domenica 15 dicembre 2013

Il gelo delle attese di Christiana V

Mie care
Consorelle...

eccomi di nuovo qui a proporvi una mia lettura.
Come la volta passata, vi chiedo, qualora dovesse piacervi, un voto. Il sistema di votazione è stato semplificato: adesso basta cliccare sul link del testo e commentare, niente spunte! Solo la dicitura VOTO PER QUESTO TESTO e un breve commento.
Una rivoluzione! Se vorrete dare un'occhiata ne sarei felicissima, che lo dico a fare! Il racconto lo trovate QUI.
Grazie a tutte, come al solito.


Christiana V

mercoledì 11 dicembre 2013

Traduzione Capitolo 38 di Lover at Last di J.R.Ward


Lover at Last

38


Quando finalmente la Mercedes accostò all'ingresso principale della magione della Confraternita, Qhuinn uscì per primo e andò alla portiera di Layla. Mentre l'apriva, gli occhi di lei incontrarono i suoi.

Sapeva che non avrebbe mai dimenticato l'espressione sul suo viso. La pelle era pallida e tirata, la magnifica struttura ossea forzata nel suo involucro di carne. Gli occhi infossati nelle orbite e le labbra tese e scarne.

Ebbe un'idea di come sarebbe apparsa una volta morta, cosa che sarebbe comunque avvenuta molti decenni o secoli nel futuro.

"Ti porto io," disse, abbassandosi e sollevandola.

Il modo in cui non fece discussioni la disse lunga su quanta poca forza le fosse rimasta.

Le porte del vestibolo vennero aperte da Fritz, come se il maggiordomo stesse aspettando il loro arrivo, e Qhuinn rimpianse l'intera faccenda: il sogno su cui aveva indugiato durante il periodo di bisogno di Layla. La speranza andata sprecata. Il dolore fisico che adesso provava lei. Il tormento emotivo che attraversava entrambi.

Tu le hai fatto questo.

Quella volta, quando l'aveva servita, era stato unicamente concentrato sul risultato positivo di cui era stato più che certo.

E poi adesso i suoi anfibi erano piantati sul solido e nauseabondo piano della realtà? Non ne valeva la pena. Nemmeno la possibilità di avere un bambino in salute ne valeva la pena.

La peggior cosa era vederla soffrire.

Mentre la portava in casa, sperò che non ci fosse parecchia gente ad aspettarli. Voleva soltanto risparmiarle qualcosa, qualunque cosa, anche se fosse semplicemente sfilare di fronte a una quantità di facce tristi e preoccupate.

Non c'era nessuno in giro.

Qhuinn salì i gradini due alla volta e mentre si avviava alla seconda rampa, le doppie porte spalancate dello studio di Wrath lo fecero imprecare.

Dopotutto il re era cieco.

Mentre George dava un lieve saluto, Qhuinn continuò a camminare, puntando direttamente alla camera da letto di Layla. huinn uscì per primo a andò allo Aprendo la porta con un calcio, scoprì che il doggen aveva ripulito e riordinato, il letto era rifatto, le lenzuola indubbiamente cambiate, e un fresco mazzo di fiori era sistemato sul cassettone.

Sembrava che non fosse l'unico a voler aiutare in qualunque maniera.

"Vuoi cambiarti?" chiese, richiudendo la porta col piede.

"Vorrei fare una doccia -"

"Allora facciamo scorrere l'acqua."

"- solo che ho troppa paura. Io non... voglio vederlo, se sai cosa intendo."

La sdraiò sul letto e si sedette di fianco a lei. Mettendo la mano sulla gamba, gli massaggiò il ginocchio col pollice, avanti e indietro.

"Mi spiace così tanto," disse lei cupamente.

"Cazzo - no, non farlo. Non pensarlo o dirlo mai più, chiaro? Non è colpa tua."

"E di chi altro, allora?"

"Non si tratta di questo."

Merda, non riusciva a credere che l'aborto si sarebbe protratto per un'altra settimana o più. Com'era possibile -

La smorfia sul volto di Layla gli disse che un altro crampo l'aveva colpita. Guardandosi alle spalle e aspettandosi di trovare la dottoressa Jane, si accorse che erano soli.

Il che gli diceva più di qualsiasi altra cosa che non c'era nulla che si potesse fare.

Qhuinn lasciò cadere la testa e le strinse la mano.

Era iniziato con loro due e così sarebbe finito.

"Credo che andrò a dormire," disse Layla, stringendogli il palmo. "Sembra che ne abbia bisogno anche tu."

Qhuinn lanciò un'occhiata alla chaise lounge.

"Non devi rimanere con me," mormorò Layla.

"Dove altro credi che dovrei stare?"

La mente gli propose un'immagine di Blay con le braccia spalancate. Che fantasia.

Non toccarmi così.

Qhuinn scacciò via i pensieri. "Dormirò là."

"Non puoi stare qui per sette notti di seguito."

"Mi ripeto. Dove altro dovrei essere -"

"Qhuinn." La voce di Layla si fece stridula. "Hai un lavoro da svolgere là fuori. E hai sentito Havers. Ci vorrà il tempo che ci vuole e forse anche di più. L'emorragia non mi mette in pericolo, e francamente, sento di dover essere forte di fronte e te e non ne ho l'energia. Per favore, venire a controllare e a trovarmi, va bene. Ma credo proprio che impazzirò se ti accamperai qui fino a che tutto non terminerà."

La disperazione di Qhuinn.
Era tutto ciò che gli era rimasto mentre se ne stava seduto sul bordo del letto, tenendo la mano di Layla tra le sue.

Si alzò in fretta per andarsene. Lei aveva ragione, naturalmente. Aveva bisogno di riposare quanto più poteva, e sul serio, a parte fissarla e farla uscire fuori di testa, non c'era molto che potesse fare.

"Non sarò mai lontano."

"Lo so." Layla portò il pugno di Qhuinn alle sue labbra e lui restò scioccato da quanto fossero fredde.

"Sei stato... più di quanto avrei potuto chiedere."

"Naaa. Non c'è nulla che non -"

"Hai fatto ciò che era giusto e opportuno. Sempre."

Quello era un discorso di opinioni.

"Senti, ho con me il cellulare. Tornerò tra un paio d'ore a vedere come stai. Se starai dormendo, non ti disturberò."

"Grazie."

Qhuinn annuì e si mosse di lato verso la porta. Una volta aveva sentito dire che non si mostrava mai la schiena a un'Eletta, e pensò che seguire il protocollo non avrebbe fatto male a nessuno.

Chiudendosi la porta alle spalle, si appoggiò contro. L'unica persona che voleva vedere era il solo ragazzo della casa che non era interessato a -

"Che sta succedendo?"

La voce di Blay fu un tale choc che credé d'averla immaginata. Ma fu proprio il maschio che uscì dalla porta del salotto del secondo piano. Come se avesse aspettato lì tutto il tempo.

Qhuinn si massaggiò gli occhi e cominciò a camminare, il corpo che cercava la sola cosa che sperava di avere.

"Lo sta perdendo," Qhuinn sentì dire alla sua stessa voce in tono cupo.

Blay mormorò qualcosa in risposta, ma non la capì.

Strano, l'aborto non era sembrato reale fino a quel momento. Non fino a che l'aveva detto a Blay.

"Scusami?" disse Qhuinn, conscio che il ragazzo sembrava aspettare una risposta.

"C'è qualcosa che posso fare?"

Era così strano. Qhuinn si era sempre sentito come se fosse venuto fuori dell'utero della madre già adulto. D'altronde, non c'era mai stata tutta la merda del solletico per lui, nessuna roba tipo mio piccolo tesoro, niente abbracci quando si faceva male, nessuna coccola quando era spaventato.

Come risultato, qualunque fosse il suo carattere o il modo in cui era stato educato, non aveva mai regredito. Non c'era nulla verso cui tornare.

Tuttavia fu con voce da bambino che disse, "Farlo fermare?"

Come se soltanto Blay avesse il potere di operare quel miracolo.

E poi... il maschio lo fece.

Blay spalancò le braccia, offrendo il solo rifugio che Qhuinn avesse mai conosciuto.


*    *    *


"Farlo fermare?"

Il corpo di Blay iniziò a tremare mentre Qhuinn bisbigliava quelle parole: dopo tutti quegli anni, aveva visto il ragazzo in diversi stati d'animo e svariate circostanze. Ma mai così. Mai... così completamente e totalmente distrutto.

Mai perso come un bambino.

A dispetto del suo bisogno di tenere davvero lontano qualsiasi emozione, le sue braccia si aprirono di loro spontanea volontà.

Mentre Qhuinn faceva un passo verso di lui, il corpo del guerriero sembrava più piccolo e più fragile di quanto in realtà fosse. E le braccia che si aggrapparono alla vita di Blay in realtà si posarono semplicemente, come se non ci fosse forza nei muscoli.

Blay sostenne entrambi.

E si aspettava che Qhuinn si scostasse in fretta. Di solito, il ragazzo non riusciva a gestire qualsiasi tipo di connessione intensa oltre a quella sessuale per più di un secondo e mezzo.

Qhuinn non lo fece. Sembrava pronto a rimanere sotto l'arco della soglia del salotto per sempre.

"Vieni qui," disse Blay, portandolo dentro e chiudendo la porta. "Al divano."

Qhuinn lo seguì, gli anfibi strisciarono a terra invece di marciare.

Quando arrivarono al divano, si sedettero faccia a faccia, le ginocchia si sfiorarono. Mentre Blay guardava altrove, la tristezza risonante lo toccò così in profondità che non poté fermare la sua mano che si allungò ad accarezzare quei capelli neri -

All'improvviso, Qhuinn si curvò contro di lui, il corpo collassò piegandosi a metà e si poggiò nel grembo di Blay.

In lui c'era una parte che riconosceva quel territorio come pericoloso. Il sesso era una cosa - davvero tosta da gestire, che lo fotteva fino in fondo. Ma quello spazio silenzioso? Era potenzialmente devastante.

Che era l'esatto perché era fuggito da quella camera da letto la notte precedente.

Tuttavia, la differenza di quella sera era che lui aveva il controllo della situazione. Era Qhuinn in cerca di conforto, e Blay poteva negarlo o donarlo in base a come si sentiva: essere qualcuno su cui poter fare affidamento era completamente differente dal riceverlo - o dall'averne bisogno.

A Blay stava bene essere qualcuno su cui poter fare affidamento. C'era una certa sicurezza in questo, una sorta di controllo. Non era come sprofondare nell'abisso. E diavolo, se qualcuno doveva saperlo, quello era lui. Dio sapeva bene quanti anni aveva trascorso sul fondo.

"Farei qualsiasi cosa per poter cambiare la situazione," disse Blay mentre accarezzava la schiena di Qhuinn. "Odio con tutto il cuore quello che stai passando..."

Oh, le parole erano così dannatamente inutili.

Rimasero in quel modo per molto tempo, la quiete della stanza creò una specie di bozzolo. Regolarmente, l'antico orologio sulla mensola del camino batté le ore, e dopo parecchio tempo, le saracinesche si chiusero sulle finestre.

"Vorrei poter fare qualcosa," disse Blay quando i pannelli d'acciaio si bloccarono con un chunck.

"Probabilmente devi andare."

Blay non rispose. La verità non era qualcosa che voleva condividere: cavalli selvaggi, pistole cariche, piedi di porco, pompe antincendio, elefanti calpestanti... nemmeno un ordine diretto del re avrebbe potuto allontanarlo da lì.

E c'era una parte di lui che s'incazzava per quello. Non con Qhuinn, ma col proprio cuore. Il guaio era che non potevi discutere con la tua natura - e lo aveva imparato. Nella separazione da Saxton. Nel fare coming out con sua madre. In quel momento.

Qhuinn gemé sollevando il torso, poi si massaggiò il viso. 
Quando lasciò cadere le mani, le guance erano arrossate come i suoi occhi, ma non perché stesse piangendo.

Indubbiamente, la sua quota di decenni di lacrime era terminata la notte precedente, mentre singhiozzava di sollievo per aver salvato la vita di un padre di famiglia.

Sapeva già che Layla non stava bene?

"Sai qual è la cosa più difficile?" chiese Qhuinn più a se stesso.

"Cosa?" Dio sapeva bene tra quante cose avrebbe potuto scegliere.

"Ho visto il bambino."

Blay sentì drizzare i peli dietro la nuca. "Di cosa stai parlando?"

"La notte in cui la Guardia d'Onore venne a prendermi e quasi ci lasciai la pelle - ricordi?"

Blay fece un colpo di tosse, il ricordo era talmente crudo e vivido, come se fosse successo appena un'ora prima. Eppure la voce di Qhuinn era piatta e calma, come se si riferisse a una serata al club o qualcosa del genere. "Ah, sì. Ricordo."

Ti ho fatto la rianimazione cardiopolmonare sul lato di quella dannata strada, pensò.

"Sono andato nel Fado -" Qhuinn aggrottò la fronte. "Stai bene?"

Oh, certo, stava alla grande. "Scusami. Continua."

"Andai lì. Voglio dire, era come... tutto quel che si dice che sia. Il bianco." Qhuinn si massaggiò di nuovo il viso. "Tutto quel bianco. Dovunque. C'era una porta, e mi ci sono diretto - sapevo che se avessi girato il pomello e fossi entrato, non sarei più tornato indietro. Stavo cercando la maniglia... e allora l'ho vista. Al di là della porta."

"Layla," s'intromise Blay, avvertendo una pugnalata al petto.

"Mia figlia."

"Blay trattenne il respiro. "Tua..."

Qhuinn spostò lo sguardo. "Lei era... bionda. Come Layla. Ma gli occhi -" Toccò al lato del suo. "- erano i miei. Mi sono fermato e ho allungato una mano in avanti quando l'ho vista - e improvvisamente ero di nuovo per terra al lato della strada. In seguito, non ho trovato alcun indizio che mi portasse a capire cosa avesse significato. Ma poi, molto tempo dopo, Layla è entrata nel suo periodo di bisogno ed è venuta da me, e tutto è andato al suo posto. Era come... se dovesse succedere. Come se fosse destino, sai. Non sarei mai andato a letto con Layla altrimenti. L'ho fatto solo perché sapevo che avremmo avuto una bambina."

"Gesù."

"Però mi sbagliavo." Si massaggiò la faccia una terza volta. "Ero completamente, fottutamente in errore - e vorrei davvero non aver scelto questa strada. Il più grande rimpianto della mia vita - beh, il secondo, in realtà."

Blay si domandò cosa diavolo potesse essere peggio di quello.

Cosa posso fare? chiese Blay a se stesso.

Gli occhi di Qhuinn cercarono il suo viso. "Vuoi davvero che ti risponda?"

A quanto pareva, aveva parlato ad alta voce. "Certo."

La mano con cui Qhuinn brandiva il pugnale si allungò fino a posarsi sulla mascella di Blay. "Ne sei sicuro?"

L'atmosfera cambiò immediatamente. La tragedia era ancora una presenza incombente tra loro, ma la potente corrente sessuale tornò pulsante tra un battito e l'altro.

Lo sguardo di Qhuinn iniziò a bruciare, le palpebre si abbassarono. "Ho bisogno... di un'ancora adesso. Non so come altro spiegarlo."

Il corpo di Blay rispose all'istante, il sangue gli ribollì nelle vene, il sesso s'indurì, allungandosi.

"Lascia che ti baci." Qhuinn gemette allungandosi verso lui. "So di non meritarlo, ma per favore... questo è ciò che puoi fare per me. Lascia che ti senta..."

La bocca di Qhuinn sfiorò quella di Blay. Tornò a farlo. Indugiando.

"Ti supplico." Altre carezze di quelle labbra devastanti. "Se devo farlo per averti, non me ne fotte un cazzo, ti supplico..."

In ogni caso, non fu necessario.

Blay permise alla sua mente di spegnersi, lasciando più spazio di manovra alle mani di Qhuinn sul suo viso sia gentili che decise.

E poi ci furono altri bocca a bocca, lenti, stimolanti, inesorabili.


"Lasciami entrare di nuovo dentro te, Blay..."

mercoledì 4 dicembre 2013

Traduzione Capitolo 37 di Lover at Last di J.R.Ward


Lover at Last

37


Mentre Blay faceva girare l'anello col simbolo della sua famiglia attorno all'indice, la sigaretta accesa nell'altra mano bruciava gentilmente, e il culo gli si intorpidiva... e nessuno entrò dalle porte del vestibolo.

Seduto sull'ultimo gradino dalla grande scalinata della magione, non avrebbe mantenuto la promessa fatta a sua madre di andarli a trovare.

Non quella sera, almeno. Dopo tutta la follia della sera precedente, con quell'atterraggio di emergenza e la successiva tragedia, Wrath aveva ordinato sia alla Confraternita che ai soldati di prendere ventiquattrore di riposo. Per cui tecnicamente, avrebbe dovuto chiamare i genitori e dire a sua madre di tirar fuori la mozzarella e la salsa alla bolognese.

Ma non c'era la benché minima possibilità che lasciasse la casa. Non dopo aver sentito strepitare dalla stanza di Layla, e poi vederla trasportata di gran carriera giù per la scalinata.

Naturalmente, Qhuinn era al suo fianco.

John Matthew no.

Quindi qualunque cosa fosse successa aveva apparentemente surclassato la condizione dell'ahstrux nohtrum, il che significava... che lei stava perdendo il bambino.

Solo qualcosa di talmente serio avrebbe avuto la precedenza.

E mentre continuava a starsene seduto, con nessuna preoccupazione a fargli compagnia, ovviamente la sua mente decise di peggiorare le cose: merda, era davvero andato a letto con Qhuinn la scorsa notte?

Tirando una lunga boccata di fumo dalla sua Dunhill, esalò imprecando.

Era successo davvero?

Dio, quella domanda gli stava rimbalzando nel cranio da quando si era risvegliato da quel sogno a luci rosse con un'erezione che sembrava credere che l'altro maschio stesse dormendo al suo fianco.

Rivedendo le scene, per la centesima volta, tutto ciò a cui riusciva a pensare era... quando si dice un piano che fa cilecca. Dopo aver voltato le spalle a Qhuinn mentre era in ginocchio davanti a lui, era tornato nella sua stanza a fare avanti e indietro, una discussione nella sua testa a cui non era interessato, gli stava trasformando il cervello in foie gras.

Ma aveva preso la decisione giusta andandosene. Davvero. Sul serio.

Il problema era che non l'aveva bloccato. Durante le ore diurne, l'unica cosa che era riuscito a pensare fu la volta in cui venne beccato da suo padre mentre rubava un pacchetto di sigarette a un doggen della famiglia. Era stato un giovane pretrans, e come punizione, il padre l'aveva fatto sedere fuori a fumare ognuna di quelle Camel senza filtro. Era stato disgustosamente male, e ci erano voluti un anno o due prima che avesse lo stomaco di dare una ripassata al fumo.

Quindi quello era stato il nuovo piano.

Aveva desiderato Qhuinn per così tanto tempo, ma era stato solo ipotetico, distribuito nelle sue fantasie in modo che non potesse gestirle. Non tutto insieme, non il totale sovraccarico, roba da palla da demolizione - e avrebbe dovuto sapere dannatamente bene che nella vita reale, Qhuinn non si sarebbe tirato indietro o prenderla con calma. Il  "piano" era stato quello di avere l'attuale esperienza e imparare che quello era solo sesso rude. Oppure diamine, scoprire che non era nemmeno buon sesso.

Non dovevi fumare tutte le sigarette in un pacchetto... e volerne ancora.

Gesù Cristo onnipotente, era stata la prima volta in cui la realtà aveva superato la fantasia, in assoluto la miglior esperienza erotica della sua vita.

In seguito, tuttavia, la dolcezza che Qhuinn aveva mostrato era stata insopportabile.

Infatti, quando Blay ricordò la tenerezza, scattò in piedi e prese a marciare attorno all'albero di mele - come se avesse un posto dove andare.

In quel momento le porte si aprirono. Comunque non quelle del vestibolo.

Quelle della biblioteca.

Mentre guardava da sopra la spalla, Saxton uscì dalla camera. Stava da schifo, e non solo perché, vista la velocità di guarigione del maschio, aveva ancora dei residui di gonfiore alla mascella grazie all'attacco di Qhuinn.

Buona questa, pensò Blay. Un modo per esprimere delusione verso il comportamento di qualcuno: lascia che tirino fuori tutta la cazzo di merda che hai dentro dopo che hanno provato a strangolare il tuo ex.

Davveeeeero elegante.

"Come stai? chiese Blay, e non per fare conversazione.
Era un sollievo vedere che Saxton si avvicinava. Guardarlo negli occhi. Vedere un piccolo sorriso come se fosse determinato a fare uno sforzo.

"Sono esausto. Affamato. E irrequieto."

"Ti andrebbe di mangiare qualcosa con me?" disse Blay senza riflettere. "Mi sento proprio come te, e la sola cosa di cui non posso fare a meno è il bisogno di cibo."

Saxton annuì e mise le mani nelle tasche dei pantaloni. "È un'idea stellare."

E così finirono insieme in cucina al malconcio tavolo in legno di quercia, seduti fianco a fianco. con un sorriso felice, Fritz entrò immediatamente in modalità provvedereilsostentamento e sai cosa? Dieci minuti dopo il maggiordomo servì loro una ciotola fumante di stufato di carne, una croccante baguette da dividere, una bottiglia di vino rosso e un pezzetto di burro dolce su di un piattino.

"Torno subito, padroni," disse il maggiordomo con un inchino. Poi scacciò via chiunque fosse nella stanza, dal doggen che preparava le verdure a quelli che pulivano l'argenteria, a quelli che pulivano la finestra nell'alcova alle spalle.

Mentre la porta si chiudeva dietro l'ultimo membro del personale, Saxton disse, "Ci manca solo una candela e sarebbe un appuntamento." Il maschio si chinò sul tavolo e cominciò a mangiare con dei modi perfetti. "Beh, suppongo che avremmo bisogno di qualche altra cosa, non è vero?"

Blay spostò lo sguardo mentre tirava fuori le sigarette. Anche con le borse sotto agli occhi e la maggior parte della ecchimosi ormai quasi svanita sul collo, l'avvocato era un bel vedere.

Perché diavolo non poteva -

"Non dire di nuovo che ti dispiace," Saxton si pulì la bocca col tovagliolo e sorrise. "Davvero non è necessario, né appropriato."

Seduto accanto al ragazzo, sembrava tanto improbabile che si fossero lasciati quanto il fatto che fosse stato con Qhuinn. Le ultime due notti erano trascorse sul serio?

Beh, certo che sì. Quello che era successo con Qhuinn non sarebbe avvenuto se lui e Saxton fossero stati insieme. Di questo era più che sicuro - era una cosa su cui farsi una sega di nascosto, ed già abbastanza brutto. Uno spinello completo? In Nessun Cazzo di Modo.

Merda, a dispetto del fatto che lui e Saxton si erano lasciati, si sentiva come se dovesse confessare la trasgressione... anche se Qhuinn aveva ragione, Saxton era già passato oltre nel vero senso della parola.

Mentre mangiavano in silenzio, Blay scosse la testa, anche se non gli era stata posta una domanda e non c'era alcuna conversazione. Non sapeva cos'altro fare.

Qualche volta i cambiamenti nella vita avvenivano talmente in fretta, e con una tale furia, che non era possibile tenere il passo con la realtà. Ci voleva tempo perché le cose si stabilizzassero, affinché il proprio equilibrio si fissasse solo dopo un periodo in cui il tuo cervello sciabordava contro le mura della tua testa. Lui era ancora in quella zona.

"Ti è mai capitato che le ore ti sembrassero anni?" disse Saxton.

"O forse decenni. Sì. Assolutamente." Blay distolse di nuovo lo sguardo. "Stavo pensando esattamente la stessa cosa."

"Che coppia macabra che siamo."

"Forse dovremmo vestirci di nero."

"Bracciali?" sbottò Saxton.

"Completamente, dalla testa ai piedi."

"Che cosa me ne farò dei miei accessori colorati?" Saxton diede un colpetto al foulard di Hermès color arancio. "Inoltre, uno può essere dotato di qualsiasi cosa."

"Di sicuro spiega la teoria che c'è dietro le griglie ingioiellate per denti."

"I fenicotteri di plastica rosa."

"Il marchio di Hello Kitty."

All'improvviso, entrambi eruppero in una risata. Non era nemmeno divertente, ma non era quello il punto. Lo era rompere il ghiaccio. Tornare a un nuovo tipo di normalità. Imparare a relazionarsi in un modo diverso.

Mentre tutto finiva in una risata, Blay mise un braccio attorno alle spalle del maschio e gli diede un veloce abbraccio.

Ed era piacevole che Saxton si fosse avvicinato per un breve momento, accettando ciò che gli stava offrendo. Non era che Blay pensasse che era solo perché erano seduti insieme, dividevano un pasto, e facevano due risate, tutto all'improvviso ogni cosa stava per filare liscio. Non proprio tutto. Era imbarazzante pensare che Saxton era stato con qualcun altro, e totalmente incredibile che lui avesse fatto lo stesso - soprattutto visto chi era stato.

Non passavi dall'essere amanti per un anno a essere i migliori amici del mondo in un giorno o due.

Potevi, tuttavia, cominciare a percorrere una nuova strada.

E a mettere un piede avanti all'altro.

Saxton avrebbe sempre avuto un posto nel suo cuore. Il rapporto che avevano condiviso era stato il primo che avesse avuto - non solo un maschio, ma con qualcuno. E c'erano stati un sacco di bei momenti, cose che avrebbe portato con sé come ricordi che valeva la pena occupassero spazio nel suo cervello.

"Hai visto i giardini sul retro?" chiese Saxton mentre gli offriva il pane.

Blay ne prese un pezzo e poi passò il piatto col burro mentre Saxton ne prendeva un po'.

"Sono messi male, non è vero?"

"Ricordami di non provare mai a togliere le erbacce con un Cessna."

"Tu non hai un giardino."

"Beh, se mai l'avrò." Saxton si versò del vino nel bicchiere. "Vino?"

"Grazie."

E andò così. Tutto il tempo, dallo stufato fino al peach cobbler che miracolosamente apparve dinanzi a loro grazie al perfetto tempismo di Fritz. Quando l'ultimo morso venne ingoiato e l'ultima briciola pulita da un tovagliolo, Blay si appoggiò ai cuscini della panca incorporata e fece un profondo respiro.

Che rappresentava molto più di uno stomaco pieno.

"Bene," disse Saxton, sistemando il tovagliolo affianco al piatto da dolce, "credo proprio che andrò a farmi quel bagno di cui ho parlato notti fa."

Blay aprì la bocca per far notare che i sali da bagno preferiti dal maschio erano ancora nella sua stanza. Li aveva visti nell'armadietto quando aveva preso il necessario per radersi.

Ma... non era sicuro di dirlo. E se Saxton avesse pensato che gli stava chiedendo di andare a fare il bagno da lui? Era decisamente un promemoria di quanto le cose fossero cambiate - e perché? E se -

"Ho questo nuovo prodotto a base di olio che sto morendo dalla voglia di provare," disse Saxton scivolando fuori dal suo lato della panca. "È finalmente arrivato d'oltreoceano con la posta di oggi. Lo aspettavo da secoli."

"Sembra fantastico."

"Non vedo l'ora."

Saxton si sistemò la giacca sulle spalle, mise i polsini a posto, e poi alzò una mano in segno di saluto, uscendo senza alcun segno di difficoltà o sofferenza sul volto.

Cosa che in realtà aiutava molto.

Piegando il proprio tovagliolo, lo sistemò di fianco al piatto, e mentre si allontanava dal tavolo, allungò le braccia sopra la testa e s'inarcò all'indietro, la spina dorsale schioccò in maniera davvero piacevole.

La tensione sarebbe tornata a pervaderlo nell'istante stesso in cui avrebbe rimesso piede nell'ingresso.

Che diavolo stava succedendo con Layla?

Dannazione, non era che potesse chiamare Qhuinn. La tragedia non era la sua o qualunque cosa a cui fosse collegato: quando la notizia della gravidanza era venuta fuori, non era stato diverso dagli altri nella casa che avevano visto e sentito lo spettacolo e non c'erano dubbi sulla sua preoccupazione - ma non aveva il diritto di chiedere aggiornamenti.

Peccato che la sua pancia piena non l'avesse bevuta. Il pensiero di Qhuinn che perdeva il bambino era sufficiente a fargli considerare la posizione di ogni stanza da bagno. Giusto nel caso che un conato di vomito minacciasse di voler fuggire dalla gola.

Alla fine, si ritrovò nella sala d'attesa al secondo piano a camminare avanti e indietro. Come suo punto a favore, non aveva problema a sentire la porta d'ingresso, eppure non era come se stesse aspettando che si aprisse -

Le doppie porte dello studio di Wrath si spalancarono e ne uscì John Matthew - dal santuario del re.

Immediatamente, Blay attraverso la sala d'attesa, per vedere se forse il ragazzo aveva saputo qualcosa - ma si fermò non appena lanciò uno sguardo all'espressione di John.

Chiuso in pensieri profondi. Come se avesse ricevuto una notizia personale di tipo scioccante.

Blay fece un passo indietro mentre l'amico se ne andava nella direzione opposta, scendeva nella galleria delle statue, senza dubbio per sparire nella sua stanza.

Sembrava che anche altri problemi minassero le vite altrui.

Fantastico.

Con una lieve imprecazione, Blay lasciò il suo amico e riprese il suo inutile camminare... e aspettò.



*    *    *



Lontano a sud, nella città di West Point, Sola era pronta a entrare al secondo piano della casa di Ricardo Benloise, attraverso una finestra alla fine del corridoio principale. Erano passati mesi da quando era stata lì, ma lei era sicura del fatto che il contatto nella sicurezza che aveva manipolato con cura era ancora suo amico.

C'erano due chiavi per irrompere con successo in ogni casa, edificio, albergo o struttura: la planimetria e la velocità.

E lei aveva entrambi.

Dondolando dal cavo che aveva lanciato sul tetto, mise una mano nella tasca interna del proprio parka, tirò fuori un dispositivo e lo sistemò all'angolo destro della finestra saliscendi. Attivando il segnale, attese, fissando la piccola luce rossa che brillava sullo schermo di fronte a lei.

Se per qualche ragione non cambiava, sarebbe dovuta entrare attraverso una finestra dell'abbaino che affacciava sul lato del giardino - il che sarebbe stato una vera spina nel fianco -

La luce divenne verde senza un rumore, e lei sorrise tirando fuori altri attrezzi.

Prese una ventosa, la spinse al centro del vetro immediatamente sotto la maniglia e poi fece un cerchio attorno alla ventosa col suo tagliavetro. Una veloce spinta in avanti ed ecco lo spazio per far entrare il braccio.

Dopo aver lasciato cader gentilmente sulla guida orientale il cerchio di vetro, infilo la mano in alto poi intorno, rilasciò l'aggeggio in ottone che teneva la finestra chiusa e fece scivolare la fascia in su.

Aria tiepida la salutò, come se la casa fosse felice di rivederla.

Prima di entrare, guardò in basso. Guardò verso l'auto e si allungò per vedere cosa poteva esserci nei giardini sul retro.

Si sentiva osservata... non tanto quando stava guidando in città, ma non appena aveva parcheggiato e inforcato gli sci. Non c'era nessuno nei paraggi, comunque - non che potesse vedere, in ogni caso - e dato che la consapevolezza era una necessità fondamentale sul lavoro, la paranoia era una pericolosa perdita di tempo.
Quindi doveva chiudere con quella merda.

Tornando in gioco, si allungò con le mani guantate e spinse il culo e le gambe oltre e attraverso la finestra. Allo stesso tempo, allentò la tensione del cavo così da far entrare lentamente in casa il corpo. Atterrò senza il minimo rumore, grazie non solo al tappeto che correva lungo tutto il lungo corridoio, ma anche alla scarpa dalla suola morbida.

Il silenzio era un altro importante requisito quando volevi portare bene a termine un lavoro.

Si fermò dov'era per un breve momento. In casa non c'era alcun rumore - ma non  significava necessariamente qualcosa. Era sicurissima che l'allarme di Benloise fosse silenzioso e ovviamente il segnale non sarebbe arrivato al locale e nemmeno alla polizia: gli piaceva gestire le cose privatamente.

E Dio sapeva, col tipo di muscoli che assumeva, quanta forza bruta ci fosse lì intorno.

Tuttavia fortunatamente lei era brava nel suo lavoro, e Benloise e i suoi scagnozzi non sarebbero tornati a casa prima che il sole sorgesse - viveva la vita di un vampiro, dopotutto.

Per qualche ragione, la parola che iniziava per V le fece pensare all'uomo che si era presentato vicino alla sua auto ed era scomparso come per magia.

Pazzia. Ed era l'unica volta tra i suoi ultimi ricordi che qualcuno le aveva dato una pausa. Infatti, dopo essersi confrontati in quel modo, stava decidendo di non tornare più alla casa di vetro sul fiume - sebbene ci fosse un fottuto fondamento logico per quello. Non era preoccupata di venir ferita fisicamente. Dio sapeva quanto fosse capace di difendere se stessa.

Era l'attrazione.

Più pericolosa di ogni pisola, coltello o pugno, per quanto la riguardava.

Con passi agili, corse lungo il tappeto, saltando sulle punte dei piedi, dirigendosi alla camera da letto principale che dava sul giardino sul retro. La casa profumava esattamente come ricordava, legno vecchio e cera per mobili, e sapeva di doversi tenere alla sinistra della guida. Nessun cigolio in quel modo.

Quando entrò nella suite principale, la pesante porta di legno era chiusa, e lei tirò fuori il grimaldello prima ancora di provare la maniglia. Benloise era patologico riguardo due cose: la pulizia e la sicurezza. La sua impressione, però, era che l'ultima era più importante alla galleria nel centro di Caldwell che lì in casa sua.

Dopotutto, Benloise non teneva sotto il suo tetto nient'altro che opere d'arte assicurate fino all'ultimo centesimo, e lui stesso - quando c'erano una moltitudine di guardie del corpo e pistole con lui.

Infatti, probabilmente era quello il motivo per cui faceva il gufo notturno in centro. Significava che la galleria non era mai incustodita - era presente dopo l'orario di chiusura,  e il suo personale per gli affari leciti era là durante il giorno.

Come topo d'appartamento lei sicuramente preferiva stare in posti vuoti.

Per concludere, lavorò sulla serratura della porta, l'aprì ed entrò dentro. Prese un respiro profondo, l'aria era intrisa dal fumo di tabacco e l'acqua di colonia di Benloise.

Per qualche motivo la combinazione le fece pensare ai film in bianco e nero di Clark Gable.

Con le tende chiuse e senza alcuna luce, era buio pesto, ma si era portata dietro delle fotografie della disposizione della stanza che aveva scattato quando era venuta a quella festa, e Benloise non era il tipo d'uomo che spostava le cose. Diavolo, ogni volta che una nuova opera d'arte veniva installata alla galleria, poteva praticamente sentire l'agitazione sotto la sua pelle.

La paura del cambiamento era una debolezza, diceva sua nonna.

Ma di sicuro rendeva le cose più facili a lei.

Rallentando, fece dieci passi in avanti in quello che era il centro della stanza. Il letto sarebbe stato alla sinistra contro il lungo muro, come il passaggio ad arco che portava al bagno e le porte per la cabina armadio. Di fronte a lei c'erano le lunghe finestre che si affacciavano sui giardini. A destra ci sarebbe stato un cassettone, una scrivania, delle sedie, e un camino che non veniva mai usato perché Benloise odiava l'odore del fumo da legna.

Il pannello dell'allarme era situato tra l'ingresso al bagno e la testiera decorata del letto, accanto a una lampada che era a un metro dal comodino.

Sola ruotò sul posto. Fece quattro passi avanti. Cercò col piede il letto - lo trovò.

Passo di lato, uno, due, tre. in avanti lungo il fianco dle materasso taglia king. Un passo al lato per raggiungere il tavolo e la lampada.

Sola allungò la mano sinistra...

Ed ecco il pannello dell'allarme, proprio dove doveva essere.

Togliendo la copertura, usò la torcia stilo, che tenne tra i denti, per illuminare il circuito. Prendendo un altro dispositivo dallo zaino, collegò cavo con cavo, intercettò i segnali e con l'aiuto della miniatura di un laptop e un programma che aveva elaborato un suo amico, creò e chiuse il circuito nel sistema d'allarme stesso, fino a quando il router fosse stato in posizione, i sensori di movimento che stava per escludere non l'avrebbero registrato.

Per quanto riguardava la scheda madre, nulla sarebbe andato per il verso storto.

Lasciando penzolante il laptop sulla connessione, uscì dalla stanza, andò all'ingresso e scese le scale verso il primo piano.

La decorazione del posto dava proprio l'idea della vita di Benloise, perpetuamente pronta per uno scatto fotografico su una rivista - anche se, ovviamente, l'uomo proteggeva la sua privacy fin troppo attentamente affinché la sua casa non venisse mai fotografata per il pubblico consumo. Con piedi svelti, passò attraverso l'ingresso principale, il salotto sulla sinistra, e andò nel suo studio.

Camminando nella semi oscurità, avrebbe preferito togliersi di dosso il suo parka bianco su bianco da camuffamento e i pantaloni effetto neve - fare tutto questo nella sua tuta nera era un cliché tuttavia pratico.
Non aveva tempo, pensò, ed era più preoccupata riguardo all'esser avvistata fuori nel paesaggio invernale che dentro una casa vuota.

Lo spazio privato da lavoro di Benloise era, come ogni altra cosa sotto quel tetto, più decorativa che funzionale. Non usava la grande scrivania, o si sedeva al mini trono, oppure leggeva qualcuno dei libri dalla copertina in pelle sulle mensole.

Eppure, passava di lì. Una volta al giorno.

In un candido momento, le aveva detto che prima di uscire ogni notte, lui attraversava tutta la casa, guardando tutte le sue cose, ricordando la bellezza delle sue collezioni e della casa.

Come risultato di quella conoscenza, e altre cose, Sola aveva compreso che l'uomo era cresciuto in povertà. Da un lato, quando parlavano in spagnolo o portoghese, il suo accento smentiva una sottile pronuncia di ceto basso. Dall'altro, la gente ricca non apprezzava il suo modo di fare.

Niente era raro per il ricco, e quello indicava che davano ogni cosa per scontata.

La cassaforte era nascosta dietro la scrivania in una sezione di una libreria che si apriva grazie a un bottone nascosto in un cassetto in basso sulla destra.

L'aveva scoperto grazie a una piccola telecamera nascosta che aveva sistemato in un angolo durante la festa.
Seguendo l'attivazione per il rilascio, una sagoma di un metro per un metro e mezzo dei ripiani venne avanti e scivolò di lato. Ed eccola: una tozza scatola d'acciaio, il riconobbe il creatore.

D'altronde, dopo aver scassinato ben più di un centinaio di quelle dannate cose, conoscevi i produttori intimamente. E lei approvava la sua scelta. Se avesse avuto una cassaforte, avrebbe preso quella - e sì, l'aveva assicurata al pavimento.

La fiamma ossidrica che tirò fuori dallo zaino era piccola, ma potente, e mentre accendeva la punta, la fiamma soffiò con un forte sibilo e un bagliore bianco blu.

Ci sarebbe voluto un po'.

Il fumo del metallo incandescente le irritava gli occhi, il naso e la gola, ma tenne la mano ferma mentre faceva un quadrato di circa sessanta centimetri per sessanta sul pannello frontale. Ad alcune casseforti era in grado di far saltare i portelli, ma il solo modo con una di questa era alla vecchia maniera.

Ci sarebbe voluta una vita.

Ma ce l'avrebbe fatta, pensò.

Mettendo da parte il pesante pezzo di porta, morse la fine della torcia a stilo e s'inclinò in avanti.

Un contenitore aperto conteneva dei gioielli, titoli azionari e dei luccicanti orologi d'oro che aveva lascito facilmente raggiungibili. C'era una pistola che era pronta a scommettere fosse carica. Niente soldi.

D'altronde, con Benloise, c'erano contanti ovunque, aveva senso che non si fosse preoccupato di mettere denaro nella cassaforte.

Dannazione. Non c'era nulla là dentro che valesse solo cinquemila dollari.

Dopotutto, con questo lavoro, voleva solo ciò che giustamente le spettava.

Con un'imprecazione, si sedette sui talloni. Infatti, lì dentro non c'era una dannata cosa al di sotto dei venticinquemila. E non era che potesse fare a metà un orologio da polso - perché come diamine avrebbe potuto monetizzarlo?

Passò un minuto.
Poi un secondo.

Vaffanculo, pensò riposizionando il pannello che aveva rimosso contro il lato della cassaforte e facendo scivolare la libreria al suo posto. Rialzandosi in piedi, si guardò intorno con la torcia stilo. I libri erano tutti prime edizioni, roba antica da collezionisti. Le opere d'arte sui muri non erano super costosi, ma difficili da convertire in denaro contante senza finire sottobanco... gente con cui Benloise era intimamente collegato.

Ma non se ne sarebbe andata senza i suoi soldi, dannazione -

All'improvviso, sorrise a se stessa, la soluzione era chiara.

Per molti secoli nel corso dell'umana civilizzazione, il commercio era esistito e aveva prosperato col sistema del baratto. Che voleva dire che un individuo scambiava merci o servizi per cose di uguale valore.

Per tutti i lavori che aveva svolto, non aveva mai considerato prima l'aggiunta conseguenti costi secondari dei suoi obiettivi: nuove casseforti, nuovi sistemi di sicurezza, più protocolli di sicurezza. Avrebbe scommesso che erano costosi - sebbene non tanto di più di quelli che di solito prendeva. Ed era entrata lì dando per scontato che quei costi addizionali sarebbero stati sostenuti da Benloise - il tipo di danni pecuniari per cui l'aveva imbrogliata.

Ora, pensò, erano arrivati al punto.

Ritornando verso le scale, guardò alle varie opportunità disponibili per lei... e alla fine, si diresse alla scultura di Degas di una piccola ballerina che era sistemata in un'alcova. La descrizione bronzea della ragazzina era il tipo di cosa che sua nonna avrebbe adorato, e forse ecco perché, di tutte le opere in quella casa, si era fiondata su quella.

La luce che era stata installato nel soffitto sopra la statua era spenta, ma il capolavoro continuava a brillare. In particolare a Sola piaceva la gonna del tutu, quella delicata e tuttavia rigida esplosione di tulle delineata dalla maglia metallica che catturava perfettamente ciò che avrebbe dovuto essere malleabile.

Sola sistemò la base della statua, ci avvolse le braccia attorno e tirò con tutta la sua forza ruotando la sua posizione di pochi centimetri.

Poi corse su per le scale, sganciò il router e il laptop dal pannello dell'allarme nella camera da letto principale, richiuse la porta, e uscì dalla finestra a cui aveva fatto un buco.

Dopo quattro minuti era di nuovo sui suoi sci a sfrecciare lungo la neve.


Nonostante il fatto che non ci fosse nulla nelle sue tasche, sorrideva mentre lasciava la proprietà.