mercoledì 15 luglio 2015

Capitolo 15 di THE SHADOWS di J.R. Ward



Capitolo 15




«No, la tengo io, grazie.»

Nel rispondere, Trez fece un sorriso a Ehlena perché non voleva che l'infermiera si offendesse mentre la allontanava. Ma la verità era che lui era ben più che pronto a portare Selena fuori dalla sala visite. Voleva portarla fuori dal centro di addestramento. Via... da qualche parte, in qualsiasi altro posto.

Anche se quel momento era ancora lontano. Appena due ore prima il suo battito si era spento, le avevano scaricato nel torace un miliardo di watt di energia elettrica, e in qualche modo lei era riuscita a ritornare dal baratro grazie a lui e a tutta la trafila del  trasformarsi in una coperta vivente, soffiandole la vita nell'anima.

Oh, beh, era solo un altro giorno.

O era notte?

Chi cazzo lo sapeva.

«Sei pronto?» gli chiese Selena.

Era una roba tipo paesaggio da fiaba quando lei lo guardò negli occhi e lui annuì con la testa. Non avrebbe mai creduto possibile una ripresa - o il fatto che il corpo di lei si fosse piegato nel modo corretto mentre lui la sosteneva sotto le ginocchia e per le spalle.

«Sarò... delicato.» Quando la sua voce si incrinò, si sarebbe preso a calci in culo da solo. «Sarò gentile e mi muoverò lentamente.»

Lei annuì di nuovo e rimase a bocca aperta quando Trez la sollevò dal lettino visite e la allontanò dal fascio di luce della lampada scialitica, che era stata abbassata vicino al suo corpo.

«Da che parte?» chiese di nuovo lui, anche se gli era già stato detto due volte.

Ehlena, che era incaricata di tenere la flebo, li condusse a una porta. «Di qua.»

In fondo, la sala di terapia intensiva non conteneva nulla che lui desiderasse per la sua femmina. Il letto era come quello di un ospedale, con grandi sponde di contenzione su entrambi i lati, le coperte erano sottili, le lenzuola semplici e bianche. C'era un'asta a cui agganciare la flebo e un sacco di apparecchiature di monitoraggio. I cuscini sembravano duri.

D'altronde, lui avrebbe voluto posarla su un letto di piume fatto a mano e perfino quello sarebbe stato inadeguato.

Selena rabbrividì mentre lui la metteva giù con attenzione. E poi, quando Trez cercò di sfilarle le coperte da sotto il corpo, lei chiuse gli occhi e scosse la testa.

«Solo un minuto?» gemette Selena, come se tutto le dolesse.

«Già. Sicuro. Naturalmente.»

Eeeee ora lui non aveva niente da fare. Guardandosi intorno, adocchiò una sedia e immaginò il proprio culo lì sopra, così non le sarebbe stato troppo addosso.

Mentre si sedeva, ed Ehlena li lasciava soli alla ricerca di un minuscolo momento di pace, lui pensò, Merda, Selena era così immobile. Ma almeno le sue articolazioni avevano un’angolazione quasi normale, respirava da sola ed era cosciente.

Era ancora molto pallida, però. Il viso aveva quasi il colore delle lenzuola. E anche se i suoi capelli erano stati pettinati, c'erano ancora dei nodi nella capigliatura scura.

«Mi... dispiace...»

«Che cosa?» esclamò lui, sporgendosi in avanti. «Cosa hai detto?»

«Mi dispiace...»

«Per cosa? Gesù, come se ti fossi offerta volontaria per questo!»

Quando lei iniziò a piangere, lui abbandonò la sedia, si avvicinò al letto e le si inginocchiò accanto. Raggiungendola, abbassò la sponda e prese la mano che era più vicina a lui.

«Selena, non piangere.» C'era una scatola di Kleenex sul comodino di fianco al letto e lui mollò la presa per tirarne fuori uno e asciugarle le guance. «Oh, no, non scusarti. Non puoi scusarti per una cosa simile.»

La sua respirazione era irregolare. «Io non volevo che tu lo sapessi. Non volevo che ti... preoccupassi.»

«Vorrei che me lo avessi detto.»

«Non si può fare nulla.»

Okay, questa era proprio una coltellata tra le fottute costole. «Non lo sappiamo. Manny sta per consultarsi con alcuni dei suoi colleghi umani. Forse-»

«Ti amo.»

Le sue parole lo colpirono come uno schiaffo in pieno viso e Trez tossì, rimase a bocca aperta, farfugliò e ansimò allo stesso tempo. Grande risposta. Davvero virile, cazzo - il che gli ricordava, assurdamente, di quel distorsore vocale in Ferris Bueller (serie TV americana) mentre lo stronzetto era al telefono con i suoi compagni di classe.

Quale diavolo era il suo problema? La femmina di cui era innamorato, quella che voleva più di ogni altra cosa al mondo, gli aveva detto le Tre Paroline Magiche... e lui si era trasformato in un gigantesco ammasso di funzioni fisiche.

Davvero romantico.

Beh, almeno non si era sciolto nei suoi Levi's.

«Io...» balbettò.

Prima che potesse aggiungere altro, lei gli strinse la mano e scosse la testa avanti e indietro sul cuscino. «Non devi dirmelo anche tu. Volevo solo che tu lo sapessi. Per me è importante... che tu lo sappia. Non c'è tempo-»

«Non dire così.» La sua voce si fece stridula. «Ho bisogno che tu non lo dica mai più. C'è tempo. C'è sempre tempo-»

«No

Dio, i suoi occhi azzurri erano antichi mentre lo fissava. Anche nel suo viso perfettamente scolpito, che irradiava bellezza nonostante la condizione, quel suo sguardo esausto la faceva sembrare vecchia.

Era tutto così ingiusto. Selena in quel letto, lui in ginocchio - e nessuna possibilità di poter condividere con lei la salute che lui aveva in abbondanza. Certo, quando era in arresto cardiaco Trez era stato in grado di riportarla indietro, ma lui non voleva semplicemente trascinarla via dal baratro. Voleva curarla.

Voleva... avere degli anni da trascorrere con lei.

Eppure, proprio mentre il pensiero lo colpiva, si rese conto che non sarebbe mai accaduto: anche se il destino di lei fosse cambiato, il suo non lo avrebbe fatto.

«Ti amo...» mormorò Selena.

Per un attimo, fu lui a sentirsi sull'orlo del precipizio, il cuore e l'anima vacillanti e in procinto di sprofondare nelle sue parole, nei suoi occhi, in tutto ciò che la rendeva femmina, misteriosa e meravigliosa... ma poi si disse che era quasi morta, al massimo era a malapena cosciente, e probabilmente non aveva idea di quello che gli stava dicendo.

Inoltre la dottoressa Jane aveva annunciato che lui le aveva salvato la vita. Il che poteva essere vero o meno - ma, data la tragedia, la gratitudine poteva far provare a chiunque qualcosa che non avrebbe sentito normalmente.

O forse alimentava le fiamme dell'affetto trasformandolo in un'emozione improvvisa molto più forte.

«Non devi dirlo anche tu» sussurrò lei. «Ma avevo bisogno che tu lo sapessi.»

«Selena, io-»

Alzò l'altra mano, con il palmo in avanti. «Non c'è bisogno di andare oltre.»

Il silenzio rimbombò ma solo nella stanza. Nella sua scatola cranica? Il suo cervello era un cavo ad alta  tensione sottoposto a spasmi, tutti i tipi di pensieri e immagini gli scorticavano la coscienza come se la sua materia grigia fosse diventata una scimmia che lanciava escrementi per tutta la gabbia.

Concentrandosi di nuovo su lei, disse a se stesso darsi una mossa e provare ad aiutarla.

«Ti andrebbe di nutrirti?» Sollevò la mano libera, mostrandole il polso. «Per favore?»

Quando lei annuì fu un immenso sollievo, lui si morse la carne con le proprie zanne prima che distendere il braccio fino a portare la vena alla bocca di Selena. In un primo momento lei si attaccò a malapena, bevendo a piccoli sorsi. Col tempo, però, assunse il controllo succhiando da lui, prendendo quello che aveva da darle dal profondo.

Gli venne duro.

Non poteva evitarlo. Ma non era desiderio sessuale. Era troppo distratto dalla preoccupazione per lei, mentre si domandava se, da un momento all'altro, il suo corpo cedesse di nuovo.

Selena era stabile, aveva detto la dottoressa Jane. Lei era stabile come chiunque poteva esserlo dopo centoventi minuti di totale collasso molecolare. Almeno la seconda serie di raggi X aveva qualcosa di miracoloso. Mentre nei primi c'erano ossa in quelle che dovevano essere le parti mobili delle sue articolazioni. Ora, sia secondo la dottoressa Jane che Manny, le cose erano più "anatomicamente appropriate."

Nessuno sapeva dove quella robaccia fosse andata a finire. O perché fosse sparita. Oppure, quando sarebbe tornata. Quello che sapevano di sicuro era che dove non c'era stato più alcun movimento, adesso c'era.

Dopo un bel po', le labbra di Selena si rilassarono e le palpebre si socchiusero. Ritraendo il braccio, lui si leccò le ferite chiudendo i fori, addossò l'avambraccio sul materasso e vi appoggiò il mento sopra.

«Come hai fatto a trovarmi?» chiese lei con voce assonnata. «Sono caduta quando ero al Santuario...»

«Qualcuno è venuto a prendermi.»

«Chi...?»

La Vergine Scriba, pensò lui mentre lei russava lievemente.

«Selena?»

«Sì?». Lei provò a scuotersi, sollevò la testa e costrinse gli occhi ad aprirsi. «Sì...?»

«Voglio che tu sappia una cosa.»

«Prego.»

«Non importa cosa accadrà, io non ti lascerò. Se mi vuoi con te, non importa... come andrà a finire, io resterò al tuo fianco. Se vuoi che io ci sia, allora ci sarò.»

Selena lasciò scivolare lo sguardo sul suo volto. «Tu non sai di cosa stai parlando-»

«Col cavolo che non lo so.»

«Sto morendo.»

«Anch'io, ma non so quando accadrà, e nemmeno tu.»

Nei suoi occhi luminosi brillò una complessa emozione. «Trez. Ho visto le mie sorelle vivere la malattia. Lo so cosa-»

«Tu non sai un cazzo. Con il dovuto rispetto.»

Trez si alzò e andò ai piedi del letto. Sfilò lenzuola e coperte dal materasso, guardò sotto ai suoi piedi.

«Cosa stai facendo?»

Con una mano gentile, lui inclinò una delle sue caviglie in modo da poter guardare la pianta del piede. «Non c'è.»

«Scusami?»

«Non vedo alcun timbro con la data di scadenza qui sotto.» Fece lo stesso con l'altro piede. «Neanche qui.»

Rimise le coperte a posto. Le rimboccò. Fissò il corpo di lei - e cercò di sfuggire al fatto che la sua carne che lui bramava con ogni probabilità poteva essere quello che li avrebbe separati per sempre.

Poi si ricordò della notizia iAm che gli aveva dato nel corridoio.

Merda, come se non avesse abbastanza rogne di suo.

«Io non ti lascerò» le promise.

«Non volevo parlarti di tutto questo.» I suoi occhi si inumidirono, le lacrime trasformarono quelle iridi azzurre in pietre preziose. «Non volevo che tu lo sapessi e mi compatissi.»

«Non ti compatisco.»

«Non fare questo a te stesso, Trez. Solo... sappi solo che ti amo e lasciami andare.»

Lui tornò da Selena. «Posso avere la tua mano?»

Quando lei si girò rigidamente sul letto e allungò il braccio, lui le prese il palmo e se lo mise tra le gambe, sulla dura erezione che premeva contro la patta. Il contatto lo fece sibilare, le zanne discesero in fretta, ruotò il bacino.

«Questo ti sembra pietà?» disse lui a denti stretti.

Cazzo, lui dovette fare un passo indietro. Aveva fatto quel gesto esplicito solo per dimostrarle il suo punto di vista, invece si ritrovò pronto a venire, il suo corpo che passava da zero a sessanta in un nano secondo.

«Trez...»

«Non sto dicendo che dobbiamo fare sesso. Per niente. Ma non sono qui perché ti compatisco, okay?»

«Io non posso chiederti di restare.»

«Tu no. Io posso scegliere di farlo. Io posso scegliere... te.»

Mentre diceva quelle parole, si rese conto che, porca puttana... era vero. Per una volta nella sua vita, si sentiva come se stesse scegliendo qualcosa - e in un modo strano, ma bello. Anche se la situazione era davvero una roba triste, si sentiva liberato del tutto, Questa è la mia scelta.

Questa… situazione... era qualcosa che avrebbe avuto la priorità su tutto per quanto fosse durata, dovunque li avrebbe condotti.

Supponendo che Selena lo volesse con lei.

Nel silenzio che seguì, lui si guardò intorno, vide le pareti nude e seppe di doverla portare fuori da quella stanza d'ospedale. Certo, si trovava vicino al personale medico qualora avesse avuto problemi, ma ti metteva in uno stato d'animo da schifo, era un deprimente Tu Sei Malato.

Trez si concentrò di nuovo su di lei. «Qualunque cosa ti serva, io sono qui per te, va bene? Se mi vuoi.»

Dopo un momento, lei gracchiò: «Ti voglio».

«Va bene, allora.» Trez lasciò andare un respiro veloce, poi alzò l'indice. «Solo una cosa. Nessuna data di scadenza, d’accordo? Affronteremo questa cosa come se tu potessi vivere per sempre.»

L'incredulità si dipinse sul viso di Selena, ma lui si limitò a scuotere la testa. «No. Questa è la mia regola numero uno.»

Trez non era stupido. Aveva ascoltato quello che quello che l'altra Eletta aveva detto guardando i raggi X e osservando la posizione del corpo. Lui sentiva dentro di sé che stava per perderla e che, molto probabilmente, sarebbe successo presto. Ma lui che regalo poteva farle? La cosa più importante - diamine, forse l'unica cosa - che lui poteva donarle?

La speranza.

E lui non aveva bisogno di credere che lei dovesse essere curata per sentirla, per condividerla o per viverla.
Essere presente. Amarla fino alla fine. Non lasciare mai il suo fianco fino all'ultimo respiro.

Era così che l'avrebbe onorata con il suo cuore e la sua anima, anche se lui non ne era degno.

«Nessuna data di scadenza» esclamò lui. «Viviamo ogni notte come se ne avessimo ancora un migliaio da vivere.»




*    *    *




Selena batté le palpebre allontanando altre lacrime. Sotto molti aspetti, non poteva credere che Trez si trovasse ai piedi del suo letto d'ospedale, che scrutasse nella sua anima con l'unico intento che solo la sua volontà riuscisse a tenerla in vita e in buona salute per tutto il tempo che lui desiderava.

«Non credo che abbiamo un migliaio di notti, Trez» gli disse.

«Come lo sai? Ne sei sicura?»

«No, ma-»

«E allora perché sprecare anche solo un attimo del tempo a nostra disposizione nel pensarla in quel modo? Cosa ce ne entrerebbe? Scherzi a parte, come posso aiutarti a-»

«Vuoi venire a letto con me?»

Lui si schiarì la gola. «Sei sicura?»

«Sì. Ti prego.»

Lei ammirò l'agilità con cui lui si mosse, mentre si issava sull'alto materasso, si spostò all'altro lato, aiutandola a fare un po' di spazio per lui. E come se lui le leggesse nella mente, se la sistemò tra le braccia così che la sua testa si appoggiasse al suo torace.

Sospiri. Esausti.

Da parte di entrambi.

«Mi sento sollevata» sentì se stessa dire. «Volevo che lo sapessi, ma...»

«Shh. Hai bisogno di dormire.»

«Sì.»

Chiudendo gli occhi, lei poteva percepirlo in una dimensione differente ora, il suo sangue si faceva strada dentro lei e nel suo sistema, rafforzandola dopo l'episodio. Nella sua mente, lei calcolò con esattezza quando si era verificato l'ultimo arresto. Tredici notti prima. Quello precedente? Sedici.

Ma forse, se non avesse più offerto la sua vena a nessuno, avrebbe avuto più di una tregua. E forse la forza che lui le aveva appena donato attraverso il suo sangue l’avrebbe aiutata a combattere anche tutte le successive crisi.

«Mi sono allontanata» gli disse, «a causa di tutto questo. Non a causa tua. Non mi importa del tuo passato. Voglio solo che tu lo sappia.»

Trez cominciò a strofinarle la schiena, facendo cerchi con il suo grosso palmo. «Shh. Prova solo a riposare.»

Selena sollevò la testa. «Questo devi lasciatemelo dire. Devi ascoltarlo e devi crederci. So che tu volevi tenermi fuori dalla tua vita perché pensavi che io... ti giudicassi o qualcosa del genere. Ma io mi sono allontanata a causa di tutto questo, non perché sei stato con un sacco di... umane. E neanche a causa del tuo fidanzamento.»

Trez chiuse gli occhi e fece una smorfia. Poi scosse la testa. «Devo essere onesto con te. L'ultima cosa a cui voglio pensare adesso è-»

«Io non credo che tu sia impuro, Trez.»

«Ti prego. Smettila.»

Gli prese la mano e la strinse, cercando di mettersi in contatto con lui, sentendo il desiderio di dirgli tutto in una volta, di mettere le carte in tavola. La sua teoria sull’avere migliaia di notti a disposizione era un buon intento per la sua salute mentale - e lui era giunto alla sua stessa conclusione: non c'era una data o un tempo di scadenza su di lei. Ma lei aveva vissuto in questa realtà dal primo episodio che era avvenuto molti decenni prima, e il suo percorso per la sopravvivenza era come quello di un'auto che andava fuori strada e scivolava in un fosso.

Non c'era possibilità di sopravvivenza a questo.

«Devo dirtelo, Trez. Ho aspettato davvero tanto prima di parlarne con te. Non voglio perdere la mia opportunità.»

Vagamente, Selena si accorse che stava parlando con più enfasi, sentendosi di più se stessa, recuperando sempre più grazie al dono della sua vena.

«Tu sei un uomo di valore, e credo di essermi innamorata di te la prima volta-»

Trez schizzò fuori dal letto e, per un istante, lei pensò che stesse per andarsene via, uscire dalla porta e allontanarsi da lei e dalla sua stupida malattia. E per un momento, lui si fermò davanti all'uscita.

Ma poi cominciò a camminare in tondo per la stanza.

«Perché per te è così difficile da accettare?» chiese Selena ad alta voce. «Che sei un brav'uomo. Che vali-»

«Selena, non sai di cosa stai parlando.»

«Ti stai aggirando in questa stanza come sei fossi braccato. Quindi sono abbastanza sicura di saperne qualcosa.»

Trez si fermò e scosse la testa. «Guarda, questo riguarda te. Questo...» Lui agitò la mano avanti e indietro tra di loro. «Tutto questo riguarda te. Io sono qui per te e per le tue esigenze, qualunque esse siano. Noi faremo in modo di tenermi fuori da questo, va bene?»

Selena si spinse più in alto sul cuscino. Lo sforzo sui suoi gomiti e sulle sue spalle le fece stringere i denti e dovette riprendere fiato come se il dolore si prendesse con calma il suo tempo per dissolversi.

Ma era meglio che essere rigida e paralizzata.

Quando lui strinse gli occhi della preoccupazione, lei gli disse: «No, non ho bisogno della dottoressa Jane. Davvero».

Mentre lui si strofinava la faccia, lei lo guardò attentamente per la prima volta. Aveva perso un po' di peso negli ultimi tempi, le guance erano talmente scavate che la mascella appariva ancora più pronunciata, gli occhi più infossati nelle orbite, le labbra apparivano più piene. Eppure anche così, era un enorme maschio della specie, con le spalle tre volte più grandi delle sue, il petto e l'addome scolpiti, le fasce di muscoli che scendevano sulle braccia e sulle gambe.

Era bellissimo. Dalla sua pelle scura agli occhi neri, dalla sommità della testa rasata alle suole dei suoi stivali.

«Sei davvero un maschio di valore» mormorò lei. «E dovrai accettarlo.»

«Oh, davvero» fu la sua replica ironica. «Non sono così sicuro di-»

«Smettila.»

Trez la fissò e poi aggrottò la fronte. «Sai, io non sono sicuro del perché stai ancora parlando di questo argomento. Senza offesa, ma tu sei quasi morta in quell'altra stanza. Tipo, quanto tempo fa? Mi sembra dieci minuti. La mia merda non è importante adesso.»

Selena guardò il proprio corpo. Indossava un camice da ospedale azzurro con un disegno a spirali blu. Era legato sulla schiena e sentiva i nodi che le mordevano i punti in cui avrebbe dovuto esserci il suo reggiseno se avesse indossato uno, e più in basso, uno piccolo in fondo alla schiena.

Le sembrava strano pensare che le cose nel suo corpo funzionassero con una relativa normalità adesso. E la realtà che loro non sarebbero riusciti a mantenere questa funzionalità per molto, portò una straordinaria nitidezza.

«Sai» mormorò lei, «non ho mai considerato il fatto che ci potrebbe essere un aspetto positivo nel soffrire di una malattia mortale.»

«E quale sarebbe?» chiese cupo Trez.

Lei spostò lo sguardo verso di lui. «Non ti spaventa dire le cose come sono realmente. L'onestà può essere terrificante, a meno che tu non abbia qualcosa di più spaventoso contro cui misurarti — come la prospettiva di morire. Quindi ti dirò precisamente perché io penso che la tua 'merda', come la chiami tu, è importante. Qualunque cosa ti guidi, qualunque cosa lo stia causando» - lei fece un cenno circolare che comprendeva tutto il corpo di Trez - «o che abbia causato quel vuoto dentro di te? Penso che tu abbia usato tutte quelle donne per sfuggire a quello. Penso che ti sia scopato quelle umane per tutti quegli anni come distrazione e il fatto che tu non voglia riconoscerlo? Mi preoccupa che tu potresti usarmi come una distrazione ancora più grande, il modo migliore per evitare te stesso. Cosa potrebbe esserci di più seducente o efficace, se tu non vuole affrontare i tuoi problemi, di una certa femmina affetta da una malattia mortale?»

«Gesù Cristo, Selena, non la penso così. Affatto-»


«Beh, forse dovresti.» Lei inclinò la testa, un'altra conclusione la colpi come una tonnellata di mattoni. «E ti dirò un'altra verità. Se avessi a disposizione un migliaio di notti o solo due? Voglio viverle con te - ma solo in modo onesto. Non voglio essere la tua nuova scusa, Trez. Ti voglio qui, ti voglio con me, ma ho bisogno che questa cosa che c'è tra noi sia reale. Non ho l'energia o il tempo per qualcosa di meno.»

Nel lungo silenzio che seguì, lei aspettò la sua risposta. Ma non importava quanto le cose fossero diventate imbarazzanti, lei non avrebbe ritrattato una singola parola.

Aveva detto esattamente quello che aveva in mente.


In realtà, fu davvero liberatorio.

mercoledì 8 luglio 2015

Capitolo 14 di THE SHADOWS di J.R. Ward



Capitolo 14



Layla si sentiva oppressa mentre guidava con un piede sull'acceleratore ed entrambe le mani sul volante della sua Mercedes azzurra. Qhuinn le aveva comprato la E350 4matic, qualunque cosa significasse, circa tre mesi prima. Lui avrebbe voluto qualcosa di più vistoso, di più grande e più veloce ma, alla fine, la piccola berlina era stata quella con cui lei si era trovata più suo agio. E aveva scelto quel colore perché le ricordava la vasche da bagno su al Santuario.

La campagna alla periferia di Caldwell si estendeva su colline e valli, lei amava quei graziosi campi ondulati pieni di mais nei mesi di luglio e agosto, che venivano falciati come la barba di un maschio nei mesi di inattività. Lei conosceva ogni particolare del paesaggio con il cuore, il percorso che conduceva a quel  determinato pendio, a quel particolare campo, a quell'albero adesso così importante.

Quando arrivò alla base della collina bassa, spense le luci e lasciò che l'auto scivolasse fino a fermarsi. Non si sentiva mai bene nel venire qui, ma dopo aver visto lo stato in cui Selena si trovava ed essere conscia di ciò che significava, il suo cuore era ancora più pesante del solito.
Si issò, uscendo da dietro al volante, poggiò le mani in basso sulla schiena e si inarcò sporgendo il petto in fuori, cercando di rilassare i muscoli che sembravano perennemente contratti -

«Sei in anticipo.»

Con un sussulto, Layla si voltò.

Xcor era in piedi a pochi metri di distanza dal paraurti posteriore dell'auto e lei capì subito che qualcosa non andava in lui. Non che il suo volto duro fosse diverso in qualche modo; dal labbro leporino che faceva apparire un ringhio perenne sulla bocca, agli occhi furbi e la mascella scolpita. Tutte le caratteristiche erano le stesse di sempre. Non aveva cambiato il taglio di capelli, come sempre rasati. Neanche il lungo spolverino di pelle nera, oppure gli stivali da combattimento, o tutte le armi che lei sapeva avere addosso, ma che aveva sempre cura di nascondere alla sua vista.

Non era in grado di individuare esattamente quale fosse l'indizio. Ma il suo istinto non mentiva e non si era mai sbagliato.

«Sei indisposto?» chiese lei.

«E tu?»

Layla appoggiò una mano sulla pancia. «No, sto bene.»

«Cos'è successo ieri sera? Perché non sei venuta?»

Un'immagine di Qhuinn che andava avanti e indietro nella sala da biliardo mentre lei e Blay si sedevano sul divano le balenò alla mente. E poi vide loro tre starsene in disparte giù nella sala visite del centro di addestramento mentre visitavano Selena e infine veniva data la brutta notizia.

«Ho avuto un'emergenza familiare» disse lei. «Beh, due, in realtà.»

«Di che tipo?»

«Nulla che ti riguardi.»

«Non c'è molto di te che non mi riguardi.»

Alzando lo sguardo verso l'albero sotto il quale di solito si sedevano, Layla rabbrividì. «Io-»

«Hai freddo. Entriamo in macchina.»

Nel suo solito modo, Xcor prese il comando, le aprì la portiera e si fece da parte, in un ordine silenzioso. Per un attimo, lei esitò. Nonostante il nobile impulso di assicurarsi che il Re e i Fratelli fossero in salvo, lei sapeva nel suo profondo che nessuno di loro avrebbe mai approvato questi incontri, queste parole, questo tempo trascorso con il nemico giurato della Confraternita.

Colui che aveva tramato per la morte di Wrath non una, ma due volte.

Starsene seduta con Xcor proprio nell'auto che Qhuinn aveva comprato per lei con tutto il suo affetto era una violazione di tutti i rapporti che per lei valevano di più.
Solo che stava proteggendo quelli che lei amava, ricordò a se stessa.

«Entra» le disse Xcor.

E lei entrò.

Una volta chiusa la portiera, Xcor fece il giro dell'auto fino al lato del passeggero, batté le nocche sul finestrino e lei sbloccò la chiusura centralizzata. A quel punto lei riflette sul falso mito che gli umani attribuivano ai vampiri, in cui si supponeva che i non morti dovessero essere invitati a entrare per poter attraversare una soglia.

Quanto era lontano dalla realtà.

Il corpo da guerriero di Xcor occupò tutto lo spazio nell'abitacolo mentre si accomodava su un sedile che era troppo grande per lei, sebbene fosse incinta. Layla fece un respiro profondo per ricomporsi, odiava il fatto che le piacesse il suo odore - ma le piaceva comunque. In realtà, si era sempre preso la briga di ripulirsi per bene ogni volta che si erano incontrati, la pelle profumata di una colonia speziata che lei voleva trovare a tutti i costi sgradevole.

Tutto questo era molto più accettabile se fosse rimasta concentrata sul fatto che lei veniva costretta all'adiacenza, al contatto, a questa vicinanza.

Perché trovarsi lì con lui su libero arbitrio...

Dio, perché doveva sentirsi così stasera-

«Metti in moto» disse lui. «Per favore.»

«Cosa?» Il suo cuore cominciò a battere forte. «Perché-»

«Qui non è più sicuro. Dobbiamo incontrarci da un'altra parte.»

«Perché?» La realtà di quanto poco sapesse e si fidasse di lui le fece capire esattamente quanto fossero lontani. «Che cosa è cambiato?»

Lui la guardò. «Per favore. È per la tua sicurezza. Non ti farei mai del male - dovresti saperlo - e per questo ti dico che qui non è più sicuro per noi.»

Lei sostenne il suo sguardo per un lungo momento. «Dove andiamo?»

«Ho messo in sicurezza un altro posto. Dirigiti a ovest. Per favore.»

Quando lei non si mosse, Xcor mise una mano sulle sue e le strinse. «Qui non siamo al sicuro.»

Mentre lasciava la presa, i suoi occhi non lasciarono mai quelli di lei. E un attimo dopo, Layla si fissò sul panorama mentre si allungava in avanti e premeva il pulsante di avviamento per accendere il motore. «Va bene.»

Non appena l'auto partì, nell'abitacolo si sentì un persistente suono ripetitivo. «È la tua cintura di sicurezza» spiegò lei. «Devi metterla.»

Lui eseguì senza alcun commento, tese completamente la cintura e la passò sul petto massiccio, quindi inserì l'attacco nella chiusura.

«Quanto dista?» chiese lei, mentre un nuovo picco di paura le faceva accelerare di nuovo il battito.

«Poco più di quindici chilometri.»

Xcor abbassò appena il finestrino e respirò come se stesse cercando di individuare un profumo nell'aria. «È un posto sicuro.»

«Mi stai sequestrando?»

Lui indietreggiò. «No. Sei, come sempre, libera di andare e venire.»

«Va bene.»

Lei sperava che stesse dicendo la verità. Pregava che fosse sincero. E non che si facesse luce sul gioco fatale che lei stava giocando.

Questa storia doveva finire, pensò lei. C'era in corso una guerra contro i lesser. Lui era un traditore del Re.
Lei era sempre più incinta. Il problema era che non sapeva come districare le corde che li tenevano legati insieme.


*    *    *



Rhage fu l'ultimo dei Fratelli a materializzarsi sul prato di una villa che sembrava uscita fuori da una rivista per i ricconi appartenenti all' 1% della popolazione. Quando alzò lo sguardo verso l'immensa casa vicina, udì la voce del narratore esterno dal vecchio telefilm di Batman che diceva: «Nel frattempo, alla maestosa tenuta Wayne...».

Il palazzo in stile Tudor si affacciava su prati ben curati ed era di una bellezza tale da poter fraternizzare con niente meno che la Casa Bianca, le luci accese l'interno risplendevano di uno sfarzoso giallo tenue come se ci fossero delle coperture in oro massiccio su tutte le lampade. Con rapida efficienza, un maggiordomo poteva essere visto di fronte alla fila di finestre con vetri a diamante con indosso la divisa formale, qualcosa che avrebbe messo Fritz.

Probabilmente si servivano dallo stesso sarto.

«Siamo pronti per Sua Altezza Reale?» chiese ironicamente V.

Ci fu un borbottio di conferma tra loro cinque, e poi Vishous scomparve nel nulla. Il piano era che lui raggiungesse Butch nella nuovissima Range Rover dello sbirro, che era parcheggiata circa sei chilometri a est in cui c'era il Re, che si lamentava di tutte le misure di sicurezza dal sedile anteriore. Loro due avrebbero portato Wrath lì - dando al gruppo una serie di modi per allontanare il maschio se andava tutto a puttane.
Rhage odiava il fatto che lo stavano portando lì per incontrare Throe, ma Wrath aveva rifiutato di inviare un emissario, e cosa avrebbero dovuto fare? Legarlo a una cazzo sedia in modo che non potesse venirci da solo?

«A titolo informativo...» Rhage sfoderò uno dei suoi pugnali neri. «Non garantisco che non farò a fettine questo figlio di puttana.»

«Te lo tengo giù io» rimarcò qualcuno.

Un vento freddo soffiava da nord, spargendo foglie cadute sui suoi anfibi e Rhage lanciò un'occhiata oltre la spalla. Nulla si muoveva alla sua sinistra. Non c'era nessuno tra i cespugli. Nessun cattivo odore permeava l'aria.

Ma si sentiva dannatamente sospettoso.

Beh, ovvio. Tutto ciò che aveva a che fare con la Banda dei Bastardi era più o meno come una serata casalinga sul divano a fingere di guardare davvero Scandal.
Oppure RHONJ, se Lassiter aveva tra le mani quel cazzo di telecomando.

Dieci minuti più tardi, la Range Rover svoltò l'angolo e affrontò la salita, i fari che lampeggiavano sulla facciata della casa e su loro.

Butch guidò in cerchio davanti al palazzo in modo che il SUV fosse di fronte alla via di fuga, e poi Wrath aprì la portiera ed emerse dal sedile del passeggero. Con i suoi stivali, il maschio svettava dal tetto del veicolo e, a differenza del resto di loro, non indossava alcun cappotto o una giacca.

Una semplice camicia nera. Sotto la quale c'era il giubbotto antiproiettile obbligatorio.

Almeno erano riusciti a fargli indossare quello.

Grazie, Beth.

Rhage si mise in formazione con gli altri, facendo da scudo a Wrath con i loro corpi mentre si spostavano in avanti. Nello stesso istante in cui raggiunsero la porta di casa, Abalone la spalancò come se fosse stato alla finestra a controllare il prato in attesa del loro arrivo.

«Mio Signore. Confraternita. Benvenuti nella mia dimora.»

Quando il Primo Consigliere si inchinò profondamente, Rhage dovette ammettere di apprezzare il tizio. Applebottom (Culetto Tondo/Chiappa Soda, non so come lo tradurranno), come lo chiamavano loro, era uno dei pochi aristocratici in cui Rhage fosse incappato che non solo possedeva metà cervello, ma un cuore integro, sotto un atteggiamento da dandy.

«Se volete seguirmi...» esclamò il tizio, indicando con la mano.

Parte dell'accordo preliminare era che l'incontro sarebbe avvenuto in biblioteca e una delle finestre sarebbe stata accostata, nel caso in cui Wrath avesse dovuto smaterializzarsi fuori. Throe, che avrebbe atteso in una sala separata, sarebbe stato accompagnato dentro da un Fratello, e scortato fuori da un altro.

E c'erano anche un altro paio di clausole.

Una volta dentro la stanza tappezzata di libri, Rhage fece una rapida, ma esauriente, ispezione della chiusura della finestra e disse: «Fatemi andare a prendere lo stronzo».

«Ne sei sicuro?» chiese V.

«Non ho intenzione di mangiarlo... ancora.»

Troncò qualsiasi obiezione dirigendosi verso Abalone, che gironzolava nel foyer. Sembrava impegnato in una discussione introspettiva in cui doveva decidere se vomitare sulle proprie scarpe oppure provare a raggiungere il bagno prima di lasciarsi andare.

«Allora, dov'è il tuo cugino?» Rhage offrì al tizio un sorriso rassicurante. Come se lui stesse solo per imballare il bastardo e nulla più. «Laggiù?»

Abalone fece un cenno verso la porta chiusa di fronte. «Sì. È nel salone maschile.»

Rhage mise una mano sulla spalla del Primo Consigliere. «Non ti preoccupare, Applebottom. Sarà un gioco da ragazzi.»

Sentì il povero figlio di puttana tirare un sospiro di sollievo. «Sì, mio Signore. Grazie.»

Dopo un altro giro veloce di va bene così, Rhage scivolò attraverso la porta del salotto e la chiuse dietro di sé. Throe era in piedi dall'altra parte della stanza dalle pareti rivestite, sembrava il tipico maschio illustre che una volta si trovava nel Vecchio Continente - nonostante il fatto che i abiti fossero moderni.

«Rhage?» domandò il maschio, facendosi avanti.

«Già.»

Throe ebbe la possibilità di porgere la mano per una stretta - e quello fu tutto. Rhage gli afferrò il polso, lo fece ruotare come una ballerina e gli spinse la faccia contro la parete più vicina.

«Cosa stai-»

«Ti perquisisco, stronzo.» Okay, forse "prendere a pugni" era più accurato. «Allarga le gambe.»

«Mi stai facendo male-»

«Se trovo una qualsiasi arma, la uso su di te. Sono stato chiaro?» 

«C'è proprio bisogno di essere così-»

«Voltati.» Rhage strattonò il tizio per la cintura, lo girò come una trottola e lo inchiodò alla parete di fronte con il viso rivolto verso di lui. «No, su la testa.»

Afferrò il mento di Throe con la mano e lo costrinse a sollevare il magnifico volto. Dopo aver effettuato una mammografia a quel petto sorprendentemente massiccio, Rhage scese in basso a suon di schiaffi e strizzò così forte i gioielli di Throe da fargli cantare un Do di petto.

«Chiedo scusa!»

«Non c'è niente là. Non è una visita a sorpresa.»

Scese lungo le cosce. I polpacci. Tornò di nuovo all'altezza degli occhi.

«Ecco le regole. Se provi a fare un gesto verso il mio Re in un qualsiasi modo che non mi piace, sarai morto prima che di toccare il pavimento. Ci siamo capiti?»

«Sono venuto qui in pace. Ho chiuso con i combattimenti-»

«Abbiamo un accordo? Se soltanto provi a starnutire su di lui, se provi a stringergli la mano, o a guardare due volte i suoi cazzo di stivali, ti metto l'etichetta di riconoscimento all'alluce.»

«Sei sempre così eccessivo?»

«Così sono calmo, freddo e controllato, puttanella. Non ti andrebbe di vedermi incazzato.»

Rhage spinse il tizio verso la porta, l'aprì e strinse una mano sul collo di Throe.

«Posso camminare da solo» biascicò il maschio.

«Davvero? Ne sei sicuro?»

Rhage cambiò la presa, schiacciò il palmo contro la faccia del maschio, riducendo il viso di Throe a un ammasso di occhi, naso e bocca.

«Va meglio così? No? Eh, immagino che sia una gran rottura di coglioni.»

Volutamente sbilanciò Throe, si divertì a fargli eseguire gli esercizi giornalieri di Fred Astaire mentre il ragazzo superava Abalone a passo di tiptap ed entrava in biblioteca.

«Oh, siamo già a questo punto» borbottò V mentre si accendeva una sigaretta rollata a mano.

«Almeno non c'è salsa barbecue in giro» rimarcò lo sbirro.

«Non ancora» sospirò V. «La notte è ancora giovane.»

Rhage si schiarì la gola. «Mio Signore e sovrano, Wrath, figlio di Wrath, padre del figlio diletto Wrath, ti presento Throe, il Pezzo di Merda.»

Su quell'affermazione, diede al maschio una forte spinta verso il tappeto orientale, e sai cosa? Con il culo per aria il figlio di puttana si ritrovò al posto che gli competeva.


Ai piedi dell'unico vero Re.

venerdì 3 luglio 2015

Capitolo 13 di THE SHADOWS di J.R. Ward



Capitolo 13



Il salvatore che liberò Trez dalla sua prigionia si rivelò non essere una persona. E nemmeno un oggetto, in realtà.

La libertà, quando arrivò, fu per gentile concessione di un banalissimo sfiato situato nell'angolo superiore destro dell'immensa suite in cui era imprigionato.

Tre notti prima della sua eventuale fuga, mentre se ne stava supino contemplando il nulla, un refolo di aria fredda colpì i gioielli sulla sua veste e gli rinfrescò la pelle. Con la fronte aggrottata, alzò lo sguardo e vide la grata avvitata nella liscia parete bianca.

Telecamere di sicurezza di prima generazione spiavano ogni sua mossa, quindi sapeva che era meglio non mostrare alcuno specifico interesse. Ma questo lo fece riflettere. Le Ombre potevano smaterializzarsi, e anche trasformarsi in fumo - il che ti consentiva di percorrere grandi distanze e di rimanere invisibile quando arrivavi in qualunque posto volessi andare.

Aveva provato entrambe le modalità diverse volte, e aveva fallito - e in un primo momento, aveva creduto che l'insuccesso della fuga attraverso il condotto fosse dovuto a un guasto su questa base.

Ma la notte successiva, per nessuna particolare ragione, abbassò lo sguardo su quello che indossava sul suo corpo. Le gemme... le scintillanti pietre preziose che presumeva fossero incastonate nell'oro. Il metallo era argento colorato. Oro bianco, sì?

A meno che... non fosse acciaio inossidabile. Che era l'unica cosa attraverso la quale i vampiri, anche quelli della razza delle Ombre, non potevano smaterializzarsi.

Lasciò scivolare lo sguardo dalla camera rivestita di marmo verso la sala da bagno. Anche quando veniva lavato, quando il suo corpo era purificato attraverso i rituali... lo addobbavano con zaffiri e diamanti, collari tempestati di gemme gli ricoprivano il collo, le spalle, i polsi e le caviglie prima di entrare in acqua. E non appena ne usciva? La cotta di maglia incrostata di gioielli gli veniva di nuovo serrata addosso.

Chiuse gli occhi. Perché non l'aveva mai considerato prima?

Gli ci erano volute le due notti successive, due cicli di alba e tramonto prima che lui elaborasse un piano. Il programma dell'alimentazione, il lavarsi, l'esercizio fisico e lo studio non era mai lo stesso, come se fosse volutamente manipolato sulla mancanza di uno schema, anche l'andirivieni di iAm era allo stesso modo casuale, per quanto lui non fosse il Prescelto e avesse alcune libertà di movimento, determinate concessioni per  uscire dal palazzo per esercitarsi o per nutrirsi - sebbene neanche questo fosse scolpito nella pietra.

Durante le sue deliberazioni, Trez aveva prestato particolare attenzione a non cambiare nulla riguardo la sua simulazione, il suo atteggiamento, le sue abitudini, ma nella sua mente c'erano la creazione, la messa a punto, il test per le teorie sulle complicanze o potenziali difetti.

Aveva previsto di dover attendere a lungo, ma il momento giusto arrivò inaspettatamente, per gentile concessione del capovolgimento del vassoio che recava il suo pasto. Una cameriera era scivolata sul pavimento di marmo appena lucidato, e il cibo, i piatti e le posate si erano sparpagliati ovunque. iAm, che era solito aiutare, si era offerto volontario per sistemare il disordine, e lui e la domestica erano andati in cerca detergenti e ramazze negli armadietti delle scorte in corridoio.

Chiuse la serratura della porta nascosta della cella.
Ed ecco fatto.

Muovendosi in fretta, Trez si svestì, strappandosi di dosso la maglia fine e le gemme, si liberò da tutte quelle cerniere, facendo saltare tutti i tipi di fibbie, cinture, e legacci. Poi, nudo e sanguinante per lo sforzo, chiuse gli occhi e si concentrò.

La sua ansia era così intensa che quasi fallì, soprattutto quando sentì le grida provenire al di fuori della sua porta, la telecamere di sicurezza avevano segnalato i suoi movimenti con alacrità e precisione.

La convinzione che questa fosse la sua unica e sola occasione gli diede la forza per tirare fuori un'altra briciola di energia dalla sua essenza più profonda.

Appena prima di librarsi nell'aria, s'Ex irruppe attraverso la porta, e tutti chiusero gli occhi per una frazione di secondo.

Poi salì su e fuori attraverso il condotto dell'aria.

Puf!

Scivolò attraverso la conduttura andando controcorrente, sicuro che il flusso d'aria l'avrebbe portato alle grandi porte esterne. Aveva ragione. Attimi dopo, schizzò fuori nella notte, salì in alto superando i precedenti confini, così scioccato di essere riuscito a fuggire che quasi riassunse la forma fisica e cadde sul tetto del palazzo.

Una rapida concentrazione del suo ingegno ed era riuscito a scappare, senza una direzione, alcun piano, niente rifornimenti, né soldi.

Ma la libertà non aveva prezzo... e che infine l'avrebbe portato a incrociare la propria strada con quella di un vampiro che avrebbe cambiato la direzione della sua vita -


*    *    *


«Trez? Amico?»

Trez si risvegliò dal suo sonno come era uscito da quella conduttura, e per un frazione di secondo, non ebbe una cazzo d'idea di dove si trovasse.

Un istante dopo, però, un paio di occhi color ametista direttamente davanti al suo volto riportarono tutto alla mente: il centro di addestramento, Selena, il presente, non il passato.

«Selena-»

Rehvenge alzò una mano. «Ehi, rilassati. Hanno quasi terminato di lavarla.»

«Le stanno facendo il bagno...» Trez si strofinò il volto e si guardò intorno, e notò un' intera parete di cemento.

Cristo, era così esausto che era crollato nel corridoio fuori dalla sala visite nei quattro virgola due secondi che gli ci erano voluti per piazzare il culo a terra e prendere un respiro profondo.

Rehvenge grugnì mentre si appoggiava al bastone per abbassarsi sul duro pavimento di cemento. Allungando le gambe, raccolse la pelliccia di visone che lo copriva fino ai piedi intorno alle cosce, anche se la temperatura non era più bassa di venti gradi.

«La mia Ehlena mi ha chiamato.» Rehv diede a Trez un'occhiata veloce e, dalla sua espressione tesa, non gli piacque quello che vedeva. «Sarei arrivato qui prima, ma avevo da fare su a nord.»

«Come stanno i tuoi coloni? Ancora psicopatici?»

«Tu come stai?»

«Alla grande, Vostra Maestà.»

«Non cercare di fottermi, va bene?»

«Mi dispiace.» Trez lasciò ricadere la testa contro il muro freddo. «Non sono al mio meglio.»

Rehv diede uno sguardo alla porta chiusa della sala visite. «Dov'è iAm?»

«Nello spogliatoio. Credo che sia andato a farsi una doccia.»

«Sapevo che sarebbe stato quaggiù con te.»

«Già.»

Ci fu un attimo di silenzio. Poi Rehv esclamò: «Da quanto tempo ci conosciamo?».

«Un milione di anni.»

Il mangiatore di peccati rise forte. «Sembrano tanti sul serio.»

«Già.»

«Allora perché non me ne hai parlato?»

«A proposito di...?» Quando Rehv inarcò un sopracciglio, Trez si lasciò sfuggire un respiro spezzato. Naturalmente l'amico voleva sapere di Selena e del legame che si era creato. «Guarda, non volevo saperne niente di quel che provo per lei. Volevo solo... merda, sai come mi comportavo con le puttane. Cosa cavolo avrei da offrire a qualcuno come un'Eletta? Ma ora succede questo. E che cazzo, tutto quel tempo sprecato. Non che saremmo stati insieme necessariamente, ma... forse avrei potuto aiutarla. Oppure...»

Anche se, stando a quello che l'altra Eletta aveva detto, sembrava che la malattia o il disturbo, o qualunque cazzo di cosa fosse, avrebbe seguito il suo corso indipendentemente da tutto ciò che ognuno di loro avesse fatto.

«Ho avuto qualche esperienza di questo tipo» mormorò Rehv. «Quando ho conosciuto Ehlena, lei non sapeva che ero un mezzo mangiatore di peccati, tanto meno l'erede al trono dei symphath. Di sicuro non avevo alcuna fretta di parlarle di quella merda, ma non era che potessi nascondere i segni sulle braccia, o i miei impulsi, oppure chi io fossi. Ero un magnaccia, facevo lo stesso lavoro che adesso fai tu. Non esattamente una bella notizia da portare a casa della piccola femmina. Ho combattuto finché ho potuto, e quando la verità è saltata fuori... Sapevo che mi avrebbe lasciato. Ne ero sicuro. Per un po' è stata lontana e non potevo fare a meno di amarla comunque. E come è andata a finire? Ha funzionato.»

Trez avrebbe voluto trarne un po' d'ispirazione. «Selena sta per morire.»

«Forse. Forse no. Senti, io non sono fan della mia sottospecie, ma abbiamo parecchie competenze in diversi campi su a nord. Fammi vedere se riesco a trovare qualcosa.»

Trez voltò la testa e fissò l'amico. «Non devi-»

«Smettila.»

Trez dovette distogliere lo sguardo. «Non farmi piangere. Odio sentirmi come una femminuccia.»

«Tu faresti lo stesso per me.»

«Mi hai già salvato una volta.»

«Preferisco pensare ci siamo salvati a vicenda.»

Trez pensò alla notte in cui si conobbero. Il come e il dove, in quello chalet sulla montagna, che era stato il primo edificio in cui Trez si era imbattuto quando finalmente aveva ripreso forma fisica... era anche lo stesso chalet dove Rehv doveva compiere il proprio dovere con l'orrenda Principessa symphath che lo ricattava.

Trez vi si era appena rifugiato quando Rehv era arrivato e aveva scopato la puttana in piedi un paio di volte. Una volta terminato, lei lo aveva ha lasciato distrutto sul pavimento, il veleno che impregnava la pelle di quella stronza aveva messo al tappeto Rehvenge.

Occuparsi del ragazzo gli era venuto naturale.

E in cambio? Lui e il bastardo dagli occhi viola erano diventati come fratelli. Al punto che, quando iAm uscito dal Territorio, loro tre erano andati a vivere insieme, la lealtà di Trez e la gratitudine vincolavano lui e suo fratello al mangiatore di peccati.

Se c'era una cosa che sapeva su Rehvenge dopo tutti questi anni, era che lui era un maschio di valore. A dispetto di essere un magnaccia e proprietario di un club, un degenerato e un reprobo, uno dal cuore malvagio, un sadico figlio di puttana... lui era, e sarebbe sempre stato, uno dei più bei maschi che Trez avesse mai conosciuto.

«Allora io vado» esclamò Rehv.

Con un nuovo grugnito, il maschio si alzò in piedi e, quando fu in verticale con la pelliccia visone che sfiorava il pavimento grezzo del centro di addestramento, si schiarì la gola e non ha guardò Trez. Non fu una sorpresa, né una novità. Neanche Trez se la cavava bene con le emozioni intense.

«Grazie» disse brusco Trez.

«Risparmiati la gratitudine per dopo se riuscirò a portarti qualcosa che ne valga la pena.»

«Non sto parlando di questo.»

Rehv si chinò, offrendogli la mano con cui brandiva il pugnale. «Tutto ciò che ho è tuo.»

Trez dovette battere le palpebre più volte. Poi si passò la mano sugli occhi. «La tua amicizia è tutto ciò di cui ho bisogno, amico mio. Perché non ha prezzo, cazzo.»



*    *    *



Quando iAm uscì dallo spogliatoio maschile, si diede una veloce occhiata per assicurarsi che i bottoni della camicia fossero allacciati correttamente. La doccia era durata solo cinque minuti, al massimo, ma l'acqua era ghiacciata, e adesso gli sembrava di avere maggiore lucidità.

Difficile dirlo con il cervello che gli friggeva in quel modo.

Si fermò e, quando alzò gli occhi, vide Trez e Rehv che si stringevano la mano. Per qualche ragione, quel momento di tranquillità tra i maschi lo portò di nuovo alla notte in cui Trez era fuggito.

Così strani i percorsi che la vita incrociava quando meno te lo aspettavi.

Rehv sollevò lo sguardo non appena le mani si separarono. «Ehi, iAm.»

«Ehi, amico.»

Come se si trovassero a una specie di funerale, i due si incontrarono a metà strada e si scambiarono un abbraccio maschile con pacche sulle schiene scosse dalle troppe emozioni nell'aria. Un attimo dopo, Rehv se ne andò senza voltarsi indietro, a grandi passi giù in ufficio, il visone che fluttuava dietro di lui, il bastone rosso che batteva con forza sul pavimento per mantenere l'equilibrio.

«Sono contento che sia venuto» disse iAm, guardando la porta chiusa della stanza visite. Immaginò che si stessero ancora occupando della pulizia di Selena.

Che cazzo di notte. Giorno. Qualunque cosa fosse.

«Già.»

iAm controllò l'orologio. Bene, cavolo. Erano le 20:00. Il tramonto era passato da un pezzo. Stavano lì da, tipo, più di dodici ore di fila.

«Allora, hai intenzione di dirmi cosa ti gira per la testa?»

iAm lasciò cadere il braccio e guardò suo fratello. «Di cosa stai parlando?»

«Andiamo, amico.» Trez imprecò in tono esausto. «Credi che non riesca a leggere dentro di te come un libro aperto? Sul serio?»

iAm fece avanti e indietro un paio di metri. Tornò. Ricominciò daccapo.

«Un'altra bella notizia, eh?» mormorò Trez.

«Già.»

«Sputa il rospo. Almeno uno di noi si sentirà meglio.»

«Ne dubito.»

«Questo schifo come può peggiorare?»

«La regina ha partorito.»

«E?»

«Non è lei.»

Trez chiuse gli occhi e parve infossarsi nella sua stessa pelle. «Incredibile tempistica.»

«È il motivo per cui s'Ex ti cercava. Ha chiamato me quando non hai risposto e, già, eccoti qui.»

Trez esalò. «Sai qual è la mia fantasia? Non è porno. È una buona notizia. Per una volta nella mia fottuta vita, mi piacerebbe avere una buona notizia.»

«Sono in lutto.» Quando Trez si limitò a scuotere la testa, iAm si sentì precipitare di nuovo all'inferno. «Abbiamo una settimana, e poi...»

«E poi rivorranno indietro il loro dildo vivente che respira, eh?»

Quando Trez fissò lo sguardo sulla porta chiusa della sala visite, sembrò invecchiare di colpo davanti agli occhi di iAm, la pelle del viso sembrava sciogliersi dalla struttura ossea al di sotto, gli angoli degli occhi scivolavano verso il basso, la bocca cadente.

«Trez-»

«Di' a s'Ex che voglio incontrarlo. Ma non ora. Non posso andarmene adesso perché...»

«Non stai davvero pensando di tornare indietro, vero?»

Lo sguardo di Trez non abbandonò la porta chiusa.
«Trez. Rispondimi. Non stai pensando di tornare indietro.»

Quando il silenziò si estese, iAm si lasciò scappare un'imprecazione. «Trez? Ci sei?»

«Devo incontrare s'Ex. Ma dovrà accadere dopo...» Trez si schiarì la gola. «Già. Dopo.»

iAm annuì, perché cos'altro poteva fare? Non si poteva biasimare il ragazzo per questo tipo di priorità.

Purtroppo, la s'Hisbe non sarebbe stata così comprensiva. Ma era qui che iAm entrava in scena. Non avrebbe permesso a nessuno di imporsi su suo fratello mentre quella merda di situazione con Selena era ancora in corso.

Non gli importava quello che avrebbe dovuto fare: Trez sarebbe stato libero di prendersi cura della sua femmina.


Fanculo la Regina.