mercoledì 4 giugno 2014

Capitolo 9 di THE KING di J.R. Ward



The King

9

Era una brutta emicrania.
Quando iAm aprì la porta della camera di suo fratello, la sofferenza del povero bastardo impregnava l'aria, rendendo difficile respirare - e anche vedere correttamente.

"Trez?"

Il gemito in risposta non suonava bene, era una combinazione tra il verso di un animale ferito e una gola dolorante dopo aver rimesso. iAm sollevò il polso nel fascio di luce alle sue spalle e imprecò verso il Piaget. Ormai il figlio di puttana avrebbe dovuto essere in netta ripresa, il corpo riemerso dal buco in cui il mal di testa l'aveva inghiottito.

Non in questo caso.

"Vuoi qualcosa per lo stomaco?"

Borbottio, borbottio, gemito, borbottio?

"Okay, sono sicuro che ne abbiano un po'."

Borbottio, lamento, lamento. Brontolio, brontolio.

"Sì, anche quello. Vuoi dei biscotti Milano?"

Llllllllllllllllllllamento.

"Affermativo."

iAm chiuse la porta e scese le scale che lo portarono  nella giuntura tra la galleria delle statue e il foyer del secondo piano. Al pari del resto della casa, tutto era silenzioso come una tomba, ma quando mise il primo piede sulla scalinata principale, il suo naso da chef colse i sottili odori del Primo Pasto che veniva preparato nell'ala delle cucine.

Più si avvicinava al territorio dei doggen, più il suo stomaco borbottava. Logico. Dopo aver preparato il sugo alla bolognese, aveva controllato suo fratello e poi aveva trascorso ore in palestra.

Dove aveva visto tanto di più rispetto alla sala pesi.

L'ultima cosa con cui avrebbe mai pensato di fare i conti era provare a togliere di dosso a quella guerriera il Re. Era stato costretto a interrompere l'allenamento quando aveva sentito urlare qualcuno ed era andato a controllare - al che aveva trovato, beh, il Re avvinghiato a quella femmina.

Inutile dire che provava un rinnovato rispetto per il vampiro cieco. C'erano davvero poche cose che iAm non era stato in grado di spostare nella sua vita adulta. Aveva cambiato una gomma come se stesse usando una chiave per pneumatici. Era stato visto spostare pentole piene di salsa grandi come lavabiancheria per tutta la cucina. Diavolo, aveva anche riposizionato una lavatrice e un'asciugatrice senza pensarci troppo.

E poi aveva dovuto togliere quel furgone da dosso al fratello due anni prima.

Un altro esempio di come la vita amorosa di Trez fosse fuori controllo.

Ma giù nel centro d'addestramento con Wrath? Non c'era stato modo di spostare quello stronzo. Il Re teneva la presa come un bulldog - e l'espressione sulla sua faccia? Nessuna emozione, né una smorfia né uno sforzo. E quel corpo - brutalmente forte.

iAm scosse la testa mentre attraversava la sala con l'albero di melo in fioritura.

Provare a spostare Wrath era stato come spingere un macigno. Non si era mosso per niente.

Quel canide però ce l'aveva fatta. Grazie a Dio.

Di solito ad iAm  non piacevano gli animali in casa - e di sicuro non era un tipo da cani. Erano troppo grossi, troppo dipendenti, la perdita di pelo. Ma adesso rispettava quel golden qualunque cosa fosse -

Meeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeooooooooowwwwwwwwwwww.

"Cazzo!"

Quando si parla del diavolo. Quando il gatto nero della Regina si strusciò tra i suoi piedi, iAm fu costretto a imitare Michael Jackson per evitare di pestarlo.

"Dannazione, gatto!"

Il felino lo seguì in cucina, sempre attorcigliandosi alle caviglie - quasi come se sapesse che lui stava pensando alla prestazione del cane e il gatto volesse determinare il proprio dominio.

Solo che i gatti non potevano leggere nel pensiero, naturalmente.

Si fermò a guardare quella cosa. "Che diavolo vuoi."

Non proprio una domanda, e a lui non importava dare al felino una possibilità di risposta.

Una zampa nera si sollevò e poi...

Nell'istante successivo, il maledetto gatto gli saltò in braccio, girandosi sulla schiena... e facendo le fusa come una Ferrari.

"Vuoi scherzare," borbottò. "Non mi piaci. Maledizione."

"Padrone, cosa posso fare per te?"

Quando Fritz, l'antico doggen maggiordomo, sollevò il viso grande quanto un manifesto, iAm si prese un momento per riconnettersi con la sua isola felice. Che, sfortunatamente, somigliava molto al film Saw - parti del corpo degli altri erano ovunque.

Ma era solo una fantasia indotta dallo stress. Ad esempio, ricordava che mooooolto tempo prima, non si lagnava di tutto e tutti. Sul serio. Era vero.

Zampa, zampa, zampa. Sulla sua camicia.

"E che cazzo." Cedette e massaggiò il pancino nero. "E no, non ho bisogno di niente."

Le fusa si fecero così forti che dovette allungarsi verso il maggiordomo. "Cosa hai detto?"

"Che sono felice di procurati qualunque cosa di cui hai bisogno."

"Sì. Lo so. Ma mi occuperò io di mio fratello. Nessun altro. Sono stato chiaro?"

Ora il gatto stava strofinando la testa contro i suoi pettorali. Poi si allungò con impazienza.

Oh, Dio, questa era brutta - specialmente quando il viso già cadente del maggiordomo si afflosciò fino alle ginocchia nodose.

"Ah, merda, Fritz -"

"È malato?"

iAm chiuse velocemente gli occhi quando riconobbe la voce della femmina. Fantastico. Un'altra fazione d'ascoltare.

"Sta bene," disse iAm senza guardare l'Eletta Selena.

Lasciandosi chi dava consigli non richiesti alle spalle, si diresse alla dispensa col gatto scroccone e...

Giusto. Come avrebbe trasferito tutto quel carico di razioni da post emicrania dagli scaffali con le braccia impegnate da -

Qual era il suo nome?

Bene. Sarebbe stato Maledetto Gatto, allora.

Abbassando lo sguardo verso quegli enormi occhi appagati, iAm strinse le labbra mentre lo accarezzava sotto il mento. Dietro un orecchio.

"Okay, adesso basta così." Si mise a giocare con una zampa. "Ora ti metto a terra."

Riprendendo il controllo, spostò il gatto dalla sua posizione supina e provò a metterlo a terra -

In qualche modo, l'animale riuscì ad aggrapparsi con gli artigli alle fibre del suo maglione di lana e restò appeso davanti a lui come una cravatta.

"Vuoi scherzare."

Ci furono altre fusa. Un solo battito di ciglia su quegli occhi luminosi. Un'espressione di possesso che fece intuire ad iAm che quella interazione sarebbe andata come voleva il gatto - e come nessun altro.

"Forse posso essere d'aiuto?" chiese Selena dolcemente.

iAm borbottò un'imprecazione e fissò il gatto. Quindi toccava all'Eletta. Ma smettere di provare a togliergli il maglione? Maledetto Gatto ci era appiccicato sopra.

"Mi servono quei biscotti Milano là sopra." L'Eletta si allungò e prese un sacchetto della Pepperidge Farm dal reparto stuzzichini. "E avrà bisogno di alcune di quelle tortilla."

"Semplici o al gusto lime?"

"Semplici." iAm rinunciò completamente e riprese a coccolare Maledetto - e subito il gatto si sdraiò come iAm fosse una poltrona o un divano della La-Z-Boy.

"Vorrà anche una di quelle torte della Entenmann. E gli porteremo anche tre coche ghiacciate, due bottiglie grandi di Poland Spring a temperatura ambiente e una pernice su un pero."

(iAm cita la Christmas Carol "I dodici giorni di Natale", una canzoncina che parla di doni in maniera esponenziale, partendo dal numero 1 fino ad arrivare a 12 regali, questo per intendere quante cose gli stanno portando.)

Dopo uno dei suoi mal di testa, Trez desiderava idratazione, glucosio e caffeina. Aveva senso. Stare dodici ore senza cibo non era una buona notizia. E poi c'era tutto quel vomitare con cui aveva dovuto confrontarsi.

Cinque minuti dopo, lui, l'Eletta e Maledetto Gatto si diressero al terzo piano. E iAm riuscì almeno ad aiutare portando le lunghe bottiglie d'acqua sotto le ascelle. Fritz aveva anche fornito una di quelle borse con maniglie della Whole Foods per trasportare il resto.

Cristo, avrebbe preferito mille volte fare quel tragitto da solo.

"Gli piaci moltissimo," commentò la femmina mentre salivano le scale.

"È mio fratello. Sarebbe meglio che lo facesse."

"Oh, no - intendevo il gatto. Boo ti adora."

"Il sentimento non è reciproco."

iAm aveva voglia di sbattere in faccia alla femmina un "Ci penso io" quando arrivarono alla porta della camera da letto - ma Maledetto non aveva alcuna intenzione di andarsene da qualche altra parte.

E così l'Eletta Selena sarebbe finita direttamente nel letto di Trez.

Proprio la situazione di cui non aveva bisogno.

Grazie mille, gatto.

Quando la porta si spalancò, la luce penetrò all'interno e, come la fortuna aveva voluto, quella merda illuminò Trez mentre quella grossa, brutta prominenza si mostrava.
Qualcuno aveva percepito l'odore della femmina.

Oh, porca puttana.

E perché cazzo quello stronzo non poteva apparire al peggio? Suo fratello avrebbe dovuto somigliare a una schifosa carogna di animale dopo quel che aveva passato durante il giorno.

"Dove lo metto?" chiese l'Eletta a uno di loro o a entrambi.

"Sul ripiano," mormorò iAm. Era il punto più lontano dal letto -

"Lasciaci soli," esclamò con un grugnito il paziente.

Okay, grazie a Dio Trez si stava finalmente riprendendo. L'Eletta poteva riprendere le sue faccende e lui e suo fratello potevano tentare di nuovo la storia del pentimento...

iAm si rese conto che nessuno si muoveva. Eppure Trez era ancora sollevato e l'Eletta era immobile come un cervo dinanzi ai fari di un auto. E entrambi guardavano lui.

"Cosa c'è?" disse.

Quando infine comprese, iAm strinse gli occhi fissando il fratello. "Dici sul serio?"

"Lasciaci soli," si limitò a ripetere il bastardo.

Maledetto Gatto smise di fare le fusa tra le sue braccia, come se l'animale avesse capito che nella stanza c'era una pessima atmosfera.

Ma la questione era che non potevi trattare con gli stupidi - e iAm si era stufato di tentare, era pronto a gettare la spugna.

Voltandosi verso l'Eletta, disse a bassa voce, "Stai attenta."

Per concludere, portò Maledetto e il suo culo triste fuori da quella stanza.

Era senza dubbio la cosa migliore. Nei confronti del fratello si sentiva come si era sentito con Wrath, e non ne sarebbe venuto fuori niente di buono.

Avviandosi verso le scale, fece il percorso a ritroso. Di tanto in tanto, allungò la mano verso l'animale tra le sue braccia, accarezzandogli con gesti circolari il mento con la punta delle dita. Una volta tornato in cucina, che era gremita dal personale di turno, decise che era giunto il momento di riunirsi nuovamente alla sua ombra.

"Fritz."

Il maggiordomo lasciò perdere all'istante le cruditè che stava preparando. "Sì, Padrone! Desidero essere di aiuto."

"Prendi questo." iAm si tolse il gatto di dosso, divincolando entrambi gli artigli anteriori dal maglione. "E fai tutto ciò che va fatto."

Quando si voltò, sentì il bisogno di girarsi a guardare e assicurarsi che Maledetto stesse bene. Ma perché cazzo avrebbe dovuto farlo?

Doveva tornare da Sal e controllare il suo personale. Di solito andava al ristorante nel primo pomeriggio, ma niente era stato come "al solito", con quella merda di emicrania. Ogni volta che suo fratello ne aveva una, entrambi soffrivano di mal di testa. E ora col veloce recupero di Trez che senza alcun dubbio se la sarebbe spassata con quell'Eletta, era giunto il momento di tornare sui suoi passi.

Se solo fosse riuscito a evitare di uscire fuori di testa.

Gesù Cristo, Trez stava per scopare con quella femmina. E solo Dio sapeva dove quel gesto li avrebbe condotti tutti.

Appena raggiunse l'uscita, chiamò da sopra la sua spalla, "Fritz."

Attraverso il baccano della preparazione del Primo Pasto, il doggen rispose, "Sì, Padrone?"

"Non ho mai visto del pesce qui. Perché?"

"Il Re non lo gradisce."

"Permette di averlo in casa?"

"Oh, certamente, Padrone. Solo non al suo tavolo e di sicuro mai nel suo piatto."

iAm fissò i pannelli della porta di fronte a lui. "Voglio che mi procuri del salmone fresco lo metti a bollire. Stasera."

"Naturalmente. Non sarà pronto prima del Primo Pasto per te -"

"Non per me. Io odio il pesce. È per Maledetto Gatto. Voglio che glielo serviate regolarmente." Aprì la porta. "E dategli anche della verdura fresca. Cosa mangia?"

"Soltanto il meglio. Una dieta a base di cibo della Hill's Science."

"Scopri cosa c'è in quelle scatolette - e voglio che tutto venga preparato a mano. Niente più ingredienti segreti per lui d'ora in avanti."

L'approvazione sbocciò nella voce del vecchio doggen: "Sono certo che Padrone Boo apprezzerà il vostro interesse speciale."

"Non mi interessa quella palla di pelo."

Completamente irritato con se stesso e con chiunque altro sul pianeta, uscì a passo di marcia non solo dalla cucina, ma dalla magione. Bel tempismo. Il sole era già tramontato e la luce iniziava a spegnersi nel cielo.

Amava la notte e si prese un momento per fare un profondo respiro. La fredda aria invernale gli fece fischiare le cavità nasali.

Se fosse stato un vero maschio, libero dalle catene di suo fratello e dalla prigionia imposta a Trez dai loro genitori, avrebbe scelto un'altra vita. Se ne sarebbe andato da qualche parte a ovest, lontano dalla terraferma e da chiunque altro.

Non che lui fosse un eremita per natura. Semplicemente non dava importanza a ciò che molti altri invece davano in abbondanza. Nella sua testa,  il mondo non aveva bisogno di un altro iPhone, o di una rete internet più veloce, oppure un'esclusiva sulla ventisettesima edizione di Real Housewives. Diavolo, a chi cazzo importava se un vicino aveva una casa/auto/barca/roulotte/tagliaerba più grande? Perché doveva infastidire se qualcuno aveva un orologio/anello/telefono/televisore/biglietto della lotteria migliore? Per non parlare delle scarpe sportive.

Sempre ipermodaiole. Spot di makeup, tragedie di star del cinema, acquirenti compulsivi sul canale televisivo per le vendite e stupidi automi umani che credevano ancora a ciò che i predicatori gli infilavano in gola.

E no, non erano solo gli umani a bersi tutta quella merda.
I vampiri erano ugualmente responsabili - indossavano solo la loro superiore mentalità schiavista su quei ratti senza coda.

Erano talmente tante le esaltazioni su chi erano davvero dettate da ciò che veniva inculcato loro di volere, di necessitare, di cercare, di acquisire.

D'altronde, non era riuscito a liberarsi della tragedia del fratello, per cui eccolo lì -

Quando il telefono cominciò a squillare nella tasca, allungò una mano e lo prese. Sapeva chi stava chiamando anche prima di guardare lo schermo, accettò la chiamata e mise il cellulare all'orecchio.

Quella piccola parte di lui in cui era divampata la vita morì ancora una volta nel centro del suo petto.

"Vostra Eccellenza," salutò il Gran Sacerdote. "A cosa devo questo onore?"

*    *    *

Assail controllò l'orologio mentre andava avanti e indietro nella sua cucina. Si girò verso il lavandino. Andò verso il mobile bar. Controllò di nuovo l'orologio.

Ehric se n'era andato ventuno - no, ventidue minuti prima - e il viaggio ne richiedeva al massimo venticinque.

Il cuore gli batteva sordo nel petto. Aveva un piano per quella sera e questa prima parte era critica ai fini della conclusione.

Tirò fuori il cellulare e iniziò a digitare -

Il doppio bip che sentì indicava che un veicolo stava entrando in garage.

Assail corse all'ingresso, spalancò la porta blindata e provò a guardare attraverso gli scuri vetri antiproiettile della Range Rover. I cugini avevano messo in sicurezza...

Il protocollo prevedeva di aspettare che tutto fosse nuovamente chiuso prima di uscire da qualsiasi veicolo, ma l'impazienza e quella paura che lo affliggeva gli fece gettare il buon senso fuori dalla finestra. Correndo sul pavimento liscio di cemento, raggiunse il SUV mentre Ehric spegneva il motore e usciva insieme al fratello.

Prima che Assail potesse valutare le espressioni sulle facce dei cugini, o iniziare ad abbaiare affinché gli dessero spiegazioni, lo sportello posteriore si aprì lentamente.

Ehric e suo fratello s'immobilizzarono. Come se non avessero avuto nessun controllo sul loro carico - e sapevano che ora sarebbe potuto accadere di tutto.

L'anziana femmina umana che scese era alta un metro e cinquantadue centimetri ed era tarchiata come un cassettone. I capelli erano spessi e bianchi ed erano arricciati all'indietro, scoprendo un viso rugoso, gli occhi scuri fissavano luminosi e intelligenti da sotto le palpebre appesantite. Al di sotto di uno stazzonato cappotto di lana nera, il suo abbigliamento era semplice, un abito a sacco a fiori blu, ma le scarpe dal tacco basso e la borsa abbinata erano di vernice - come se avesse voluto indossare il meglio di ciò che aveva nell'armadio.

Assail le fece un inchino. "Signora, benvenuta."

La nonna di Sola tenne la piccola borsa sotto il seno. "I miei effetti. Li voglio."

Il suo accento portoghese era marcato, e lui dovette mettere ordine tra le parole per tradurre quel che aveva detto.

"Bene." Assail fece un cenno ai cugini e a quel comando, andarono sul retro del SUV e tirarono fuori tre modeste valigie spaiate. "La sua stanza è pronta."

Lei annuì brevemente. "Faccia strada."

Quando Ehric arrivò col bagaglio, sollevò un sopracciglio e aveva ragione a essere scioccato. Ad Assail non piaceva molto prendere ordini.

Eppure a lei sarebbero state fatte delle concessioni.

"Naturalmente." Assail fece un passo indietro e s'inchinò di nuovo, indicando la porta da cui era uscito.

Regale come una regina, la piccola vecchietta si avviò verso i tre gradini bassi che conducevano in casa.

Assail balzò avanti per aprire le varie porte. "Questo è il nostro ripostiglio. Avanti c'è la cucina."

Entrò dietro di lei, deglutendo con impazienza. Eppure non c'era alcuna fretta. Doveva essere certo che la facciata legittima dell'impero di Benloise fosse svuotata dai suoi mercanti d'arte e gli impiegati d'ufficio prima di andarci. E mancava ancora un'ora buona almeno.

Continuò il suo giro. "Al di là ci sono la zona pranzo e la zona intrattenimento." Mentre faceva strada in quell'enorme open space che sovrastava il fiume Hudson, guardò i suoi arredi sparsi con nuovi occhi. "Non che m'interessi l'intrattenimento."

Non c'era niente di personale in quella casa. Solo gli allestimenti che erano stati montati per vendere la proprietà, tappeti e vasi anonimi, e un set di divani e poltroncine in tinta neutra. Lo stesso valeva per le camere da letto, di cui quattro erano laggiù e una al secondo piano.

"Il mio ufficio è qui -"

Si fermò. Aggrottò la fronte. Si guardò attorno. Dovette tornare sui propri passi verso la cucina per trovare il gruppo variegato.

La nonna di Sola aveva la testa nel frigorifero Sub-Zero, sembrava uno gnomo che cercava un posto fresco in piena estate.

"Signora?" chiese Assail.

Lei chiuse lo sportello e si diresse  verso gli armadietti a tutt'altezza. "Non c'è nulla qui. Nulla. Cosa mangiate?"

"Ah..." Assail guardò i cugini in cerca di supporto. "Di solito mangiamo in città."

Lo sbeffeggio della signora anziana era l'equivalente di E che cazzo. "Ho bisogno di alimenti di base."

Si voltò sulle piccole scarpe lucenti e si mise le mani sui fianchi. "Chi mi porta al supermercato."

Non era una richiesta.

E mentre lei fissava tutti e tre, Ehric e il violento assassino del suo gemello apparvero sconcertati quanto Assail.

La serata era stata pianificata al minuto - e un giretto all'Hannaford locale non era sulla lista.

"Voi due siete troppo magri," annunciò la donna, agitando la mano in direzione dei gemelli. "Dovete mangiare."

Assail si schiarì la gola. "Signora, è stata portata qui per la sua incolumità." Non avrebbe permesso a Benloise di fare armi e bagagli e fuggire - e quindi lui doveva assicurare al minimo un potenziale danno collaterale. "Non per cucinare."

"Ha già rifiutato il denaro. Non resterò qui gratis. Mi guadagnerò vitto e alloggio. È così che deve andare."

Assail lasciò andare un lungo e lento respiro. Ora sapeva da chi Sola aveva preso la sua indipendenza.

"Beh?" domandò la donna. "Io non guido. Chi mi porta."

"Signora, non preferirebbe riposare -"

"Il mio corpo riposerà quando sarà morto. Chi."

"Abbiamo un'ora," disse evasivamente Ehric.

Mentre Assail guardava l'altro vampiro, la vecchietta si sistemò la borsetta al braccio e annuì. "Allora mi porterà lui."

Assail incontrò direttamente lo sguardo della nonna di Sola e abbassò la voce di un mezzo tono in modo che la frase successiva suonasse rispettosa. "Pago io. Siamo chiari - non spenderà un centesimo."

Lei aprì la bocca come se volesse discutere, ma era testarda - non stupida. "Allora farò i rammendi."

"I nostri indumenti sono in condizioni -"

Ehric si schiarì la gola. "In realtà ho un paio di bottoni lenti. E la striscia di velcro del suo giubbotto protettivo è -"

Assail guardò oltre la sua spalla e mostrò le zanne all'idiota - fuori dal campo visivo della nonna di Sola, naturalmente.

Riassumendo la propria espressione, Assail si voltò e -

Capì d'aver perso. La nonna aveva inarcato un sopracciglio, gli occhi scuri fermi come quelli di un nemico che non aveva mai affrontato. Assail scosse la testa. "Non posso credere di negoziare con lei."

"E ha accettato le condizioni."

"Signora -"

"Allora è deciso."

Assail alzò le mani. "Bene. Avete quarantacinque minuti. Questo è tutto."

"Saremo di ritorno in trenta."

Dopodiché, la donna si voltò e si diresse alla porta. Nella sua minuscola scia, i tre vampiri cominciarono a giocare a pingpong oculare.

"Andate," disse Assail a denti stretti. "Tutti e due."

I cugini si avviarono verso la porta del garage - ma non la raggiunsero. La nonna di Sola si voltò mettendo le mani sui fianchi.

"Dov'è il suo crocifisso?"

Assail sobbalzò. "Chiedo scusa?"

"Non siete cattolici?"

Mia piccola dolce donna, noi non siamo umani, pensò.
"Temo di no."

Due occhi fissi come un raggio laser si fermarono su di lui. Su Ehric. Sul fratello di Ehric. "Questa cosa cambierà. È la volontà di Dio."

E uscì, a passo di marcia attraverso l'ingresso, spalancò la porta e sparì in garage.

Quando la massiccia barriera d'acciaio si chiuse automaticamente, Assail riuscì solo a sbattere le palpebre.

Anche gli altri due erano esterrefatti. Nel loro mondo, il dominio si stabiliva attraverso la forza e la manipolazione da parte di maschi persuasivi. La posizione si guadagnava o si perdeva in competizioni  che finivano spesso in bagni di sangue e il risultato veniva dato dalla conta dei corpi.

Quando uno veniva da quell'orientamento, di sicuro non si aspettava di venire castrato nella propria cucina da una donna che non aveva nemmeno un coltello. E avrebbe gradito salire sulla scala a libretto e rimuovere la suddetta parte anatomica.


"Non statevene là," sbottò Assail. "Sarebbe capace di guidare lei."

9 commenti:

  1. Io ADORO la nonna di Sola!!! Non vedo l'ora di scoprire cos'altro succederà a casa di Assail con questa simpaticissima vecchietta!!!!

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  2. cosa succede al re nel capitalo 9 non ne parla ti ringrazio christiana sei x mè una continuità

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  3. Baci e grazie. Assail e Sola sono la mia coppia preferita in questo libro, lo confesso!

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  4. Se penso ai mesi che devo aspettare x leggere questo libro mi vien male!!!! Qualt'e' bello!!! Nel frattempo grazie di cuore Chris - Adele

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  5. Fidanziamo la nonna di Sola con Fritz?

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    1. Buona idea, Babette!!!

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    2. quando uscirà in italia avete qualche novità ,grazie chiristiana per le traduzzioni aspetto con ansia il prossimo capitolo.

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  6. Uff ... devo mettermi in pari con i capitoli ... ma cosa starà combinando la nonna di Sola? Mah ...

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