mercoledì 8 ottobre 2014

Capitolo 24 di THE KING di J.R. Ward



The King


24


Voltando la testa sul cuscino, Sola fissò la porta della camera d'ospedale che le era stata assegnata. In realtà non era la porta quel che vedeva.

Continuavano a scorrerle davanti agli occhi dei flash del rapimento che non le permettevano di vedere altro: il suo ritorno a casa e il colpo alla testa. La corsa in auto. Il razzo di segnalazione. L'inseguimento attraverso la neve. E poi la cella della prigione e quella guardia che era scesa giù per -

Al colpo alla porta Sola sobbalzò. Il che era curioso; sapeva bene chi fosse. "Sono contenta tu sia tornato."

Assail socchiuse la porta e infilò dentro solo la testa, come se temesse di opprimerla. "Sei sveglia."

Si tirò le coperte fino al collo. "Non ho mai dormito."

"No?" Spalancando la porta, Assail entrò nella stanza con un vassoio colmo di cibo. "Avevo sperato che... beh, forse avresti gradito delle vettovaglie."

Sola voltò la testa. "Hai un modo di parlare alquanto antiquato."

"L'inglese non è la mia lingua madre." Appoggiò il vassoio sul carrello e lo avvicinò a lei. "Neanche la mia seconda, in realtà."

"Forse è questo il motivo per cui adoro sentirti parlare."

Assail si bloccò sentendo le parole di Sola - e già, probabilmente se non fosse stata imbottita di antidolorifici, non avrebbe mai ammesso una cosa del genere. Ma al diavolo...

All'improvviso la guardò, un'intensa luce brillò nei suoi occhi rendendoli più luminosi del solito. "Sono lieto che la mia voce ti piaccia," abbozzò Assail.

Sola si concentrò sul cibo mentre cominciava a percepire un tepore dentro di sé per la prima volta da... tutto quanto. "Ti ringrazio per il disturbo, ma non ho fame."

"Hai bisogno di nutrirti."

"Gli antibiotici mi danno la nausea." Lei indicò col mento la flebo appesa all'asta di fianco al letto. "Qualunque cosa ci sia dentro è semplicemente... disgustosa."

"Ti imboccherò io."

"Io..."

Per qualche strano motivo, lei pensò a quella notte fuori nella neve, quando lui l'aveva seguita fino ai confini della sua proprietà e affrontata vicino alla sua automobile. Quando si parla di minacce nell'oscurità - Gesù, l'aveva spaventata a morte. Ma non aveva sentito solo paura.

Assail avvicinò al letto l'unica sedia della camera. Strano, non era una di quelle schifezze in plastica traballanti che di solito si trovano nelle cliniche; sembrava uscita da un negozio di Pottery Barn, imbottita, comoda e con una bella linea. Quando si accomodò per sedersi, non ci entrò, e non perché fosse sovrappeso. Assail era troppo grosso, il corpo possente faceva apparire minuscoli sia i braccioli che lo schienale, gli abiti troppo neri per quel colore pallido -

C'erano delle macchie di sangue sulla giacca, marroni e secche. E sulla camicia. E sui pantaloni.

"Non guardarle," disse lui con dolcezza. "Ecco. Per te, ho scelto solo il meglio."

Sollevò la campana di vetro per rivelare...

"Dove diavolo mi trovo?" esclamò lei sporgendosi e respirando profondamente. "Cioè, Jean-Georges ha, tipo, un settore medico o qualcosa del genere?"

"Chi è questo Jean-Georges?"

"Un cuoco eclettico che va per la maggiore a New York. Ne ho sentito parlare a Food Network." Sola si mise seduta e fece una smorfia quando la coscia l'ammonì con un ehi-vacci-piano-ragazzina. "Nemmeno mi piace il roast beef - ma questo sembra fantastico."

"Ho pensato che del ferro ti avrebbe fatto bene."

La fetta di carne era cucinata in maniera divina, con una succulenta crosta che si ruppe quando lui la tagliò con -
"Sono posate d'argento, quelle?" domandò lei alla vista della forchetta, del coltello - del cucchiaio ancora poggiato sul tovagliolo elegantemente ripiegato.

"Mangia." Assail le avvicinò alla bocca un pezzo di carne tagliato con precisione. "Mangia per me."

Senza ulteriori incoraggiamenti, la bocca di Sola si aprì spontaneamente, come se non volesse saperne di ritardi aggiuntivi del tipo posso-mangiare-da-sola.

Chiudendo gli occhi, Sola gemé. Già, lei non aveva fame. Proprio per niente.

"Questa è in assoluto la miglior cosa che abbia mai mangiato."

Il sorriso che illuminò il volto di Assail non aveva alcun senso. Era troppo luminoso per riguardare solo il suo nutrirsi - e lui doveva essersene accorto, perché voltò la testa in modo che lei potesse vedere quell'espressione solo di sfuggita.

Nei successivi quindici, venti minuti, gli unici rumori nella stanza, a parte il sibilo dell'impianto riscaldamento, furono quelli delle lussuose posate che colpivano il piatto di porcellana. E sì, a scapito di tutti i possibili oh-no-non-posso-proprio, lei mangiò quella enorme fetta di carne, le patate gratinate e la vellutata di spinaci. Oltre al panino che di sicuro era fatto a mano. Come la torta di pesche con gelato. E bevve anche dell'acqua ghiacciata in bottiglia e del caffè servito in una caraffa.

Probabilmente si sarebbe mangiata anche il tovagliolo, il vassoio, tutta l'argenteria e il carrello se ne avesse avuto l'opportunità.

Crollando contro il cuscino, Sola appoggiò una mano sulla pancia. "Secondo me sto per scoppiare."

"Porto il vassoio fuori nel corridoio. Domando scusa."

Dalla sua posizione privilegiata, lei valutò ogni mossa di Assail: il modo in cui si alzò, afferrò i lati del vassoio con le mani lunghe ed eleganti, si voltò, avviandosi con scioltezza.

Quando si parla di buone maniere a tavola. Aveva maneggiato l'argenteria con incredibile raffinatezza, come se fosse abituato a usare quel tipo di oggetti a casa sua. E mentre le versava il caffè non ne aveva rovesciato neanche una goccia. O fatto cadere qualche briciola di cibo mentre la imboccava.

Un perfetto gentiluomo.

Difficile accostare questa immagine con quello che avevo visto quando le aveva passato il cellulare per farla parlare con sua nonna. In quel momento era fuori di sé, col sangue che gli scorreva giù dal mento come se avesse preso a morsi qualcuno. Anche le sue mani erano sporche di sangue rosso...

Considerando il fatto che lei aveva fatto fuori tutti quelli che si trovavano in quell'orribile posto prima di andarsene, ovviamente stava a significare che Assail aveva qualcuno lì sopra con lui.

Oh, Dio... era un'assassina.

Assail tornò e si sedette, accavallando le gambe alle ginocchia, non con la caviglia poggiata alla coscia come fanno di solito gli uomini. Unendo le mani, le portò dinanzi alla bocca e la osservò.

"L'hai ucciso, non è vero?" chiese Sola a bassa voce.

"Chi?"

"Benloise."

Il suo sguardo magnetico di volse altrove. "Non parleremo di ciò che è accaduto. Di nulla."

Sola ripiegò con cura eccessiva il bordo della coperta verso il basso. "Io... non posso fingere che la scorsa notte non sia mai esistita."

"Dovrai farlo."

"Ho ucciso due uomini." Lo guardò negli occhi e batté freneticamente le palpebre. "Ho ucciso... due esseri umani. Oh, Dio..."

Coprendosi il volto con le mani, cercò di contenersi.

"Marisol..." Ci fu uno stridio come se Assail avesse avvicinato ancora di più la sedia presa da Pottery Barn. "Cara, devi cancellarlo dalla mente."

"Due uomini..."
"Animali," rettificò lui bruscamente. "Erano animali che meritavano il peggio. Tutti loro."

Abbassando le mani, Sola non fu sorpresa dall'espressione letale che gli lesse in viso, ma non ne fu spaventata. Eppure era terrorizzata da ciò che lei aveva fatto.
"Io non riesco..." Indicò la propria testa. "Non riesco a togliermi queste immagini da -"

"Bloccale, cara. Semplicemente dimentica che sia mai accaduto."

"Non posso. Non ci riuscirò mai. Dovrei costituirmi alla polizia -"

"Stavano per ucciderti. E tu pensi che se l'avessero fatto avrebbero avuto qualche scrupolo? Posso assicurarti di no."

"È colpa mia." Sola chiuse gli occhi. "Avrei dovuto immaginare che Benloise si sarebbe vendicato. Solo non credevo arrivasse fino a questo punto."

"Ma, mia cara, sei salva -"

"Quanti?"

"Chiedo scusa?"

"Quanti... ne hai ammazzati." Lei espirò con forza. "E, ti prego, non provare a fingere di non averlo fatto. Ho visto la tua faccia, ricordi? Prima che la lavassi."

Lui distolse lo sguardo e si passò una mano sul mento come se fosse ancora sporco di sangue. "Marisol. Metti via quel ricordo, seppelliscilo in profondità... e lascialo perdere."

"È questo il tuo modo di gestire la situazione?"

Assail scosse la testa, la mascella contratta, la bocca stretta in una linea sottile. "No, io ricordo le mie vittime. Tutte quante."

"Quindi disprezzi ciò che hai dovuto fare?"

Gli occhi di Assail restarono fermi nei suoi. "No. Mi piace."

Sola sussultò. Scoprire che Assail era un assassino sociopatico era proprio la ciliegina sulla torta, vero?

Lui si allungò verso di lei. "Non ho mai ucciso senza una ragione, Marisol. Ho provato piacere nell'ucciderli perché lo meritavano."

"Allora lo hai fatto per proteggere qualcun altro."

"No, io sono un uomo d'affari. A meno che non sia furibondo, sono molto più incline al vivi e lascia vivere. Tuttavia, non mi farò calpestare - e non permetterò che facciano del male alle persone a cui tengo."

Lei lo studiò per un lungo momento - e mai una volta lui rifuggì con lo sguardo. "Penso... di crederti."

"E fai bene."

"Ma è comunque un peccato." Sola ripensò a tutte le preghiere che aveva rivolto a Dio e si sentì colpevole come mai le era accaduto in passato. "So di aver commesso dei crimini... ma non ho mai fatto del male a qualcuno, se non a livello economico. Il che da solo è già abbastanza grave, ma almeno non ho bruciato le loro -"

Lui le prese una mano tra le sue. "Marisol. Guardami."

Lo fece dopo un lungo istante. "Non so se sono in grado di convivere con me stessa. Davvero non lo so."



*    *    *



Quando Assail si soffermò sul battito del cuore nel proprio petto, capì di essersi sbagliato. Aveva creduto che portare Marisol fisicamente in salvo e occuparsi di Benloise avrebbe scritto la parola fine a quell'orribile capitolo della sua vita.

Dopo averla presa in custodia, pronto per riportarla da sua nonna, era sicuro che lei avrebbe fatto tabula rasa.

Sbagliato. Dannatamente sbagliato - e non sapeva come liberarla dal suo dolore emotivo.

"Marisol..." Non aveva mai sentito quel tono nella propria voce. D'altronde, non aveva mai implorato qualcuno. "Marisol, ti prego."

Quando finalmente Sola dischiuse le palpebre, lui sospirò di sollievo. A occhi chiusi, la sua immobilità gli rammentava troppo quale avrebbe potuto essere l'altro finale di quella storia.

Anche se... cosa poteva dirle? "Sinceramente, non posso fingere di comprendere il concetto di peccato che tu dichiari, dopotutto la tua religione è diversa dalla mia - e questo lo rispetto." Dio, detestava quel livido sul suo viso per così tanti motivi. "Ma, Marisol, le tue azioni erano dettate dall'istinto di sopravvivenza. La tua sopravvivenza. Ciò che hai fatto in quel posto è la ragione per cui respiri adesso. La vita consiste nel fare ciò che è necessario, e tu lo hai fatto."

Lei distolse lo sguardo come se il dolore fosse insostenibile. E poi sussurrò, "Vorrei solo aver potuto... diamine, forse hai ragione. Dovrei tornare troppo indietro nel passato per poter cancellare tutti gli eventi che mi hanno portato a due notti fa. L'intera storia è il culmine di tante altre situazioni."

"Sai, se scegli di fare così, potresti cambiare il corso della tua vita. Potresti smettere di avere a che fare con soggetti come Benloise."

L'ombra di un sorriso le sfiorò le labbra, mentre fissava la porta. "Sì. Sono d'accordo."

Assail respirò profondamente ancora una volta. "C'è un'altra possibile via per te."

Anche se avevo a malapena annuito, Assail ebbe la sensazione che Sola fosse scesa a patti col proprio pensionamento, per così dire. E per qualche strano motivo,  questo gli fece salire le lacrime agli occhi - non che lo avrebbe mai ammesso con qualcuno, inclusa la parte buona di se stesso.

E mentre lei taceva, lui la fissava, fissando nella memoria ogni particolare: dai suoi scuri capelli ondulati che aveva appena lavato facendo la doccia nel bagno lì alla clinica, alle guance pallide, alle labbra perfettamente modellate.
Pensando a tutto ciò che aveva passato, la sentì dire di non essere stata violentata - ma solo perché aveva ucciso il bastardo prima che lo facesse.

Quello nella cella, pensò. Quello a cui aveva tagliato la mano e l'aveva usata per scappare dall'edificio.

Il suo intero corpo soffriva per lei, totalmente -

"Sento che mi stai guardando," disse lei piano.

Assail si sedette composto e si strofinò le cosce. "Perdonami." Guardò la porta all'altro lato della stanza, detestava l'idea di lasciarla sola anche se, con ogni probabilità, avrebbe dovuto farla riposare. "Senti dolore fisico?"

Marisol si voltò nella sua direzione, gli occhi color mogano cercarono i suoi. "Dove siamo?"

"Che ne dici di rispondere prima alla mia domanda?"

"Niente che non possa sopportare."

"Chiamo l'infermiera?"

Assail stava per alzarsi in piedi quando lei lo fermò. "Per favore, non chiamarla. Non mi piace come mi fa sentire quella roba. Adesso ho bisogno di essere lucida al cento per cento e connessa con questa realtà. Altrimenti, mi sembra di essere di nuovo... là."

Assail tornò a sedersi e sentì il desiderio impellente di tornare a nord per uccidere subito Benloise. Soffocò l'impulso ricordando a se stesso la sofferenza che l'uomo stava patendo - ammesso che il cuore battesse ancora.

"Allora, dove siamo?"

Come rispondere a quella domanda?

Be', per quanto lei volesse evitare qualsiasi distorsione della realtà, in quel caso non era applicabile al fatto che lui non era umano, ma membro di una specie che lei associava a Dracula. Grazie tante, Stoker.

"Siamo tra amici." Forse aveva esagerato un po'. Ma Rehv aveva fornito ciò che gli era stato richiesto quando era stato necessario - probabilmente a causa della persona che Assail aveva "sistemato", se non direttamente per conto del Re, di sicuro e innegabilmente lui ne aveva tratto vantaggio.

"Hai degli amici veramente particolari. Lavorano per il governo?"

Lui rise. "Buon Dio, no."

"È un vero sollievo. Mi stavo domandando se stavi per arrestarmi oppure se volevi assoldarmi come informatrice."

"Posso assicurarti che i cavilli del sistema giuridico umano non mi interessano neanche lontanamente."

"Umano...?"

Imprecando tra i denti, Assail fece un gesto con la mano per minimizzare la parola. "Sai cosa intendo."

Quando Sola sorrise, le palpebre premettero. "Mi spiace, mi sa che sto per addormentarmi. Sai, tutto quel cibo..."

"Riposa. E sappi che quando si sveglierai, ti porterò a casa."

Lei si sollevò di scatto. "Mia nonna è ancora in quella casa -"

"No, si trova nella mia proprietà. Non l'avrei mai lasciata lì, esposta e vulnerabile -"

Senza alcun avviso, Sola lo avvolse tra le braccia, passandogliele sopra le spalle e stringendolo così forte da fargli percepire ogni spasmo del suo corpo.

"Grazie," disse lei con voce strozzata contro il suo collo. "Senza di lei non mi resta niente."

Assail rispose all'abbraccio con attenzione, appoggiandole le mani sulla schiena con leggerezza. Inspirando il profumo di lei, il cuore gli sanguinò di nuovo al pensiero di ogni maschio che l'aveva toccata senza rispetto.

Rimasero in quella posizione per molto tempo. E quando infine lei si tirò indietro e lo guardò, Assail non riuscì a trattenersi dall'accarezzarle il viso.

"Sono senza parole," esclamò lui con voce rotta.

"Per cosa?"

Tutto ciò che riuscì a fare fu scuotere la testa e alzarsi in piedi per interrompere ogni contatto fisico. O agiva in quel modo o sarebbe finito in quel letto con lei.

"Riposa," disse con voce roca. "Quando scendere la sera, ti porterò dalla tua parente."

Poi lei e sua nonna avrebbero potuto vivere con lui. In questo modo l'avrebbe sempre saputa al sicuro.

Non si sarebbe mai più preoccupato per lei.

Assail uscì in fretta prima che gli occhi di Sola si chiudessero. Non riusciva a tollerare la vista di lei che abbassava le palpebre.

Uscì dalla camera e -

Si fermò di colpo.

Dall'altra parte del corridoio, i suoi cugini gemelli erano appoggiati contro il muro e non dovettero alzare lo sguardo o voltarsi per guardarlo.

Lo stavano fissando dritto negli occhi quando emerse dalla stanza - come se si aspettassero che ne uscisse da un secondo all'altro.

Non parlarono, ma non ne avevano bisogno.

Assail si strofinò la faccia. In quale mondo pensava di poter ospitare due donne umane in casa sua? E quale per sempre - non sarebbe stato in grado di farlo neanche per una notte. Perché cosa avrebbe detto quando sarebbe diventato palese che non poteva uscire durante il giorno? Oppure far entrare la luce del sole in casa? O ancora...

Sopraffatto dall'emozione, infilò la mano nella tasca anteriore dei pantaloni neri, tirò fuori la boccetta di coca e in fretta fece fuori quel che ne rimaneva.
Solo per sentirsi a malapena normale.

Poi tirò su da terra il vassoio. "Non guardatemi così," borbottò, allontanandosi a grandi passi.

sabato 4 ottobre 2014

Nuova tappa dell'evento 3 Volti del Fantasy. Venite a scoprire dove!



Salve a tutti, meraviglie!



Oggi vi scrivo per invitarvi, se vi va, a una nuova tappa dell'evento 3 Volti del Fantasy.

Dopo il grande successo riscosso a Polverara (PD) in Casa delle Associazioni, Serena Versari, Giulia Borgato e io ci rimetteremo in cammino e questa volta saremo nella magnifica Emilia, per la precisione a Ravenna.

Ma parliamo un po' della prima tappa, quella veneta. 

Da sinistra Giulia Borgato, Serena Versari,
Amarilli Settantatre e Christiana V

Innanzitutto sento di dover sfatare il mito in cui si recita che le persone del nord siano più fredde. Sì, okay, sulla mia carta d'identità c'è scritto che sono nata ad Albenga. Ed è vero anche che vado tutti gli anni a trovare il parentado in terra natia, ma questo non è campanilismo. Sono stata piacevolmente colpita dal calore e dal trasporto del popolo padovano, così prodigo di affetto e di attenzione. 

La parte del leone è ovviamente spettata all'indigena Borgato, ma posso assicurarvi che il pubblico è stato assolutamente equanime e accorto a dispensare la stessa concentrazione nei confronti di ogni autrice. 

Da sinistra Giulia Borgato, Christiana V,
Amarilli Settantatre e Serena Versari

La presentazione a più voci atta a proporre tre diversi sottogeneri del fantasy si è rivelata vincente, e parte di questo successo va alla collaborazione di Amarilli Settantatre, del blog I Miei Sogni Tra Le Pagine, che col suo intervento chiaro e competente, ci ha dirette in maniera impeccabile. 

Siamo state davvero ben accolte e soddisfatte del successo conseguitoPer un autore non c'è nulla di più gratificante del vedere una sala gremita e una platea attenta alle tue parole, che segue con occhi attenti i tuoi gesti e pone domande congrue al tuo discorso. Le persone erano davvero tante e speriamo di averle accontentate tutte e di essere riuscite a far sentire loro il nostro affetto nei confronti della loro partecipazione.


Con la speranza e anche la voglia di conoscervi, mie Consorelle, vi invito TUTTE al prossimo evento che si terrà a Ravenna, al CRAL Hera, Via Isonzo 2, il giorno 21 novembre alle ore 21:00. Modererà l'evento nientepopodimenoché Andrea Leonelli, noto poeta e autore, founder del blog Il Mondo Dello Scrittore.

Intanto vi posto la locandina che vi reindirizzerà direttamente all'evento su facebook, per chi abbia un account e se non siete mie amiche, cosa aspettate a chiedere amicizia???
   

Eccovi qui i nostri bimbi





 

 Ringrazio tutti e vi aspetto numerosi. Un grande bacio...



Christiana V










mercoledì 1 ottobre 2014

Capitolo 23 di THE KING di J.R. Ward


The King


23


"Parla, guaritore," ordinò Wrath, chino sul corpo immobile della sua shellan. "Parla!"

Beata Vergine Scriba, sembrava morta.

Subito dopo il collasso di Anha, l'aveva riportata nella loro camera da letto, i Fratelli l'avevano accompagnato, gli aristocratici e i loro inutili giochi sociali erano stati lasciati indietro. Fu lui ad adagiare la sua amata sul grande letto mentre veniva convocato il guaritore, e fu sempre lui ad allentarle i corsetto. I Fratelli si erano allontanati non appena il medico di fiducia era arrivato con i suoi attrezzi, e poi erano rimasti soltanto loro tre, il fuoco scoppiettante, e l'urlo che rimbalzava contro le pareti della sua anima.

"Guaritore, cosa dici?"

Il maschio guardò oltre la sua spalla dalla sua posizione inginocchiata di fianco a Anha. Con la caratteristica tunica nera che classificava la sua professione adagiata sul pavimento, sembrava un uccello gigante pronto a spiccare il volo.

"È in grave pericolo, mio signore." Quando Wrath indietreggiò, il guaritore si alzò in piedi. "Credo che sia gravida."

Una folata gelida lo colpì dalla testa ai piedi, spazzando via ogni sensazione dal suo corpo. "Lei è..."

"Aspetta un bambino. Sì. Posso dirlo avendole toccato il ventre. È teso e dilatato, e avete detto che di recente è entrata nel suo bisogno."

"Sì," sussurrò Wrath. "Quindi è a causa della -"

"Questo non è un sintomo della gravidanza e non sta sanguinando. No, credo che questo malore sia imputabile a qualcosa di diverso. Prego, mio signore, andiamo verso il fuoco, così possiamo parlare senza disturbare la vostra compagna."

Wrath si lasciò condurre verso le fiamme. "Ha la febbre, allora?"

"Mio signore..." Il guaritore si schiarì la gola, come se da quella risposta ne andasse della propria vita e non quella della Regina. "Perdonatemi, mio signore..."

"Non dirmi che non hai una spiegazione," sibilò Wrath.

"Preferireste che mentissi? Il battito del suo cuore è lento, il colorito pallido, il respiro corto e irregolare. Può darsi che stia soccombendo a qualche difficoltà interna che non riesco a individuare. Non lo so."

Wrath guardò la sua compagna. Non era mai stato una persona che si lasciava annientare dalla paura. Ora il terrore si era impossessato di lui come una presenza maligna, insediandosi sotto la pelle.

"Mio signore, vi suggerisco di nutrirla. Ora e per tutto il tempo che potrà bere alla vostra vena. Forse il carico di energia che ne verrà potrà risolvere tutto... di sicuro, se c'è una qualsiasi speranza per lei, quella siete voi. E se si destasse, le darei da bere solo acqua fresca, niente birra. Nulla che possa causare un ulteriore calo dei suoi parametri fisici -"

"Esci."

"Mio signore, lei è -"

"Lasciaci soli - ora!"

Wrath era consapevole che il maschio stava incespicando mentre correva verso la porta. E faceva bene a scappare - una furia assassina aveva inondato il petto del suo Re e poteva essere diretta contro qualsiasi forma vivente a portata di mano.

Quando la porta fu nuovamente chiusa, Wrath si avvicinò al talamo nuziale. "Amore mio," esclamò con disperazione. "Anha, amore mio, svegliati, non senti la mia voce?"

Cadde in ginocchio.

Wrath si avvicinò camminando carponi alla testa di Anha. Le accarezzò i capelli e lasciò scivolare le dita lungo il braccio, prestando attenzione a non appesantirne il tocco.

Regolando la propria respirazione, provò a forzare con la mente quella di lei, inducendola in respiri profondi. Voleva tornare alla notte precedente, quando si erano svegliati insieme e aveva visto la vita brillare nei suoi occhi. Per la verità, la sua mente rammentava con esattezza ogni cosa di quell'istante, di quell'ora, di quella notte; il profumo del pasto che avevano consumato, le conversazioni riguardanti il futuro e le udienze che avevano dovuto tenere a corte.

Sentiva come se la nitidezza dei ricordi fosse una porta da poter attraversare e in tal modo prenderla per mano, sentire il suo profumo, percepire la leggerezza nel cuore che accompagnava la salute e il benessere... e riportarla al presente.

Naturalmente, era solo fantasia.

Sfoderando il pugnale cerimoniale, sollevò la lama lucida e scintillante. Quando la manica appesantita da intarsi d'oro e pietre preziose divenne d'impaccio, fece a pezzi il sontuoso mantello e se lo gettò alle spalle. Mentre atterrava con un suono soffocato e tutte le gemme meticolosamente incastonate graffiavano le assi di quercia, lui si tagliò il polso con la lama.

Quanto avrebbe desiderato fosse la sua gola.

"Anha, ti prego, puoi sollevarti per me? Alza la testa, amore mio."

Sorreggendola col braccio libero, le avvicinò alle labbra la fonte del suo sangue. "Anha, nutriti di me... nutriti di me..."

Le labbra si aprirono, ma non a causa della sua dolce accettazione. Era solo l'angolazione della testa.

"Anha, bevi... torna da me."

Mentre le gocce rosse cadevano nella bocca di lei, Wrath pregò che in qualche modo le scivolassero in gola e poi fin dentro le vene, rivitalizzandola con la loro purezza.

Questo non era il loro destino, pensò Wrath. Sarebbero dovuti rimanere insieme per secoli, non divisi dopo appena un anno dal loro primo incontro. No, non era il loro destino.

"Bevi, amore mio..."

Continuò a tenere il polso contro la sua bocca fino a che il sangue minacciò di traboccarle dalle labbra. "Anha?"

Abbassò la testa appoggiandola sul dorso della sua mano gelida e pregò affinché avvenisse un miracolo. Più a lungo restava in quella posizione, più si univa a lei in quello stato che era ad appena un soffio dalla morte.

Se fosse spirata, l'avrebbe seguita, In un modo o in un altro...

Beata Vergine Scriba, quello non era il loro destino.


*    *    *


Wrath si risvegliò emergendo dal sonno come una boa che affiora dalle profondità del mare galleggiando su una superficie agitata.

Naturalmente, nella sua cecità era al buio più completo - e come sempre, allungò il braccio verso il lato opposto del letto -

Crash!

Wrath sollevò la testa e aggrottò la fronte. Tastando con la mano incontrò qualcosa che assomigliava a dei libri, un sottobicchiere, un posacenere.

Il fuoco nel camino era acceso.

Non era nella sua stanza. E Beth non era con lui.

Voltandosi di scatto, si alzò in piedi, il cuore batteva irregolare nel petto, l'aritmia gli causava le vertigini. "Beth?"

Grazie ai ricordi più profondi stipati nel suo cervello, capì che si trovava nella biblioteca della magione della Confraternita, e suoi pensieri, come vermi in un terreno umido, brulicavano e si contorcevano su loro stessi, senza condurre a niente.

"Beth...?"

Un uggiolio distante.

"George?"

Un uggiolio più forte.

Wrath si massaggiò il viso. Si domandò dove fossero i suoi occhiali a mascherina. Pensò che, sì, si trovava sul divano della biblioteca, quello di fronte al camino.

"Oh... che cazzo..." gemette, provando a mettersi in posizione eretta.

Stare in piedi era davvero una bellezza! Con la testa che girava e lo stomaco contratto come un pugno, dovette aggrapparsi al bracciolo del divano per evitare di schiantarsi a terra.

Barcollando nel vuoto, invece di raggiungere le porte ci sbatté contro, colpendo col petto i pesanti pannelli di legno.

Facendo scivolare le mani alla ricerca delle maniglie, aprì le serrature e -

George si fiondò nella stanza correndo in cerchio, e dagli starnuti si capiva che stava sorridendo.

"Ehi, ehi..."

Wrath era intenzionato a tornare al divano, perché non voleva che le paia di occhi funzionanti della casa lo vedessero in quelle condizioni - ma il suo corpo aveva altri piani. E quando si ritrovò seduto sul sedere, George colse l'opportunità per saltargli addosso stile scendiletto.

"Ehi, ragazzone, già, siamo qui tutti e due..." Accarezzando l'ampio petto del retriever, Wrath affondò il naso in quella pelliccia e si lasciò invadere dal buon profumo di cane pulito come una dose di aromaterapia. "Dov'è la mamma? Sai dove si trova?"

Che domanda idiota. Lei non era lì, ed era tutta colpa sua, dannazione.

"Merda, George."

La spessa coda batteva contro le sue costole, il muso fiutava e  orecchie sventolavano dappertutto.  Ed era bello, era la normalità - ma non era neanche lontanamente sufficiente.

"Mi chiedo che ore siano."

Dannazione... aveva sbroccato di brutto con John e V, vero? E non era neanche la metà. Aveva un vago ricordo di aver distrutto la sala da biliardo, lanciando per aria qualsiasi cosa, prendendo a pugni chiunque rientrasse nel suo raggio d'azione - e poi c'era stato il sonnellino. Era sicuro che qualcuno l'avesse drogato e non se la sentiva di biasimare chiunque lo avesse fatto.

Un pisolino indotto-da-tranquillanti e non sapeva quanto sarebbero durati gli effetti.

E non aveva voluto ferire nessuno dei Fratelli e del personale. Oppure distruggere la casa.

"Merda."

Ormai sembrava un'estensione del suo vocabolario.

Cavolo, avrebbe dovuto permettere a Vishous di condurlo in biblioteca e farsi dirsi cosa stava accadendo. 

Ma almeno c'erano solo due posti in cui la sua compagna sarebbe andata.  Uno era il Porto Sicuro di Marissa, e l'altro era la vecchia casa di Darius. E senza alcun dubbio era quello che John stava provando a dirgli.

Cazzo, pensò. Lui e Beth non erano così. Non era proprio concepibile che andasse a finire in quel modo tra di loro.

In realtà, aveva sempre sentito che le cose con lei erano volute dal destino; dal momento in cui era entrata nella sua vita fino al senso di completezza che gli aveva trasmesso, tutto era sempre sembrato predestinato. 

Certo, avevano litigato, e di brutto anche. Lui era un coglione impulsivo e lei non accettava nessuna delle sue cazzate. Assolutamente.

Ma mai arrivare alla separazione... mai e poi mai.

"Andiamo, amico. Ci serve un po' di privacy."

George saltò giù e finalmente consentì a Wrath di alzarsi da terra. Dopo aver richiuso le porte, si avventurò nel gioco trova-il-telefono. Quando si dice evirazione. Con le mani in avanti, il torso piegato, i piedi strisciati per terra, Wrath si scontrò con qualsiasi cosa e tastava con le mani per capire se si trattava di un divanetto, una poltrona o un tavolino...

La scrivania sembrò essere l'ultima maledetta cosa in cui s'imbatté, e scoprì la posizione del telefono quando, con una manata, fece cadere il ricevitore dalla forcella. 

Portandolo all'orecchio, continuò a esplorare con la punta delle dita fino a trovare la tastiera e dovette riagganciare prima di digitare il numero telefonico.

Nella mente si figurò la tastiera completa dell'asterisco e il cancelletto in basso, digitò la sequenza di sette numeri e attese.

"Porto Sicuro, buon pomeriggio."

Wrath chiuse gli occhi. Sperava fosse quasi sera per poi poterla andare a cercare. "Salve, Beth è da voi?"

"No, mi spiace, non c'è. Posso riferire un messaggio?" E mentre lui chiudeva gli occhi, la femmina disse, "Pronto? C'è qualcuno in linea?"

"Nessun messaggio."

"Posso riferire chi l'ha cercata se dovesse arrivare più tardi?"

Si chiese velocemente come avrebbe reagito la centralinista se le avesse detto chi era. "La troverò altrove. Grazie."

Riagganciando, sentì il testone di George spingere contro la sua gamba. Era tipico del cane - voler essere d'aiuto.

Wrath tenne il dito premuto sulla forcella. Non era sicuro di essere pronto per un'altra chiamata. E se Beth non avesse risposto? Non aveva alcuna cazzo d'idea su dove altro si potesse trovare. E il pensiero che sarebbe potuto andare da Vishous o da John per avere quel tipo d'informazione era vergognosamente intollerabile.

Mentre digitava una nuova sequenza di numeri, pensò a se stesso...


Non posso credere che stia succedendo a noi. Non può succedere... a noi.