre lei sfogava il suo nervosismo in quel grande fienile vittoriano per mesi.
Peyton era un buon amico. Per quanto riguardava la storia del mettersi insieme?

Non sapeva come sentirsi se ci pensava.

Aggirando la scrivania, lei attraversò l'atrio fino a che suo padre la vide e scosse la testa. «Sparisci, Paradise. Per favore.»

Le sue sopracciglia scattarono in alto. Questa era la sua parola in codice per rifugiarsi nel tunnel nascosto della casa. «Cosa sta succedendo?»

«Ti prego, vai.»

«Hai detto che era un parente.»

«Paradise

Paradise ritornò in biblioteca, ma rimase sotto l'arco della porta, in ascolto.

Il cupo cigolio dell'apertura della massiccia porta d'ingresso le apparve risuonare con forza.

«Sei tu» esclamò il padre in uno strano tono. «Fedricah, puoi scusarci, vero?»

«Ma certo, Padrone.»

Il maggiordomo si allontanò, attraversando brevemente quella parte dell'atrio che Paradise poteva vedere. Dopo un momento, la porta nella metà posteriore della casa si chiuse.

«Allora?» domandò una voce maschile. «Hai intenzione di invitarmi a entrare?»

«Non lo so.»

«Morirò qui fuori. Nel giro di pochi minuti.»

Paradise combatté la voglia di allungare la testa oltre lo stipite per vedere di chi si trattava. Non aveva riconosciuto la voce, ma la pronuncia precisa e l'accento altezzoso suggerivano che fosse un aristocratico. Il che aveva senso, considerando che si trattava di un "parente".

«Indossi una tenuta da battaglia» ribatté suo padre. «Non lo consento oltre la soglia di casa mia.»

«È la mia banda o sono le mie armi a spaventarti di più?»

«Non mi spaventa nessuno dei due. Sei stato battuto, se ben ricordi.»

«Ma non sconfitto, mi dispiace dirlo.» Ticchettii suggerivano che qualcuno stesse maneggiando degli oggetti fatti di parti metalliche. E poi ci fu un tonfo, come se qualcosa avesse colpito la scalinata di pietra davanti all'ingresso. «Ecco, quindi, sono nudo davanti a te. Sono completamente disarmato, e le mie armi sono sulla soglia di casa, non dentro le mura.»

«Io non sono tuo cugino.»

«Condividiamo lo stesso sangue. Abbiamo molti antenati in comune-»

«Risparmiamelo. E qualunque messaggio il tuo capo voglia inviare al Re, deve farlo attraverso-»

«Non sono più un seguace di Xcor. In nessun modo.»

«Chiedo scusa?»

«I legami sono stati recisi.» Ci fu un sospiro esausto. «Ho trascorso i mesi dopo le elezioni che hanno restituito a Wrath il trono cercando di convincere Xcor e la Banda dei Bastardi a tirarsi fuori dal loro tradimento. Anche dopo aver ragionato e supplicato intensamente affinché si trovasse una strada più intelligente, sono rattristato di non essere riuscito a dissuaderli dalla loro follia. Infine, me ne sono dovuto andare. Sono sgattaiolato via di nascosto e mi sono allontanato dal posto in cui vivono, e ora temo per la mia vita. Non ho nessun altro posto dove andare, e quando ho parlato con Salliah nel Vecchio Continente, mi ha suggerito di venirti a trovare.»

Il loro lontano cugino, pensò Paradise. Riconobbe quel nome.

«Per favore» disse il maschio. «Chiudimi dentro una stanza se devi farlo-»

«Io sono un fedele servitore del Re.»

«Allora non sprecare un vantaggio tattico.»

«Cosa stai suggerendo?»

«In cambio della sicurezza sotto il tuo tetto, io sono pronto a dirti tutto quello che so sulla Banda dei Bastardi. Dove passano le ore di luce. Quali sono i loro schemi. Dove si incontrano durante la notte. Come pensano e come combattono. Certamente queste notizie ben valgono l'affitto di un posto letto.»

Paradise non riusciva più a sopportarlo. Doveva vedere chi era quell'uomo.

Inchinandosi, piegò il proprio corpo intorno allo stipite e lanciò un'occhiata oltre le spalle rigide di suo padre. Il suo primo pensiero fu che i pantaloni di pelle strappati del maschio e la camicia button-down non corrispondevano alla sua voce. Il suo secondo fu che i suoi occhi erano lividi, erano così stanchi.

Sembrava davvero essere arrivato dal fronte della guerra, qualcosa di dolciastro e nauseabondo che proveniva dal suo corpo aveva impregnato l'aria non appena aveva messo piede in casa.

Il maschio la notò subito, e il suo volto registrò qualcosa che nascose molto in fretta.

Il padre voltò la testa e le scoccò un'occhiataccia. «Paradise» sibilò.

«Posso capire perché esiti» esordì il maschio, senza mai lasciare gli occhi della femmina. «Infatti, lei è preziosa.»

Suo padre si voltò verso Paradise. «Devi andartene.»

Il maschio si abbassò su un ginocchio e chinò il capo, mise una mano sul cuore e sollevò l'altra con il palmo aperto verso l'alto. Nell'Antico Idioma, disse a bassa voce, "Giuro sul nostro comune lignaggio che non arrecherò alcun danno a voi, alla vostra figlia diletta, o a qualsiasi cosa vivente all'interno di queste mura - oppure possa la Vergine Scriba troncare la mia vita dinanzi ai vostri occhi."

Suo padre la guardò e fece un secco cenno con un braccio, un ordine diretto a lei di uscire da quella stanza e starsene lontana.

Lei sollevò le mani e annuì, tutta un Okay, okay, okaaaaay.

Muovendosi rapidamente, tornò in biblioteca e si avvicinò ai pannelli accanto al camino. Allungò la mano sotto la terza mensola a partire dal pavimento e azionò un punto nascosto, premette la leva e fu in grado di spingere l'intero carico di libri fuori e oltre sul percorso ben oliato. Con una veloce scivolata, emerse nel corridoio che correva intorno al primo piano della casa, che consentiva l'accesso, sia visivo che reale, a ogni stanza attraverso delle porte nascoste e punti di osservazione.

Sembrava un qualcosa uscito da un film di Alfred Hitchcock.

Chiudendosi dentro, Paradise raggiunse le scale basse che si trovavano alla parte opposta, e mentre le saliva, avrebbe voluto poter sentire quello che i due maschi si stavano dicendo. Come al solito, però, sarebbe rimasta all'oscuro; suo padre non le aveva mai detto niente di niente.

Faceva parte della sua mentalità vecchia scuola: le femmine di buona famiglia non avevano bisogno di essere disturbate con cose come misteriosi, lontani parenti che si presentavano senza preavviso e armati fino ai denti. O, per dire, di quale tipo di affari si occupava la famiglia, quanto guadagnava o a quanto ammontava il suo patrimonio. Per esempio, quando suo padre era stato nominato Primo Consigliere del Re, fu tutto ciò che le era stato detto. Non aveva idea in che cosa consistesse il suo lavoro, cosa faceva per il Re e la Confraternita - diavolo, non sapeva nemmeno dove andava ogni notte.
Lei credeva che lui pensasse veramente di preservarla.

Ma Paradise odiava essere all'oscuro di tutto.

Alla sommità della scala nascosta, proseguì per altri quattro metri e mezzo e si fermò davanti un pannello incassato. Il chiavistello era a sinistra e lei lo aprì.
La sua camera da letto era tutta delicata e femminile, dal letto frivolo al pizzo alle finestre, ai tappeti a mezzopunto morbidi come pantofole che non avevi bisogno di indossare.

Entrò e chiuse la serratura della porta, sapendo che sarebbe stata la prima cosa che suo padre avrebbe controllato quando fosse salito al piano di sopra - e se non si fosse affacciato al secondo piano perché doveva restare con il loro "ospite"? Avrebbe mandato Fedricah a effettuare il test della maniglia.

Arrivata al suo letto, si sedette, scalciò via i mocassini, e ricadde sul piumone. Fissando il baldacchino, scosse la testa.

Chiusa nella sua stanza. Tagliata fuori da qualsiasi azione.

Subito dopo gli attacchi, quello era stato l'unico posto in cui voleva essere, l'unico modo per sentirsi al sicuro. Ma quelle notti di terrore si erano trasformate in mesi di preoccupazione... che erano scivolati in una normalità inquieta... che si era evoluta in una vita semplice in generale.

Per cui ora si sentiva in trappola. In questa stanza. In questa casa. In questa vita.

Paradise fissò la porta chiusa a chiave.

Chi era quel maschio? si chiese.


5 commenti:

  1. Che peccato è già finito.
    Grazie
    Baci

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  2. Comincio ad essere confusa: la Legacy non doveva essere una serie a fianco di quella della confraternita? e Come mai c'è un accenno all'addestramento delle ragazze? Complimenti ancora per la traduzione. Grazie. Susanna

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    1. Ciao, Susanna. Nell'intervista che ho letto e non tradotto (me cattivona, dovrò decidermi!), la Zietta ha confermato la nascita della serie Legacy spin-off della Confraternita. Mentre la vecchia serie continuerà a evolversi come Il Re e Le Ombre, la serie Legacy sarà un paranormal old style, per intenderci i primi libri, con la scuola di addestramento come background e i Fratelli (e le rispettive shellan) come protagonisti. La Ward fa accenno a Paradise non solo per inserire il ruolo di Throe, ma per avviare la nuova serie che vedrà la figlia del Primo Consigliere del Re addestrarsi sotto l'occhio vigile di Butch.

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  3. ho paura di scoprire cosa combinerà quel vigliacco spero che non se la cavi naturalmente l'attesa mi da ansia comunque grazie della traduzione tvb fammi sapere se sai quando sarà pubblicato

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