martedì 2 giugno 2015

Capitolo 9 di THE SHADOWS di J.R. Ward



Capitolo 9


iAm rientrò alla grande magione di pietra della Confraternita appena prima dell'alba, corse su per i gradini verso l'entrata simile a quella di una cattedrale, e si fece strada nel vestibolo. Seguendo il protocollo, volse la faccia nell'occhio della telecamera di sicurezza e attese.

Un attimo dopo, la porta interna si aprì e una vispa vecchia gatta gli diede il benvenuto - insieme agli intensi aromi di un Ultimo Pasto ben cotto.

«Buona sera, Padrone» esclamò Fritz, il maggiordomo, con un inchino. «Come state?»

«Ehi, ascolta, per caso hai visto il mio fratello? Lo sto cercando da -»

«Sì, lui è tornato.»

iAm quasi imprecò per il sollievo. «È fantastico. Semplicemente fantastico.»

Almeno il povero bastardo era in casa al sicuro e in un ambiente protetto. Ma, Cristo, Trez avrebbe potuto almeno rispondere a un suo messaggio informandolo che era vivo. Quanti volte quel suo cellulare non aveva dato risposta-

Alla sua sinistra, un'ombra si mosse fulminea e fece un balzo dal pavimento a mosaico, lanciandosi come un missile contro di lui.

iAm afferrò Maledetto Gatto, anche noto come Boo, tra le braccia. Aveva sempre disprezzato quell'animale - specialmente negli ultimi tempi, visto che il sacco di pulci aveva iniziato a dormire con lui durante il giorno. Tutto quelle coccole. Le fusa.

La cosa peggiore? Lui cominciava ad abituarsi alla tortura.

«... clinica.»

«Scusami?» iAm grattò il gola di Boo, che roteò gli occhi all'indietro. «Non ho sentito una parola di quello che hai appena ha detto.»

«Le mie scuse.» Il maggiordomo s'inchinò ancora una volta, anche se non era colpa sua. «L'Eletta Selena si è ammalata ed è stata portata in clinica. Trez è con lei mentre viene sottoposta a cure - Credo che anche il Primale e Cormia siano laggiù. Mi dispiace doverlo dire, ma le sue condizioni appaiono molto gravi.»

«Dannazione...» iAm chiuse gli occhi e lasciò cadere la testa all'indietro. Stavano aspettando l'inevitabile mossa successiva, ma avrebbe dovuto riguardare la s'Hisbe. Non l'Eletta da cui suo fratello era così attratto. «Cosa c'è che non va in lei?»

«Non credo che una diagnosi sia stata accertata.»

Merda. «Okay, grazie, amico. Io devo andare-»

L'Eletta Layla apparve nell'arco della porta della sala da biliardo, Qhuinn e Blay alle sue spalle. «Perdonami, ma ho appena sentito parlare di Selena?»

Lasciando che il maggiordomo rispondesse a quella domanda, iAm si diresse verso la porta nascosta sotto la scalinata principale - e non fu sorpreso quando gli altri la scesero in fretta dietro di lui.

Proprio mentre digitava il codice per aprire i pannelli sigillati, un cellulare cominciò a squillare.

«È di nuovo il tuo?» chiese Qhuinn.

Layla silenziò la suoneria. «È solo qualche umano che sbaglia a digitare.»

«Vuoi che V blocchi il numero?»

«Oh, non c'è motivo di infastidirlo per questo.»

«Avanti, dai a me, e vedrò cosa-»

Layla lasciò scivolare il telefono tra le pieghe della sua veste. «Non chiameranno di nuovo. Andiamo.»

Dopo un tenue biiiiip, iAm aprì le porte e discesero lungo la scala bassa fino a una seconda porta chiusa. Dall'altra parte c'era il tunnel sotterraneo che correva dalla magione fino al centro di addestramento, e ancora oltre fino alla Tana, dove V e Butch vivevano con le loro compagne.

Ad ogni passo lungo il corridoio rivestito di cemento dal soffitto basso, le spalle di iAm si irrigidivano, i muscoli lungo la spina dorsale si indurirono talmente tanto che il dolore si riverberò fino alle tempie.

Quando emersero in ufficio, Tohr alzò gli occhi dal computer. «È una convention qui stasera.»

«Selena sta male» mormorò Qhuinn.

Il Fratello si alzò in piedi. «Cosa? L'ho vista appena un'ora fa. Si stava recando a nutrire Luchas e...»

E fu così che cinque paia di scarpe e anfibi percorsero il corridoio.

Il centro di addestramento era un'enorme struttura sotterranea che comprendeva ogni cosa a partire da una piscina olimpionica, un poligono di tiro, una sala pesi, gli appartamenti del personal trainer, e una palestra completa, alle camere per le attrezzature e un complesso di aule che erano state utilizzate per l'insegnamento dei tirocinanti prima degli attacchi. C'erano anche ampie strutture mediche, con sale operatorie e terapie intensive - che era dove si stavano dirigendo così di corsa.

Il fatto che delle persone fossero raggruppate intorno alla porta chiusa della sala visite non era un buon segno: Phury, Cormia, Rhage e Vishous erano in modalità attesa ansiosa, camminavano avanti e indietro, fissavano il pavimento, si dimenavano.

«Oh, grazie a Dio» esclamò Phury quando vide iAm. «Trez sarà contento di averti qui. Stavamo cercando di contattarti senza riuscirci.»

Probabilmente perché il suo telefono si era spento - ma lo aveva ignorato da quando aveva lasciato l'appartamento e per andare in cerca di Trez allo shAdoWs.

«La stanno sottoponendo ai raggi X» disse V. «Ecco perché siamo qui. Trez non vuole lasciarla.»

Layla aggrottò la fronte. «Perché le stanno facendo una radiografia? Si è rotta un-»

Cormia andò verso l'altra Eletta e prese le mani di Layla tra le sue. Uno scambio di parole dolci e poi Layla sussultò sbandando pericolosamente. Quando Qhuinn la sostenne, iAm decise che, qualunque cosa fosse, doveva entrare là dentro.

«Non intendo aspettare» disse, mettendo il gatto a terra e spinse la larga porta.

In un primo momento, non riusciva a capire cosa stava guardando. Mentre il pesante pannello si chiudeva alle sue spalle silenziosamente, si concentrò su quelle che sembravano le gambe di un tavolo sul ripiano medico. Solo che... era Selena. I suoi polpacci e le cosce esili erano piegati, separati in modo anomalo e irrigiditi in un'angolazione scorretta, come se fosse soffrisse molto, e non era stata colpita solo la parte inferiore del corpo. La posizione della testa era tutta sbagliata, le braccia ritorte contro il petto, anche le dita strette come fossero artigli.

Sembrava come se fosse nel mezzo di una specie di attacco epilettico.

La dottoressa Jane stava posizionando un grosso macchinario sopra la spalla di Selena, e la sua infermiera, Ehlena, la seguiva da dietro in modo che i vari cavi non si aggrovigliassero. Trez era vicino alla testa di Selena, le accarezzava i capelli neri con mani tremanti.

Non alzò nemmeno lo sguardo. Non sembrava si fosse accorto che qualcun altro era entrato nella stanza. Non respirava nemmeno.

«Okay, Ehlena, la piastra?» Il medico accettò qualcosa che aveva le dimensioni di un pezzo di carta in formato A4, ma dello spessore di un dito. A un'estremità di esso erano collegati dei fili che lo connettevano a un computer portatile appoggiato su un tavolo mobile. «Sto cercando di spostare il gomito qui.»

La piastra venne fatta scorrere sotto l'articolazione, poi la dottoressa Jane guardò Trez. «Vuoi restare anche adesso?»

Lui annuì e si allungò, facendo il proprio dovere. «Stavolta non mi muovo da qui.»

«Questi sono raggi X digitali, così basta farlo solo una volta, va bene?» Il dottore diede al braccio di Trez una rapida stretta. «Noi andiamo dietro il tramezzo ora.»

La dottoressa Jane alzò gli occhi e sobbalzò lievemente come se anche lei, così intenta nel curare la sua paziente, non si fosse accorta della sua presenza. «Oh, iAm, bene - ma ascolta, dovresti uscire mentre noi-»

«Non mi muovo da qui.»

«Io non posso...» Trez lanciò una bestemmia. «Non riesco a fermarmi.»

Senza dire una parola, iAm attraversò il pavimento piastrellato e mise la mano su quella del fratello, fermando il tremore. «Lascia che ti aiuti.»

Trez non sobbalzò. Non si mosse. Ma i suoi occhi si spostarono e, oh, Dio, quegli occhi... erano due pozze nere di tristezza.

E fu allora che iAm capì che quel che stava accadendo non era male, ma MALE.

Il maschio non era terrorizzato.

Era già in lutto.


*    *    *


Trez non fu subito sicuro di chi fosse il suo salvatore. Non riconobbe la mano che si era unita alla sua, anche se sembrava ci somigliava un sacco. Non sentì il nuovo profumo nella stanza. Non lo fece fino a quando alzò gli occhi e vide...

iAm, naturalmente.

Come se potesse essere qualcun altro.

L'immagine del fratello si fece sfocata. «iAm, lei è...»
Non riusciva a pronunciare le parole. Le sue sinapsi si erano letteralmente appiattite come se avesse avuto un ictus o una roba simile.

«Teniamo la piastra» disse iAm. «Insieme.»

«Dovresti essere dietro quella cosa piombata.»

«No.»

Trez non fu sorpreso quando iAm oppose resistenza, e lui mimò con le labbra un ringraziamento, perché non pensava che la sua voce funzionasse meglio del suo cervello o della mano.

«Restate quanto più immobili è possibile» esclamò la dottoressa Jane. Poi ci fu un breve ronzio del macchinario e la dottoressa Jane ed Ehlena tornarono al tavolo.

Fu iAm a consegnare la piastra - ed era una buona cosa, perché Trez l'avrebbe lasciata cadere. Fottute mani, tutto il suo corpo stava tremando.

«Grazie» disse la dottoressa Jane. «Penso che per adesso abbiamo abbastanza. Vuoi far entrare gli altri?»
Trez scosse la testa. «Posso stare un momento da solo con lei?»

«Dobbiamo restare dentro per guardare le lastre.»

«Oh, già, lo so. Volevo solo...» Lui guardò verso la porta, e sapeva quali persone avevano lo stesso diritto di trovarsi lì quanto lui. In realtà, ne avevano di più.

«Trez» lo chiamò gentilmente la dottoressa Jane. «In qualunque modo tu voglia, è così che faremo.»

Ma Selena cosa voleva? si chiese lui, e non per la prima volta.

«Guarda» sussurrò la dottoressa Jane, «non sembra esserci nessuna emergenza impellente per ora. Gli altri potranno venire più tardi - e se le sue condizioni cambiassero? Faremo scelte diverse a seconda del punto in cui siamo.»

«Okay.» Fece un cenno della testa verso suo fratello. «Ma iAm, voglio che lui rimanga.»

Suo fratello annuì e prese una sedia - ma non per se stesso, come si evinse. La spinse dietro alle ginocchia di Trez, e grazie alle giunture funzionanti che erano quel che erano, ci fu un totale e veloce crollo verticale. 

Mentre il suo culo colpiva il sedile, lui pensò che, già, in effetti si sentiva un po' stordito. Probabilmente era una buona idea quella di sedersi.

Senza alcuna parola, iAm si stravaccò sul pavimento accanto a lui, ed era incredibile come la sola presenza del maschio nella stanza lo avesse calmato.

Trez si concentrò di nuovo su Selena. Non si era ancora mossa dalla posizione in cui l'aveva trovata, e tutte quelle angolazioni sporgenti erano un completo incubo.

In realtà, l'intera cosa sembrava così... devastante.

Da quanto Cormia aveva detto, l'Arresto era una malattia che colpiva una piccola minoranza di femmine Elette. In tutta la storia, c'era stata solo una dozzina, forse meno, che ne aveva sofferto - il che significava la possibilità statistica di essere colpita dal disturbo era davvero minima.

Sfortunatamente, quella condizione era stata uniformemente fatale.

Dannazione, non voleva che nessuna delle queste donne si ammalasse, ma perché proprio lei?

Di tutte loro, nell'intera storia della Razza, perché Selena deve essere una di quelle a cui la vita veniva interrotta bruscamente?

Ed era un modo orribile di morire. Congelata nel proprio corpo, incapace di comunicare, intrappolata in una prigione in dissolvenza fino a quando tutto diventava buio e lei...

Chiuse gli occhi.

Merda, e se lei non lo avesse voluto lì? Si era legato, sì - e tutti gli altri lo trattavano con il rispetto che un maschio legato avrebbe avuto in questa situazione, anche quando si chiedevano come fosse successo senza che lo sapessero.

Il problema era che lui e Selena non erano una coppia. Né avevano una relazione. Non uscivano neanche insieme.
Diavolo, non avevano trascorso nemmeno due minuti insieme per mesi-

«Trez?»

Con uno scatto, spalancò le palpebre. La dottoressa Jane era di fronte a lui, i suoi occhi verde foresta attenti e gravi. «Ho guardato la lastra ai raggi X.»

Lui si schiarì la gola. «Forse gli altri vorrebbero essere qui per sentire?»

Merda, avrebbe dovuto farsi da parte in modo che Cormia o qualcuno potesse tenerle la mano? Sarebbe stato meglio? Il suo corpo l'avrebbe detestato, lo stesso la sua anima. Ma questo non riguardava lui.

Entrarono un sacco di persone, più di quante ce n'erano prima, e lui annuì a Tohr, Qhuinn e Blay - ed era contento che Layla fosse lì, insieme a Cormia e Phury. Costringendosi ad alzarsi in piedi, provò a fare un passo indietro, ma il Primale si avvicinò e lo fece accomodare di nuovo su quella sedia.

«Tu resta dove sei» disse Phury, stringendogli la spalla. «È proprio qui che dovresti essere.»

Trez emise una specie di rantolo. Era il meglio che potesse fare.

La dottoressa Jane si schiarì la gola. «Non ho mai visto niente di simile.» Lei cliccò sul computer e apparve qualcosa sul grande schermo alla scrivania. «È come se le articolazioni si fossero trasformate in ossa solide.»

L'immagine in bianco e nero rappresentava quello che sembrava essere il ginocchio di Selena e la dottoressa Jane indicò diverse aree con la testa di una penna d'argento.

«In un'immagine ai raggi X, le ossa vengono registrate in bianco e grigio chiaro, considerando che il tessuto connettivo come legamenti e tendini non offrono questo tipo di contrasto. Qui» - lei disegnò un cerchio intorno alla giuntura - «dovrebbero esserci delle macchie scure tra la capsula e la cavità. Invece c'è solo... osso solido. Lo stesso vale per le articolazioni dei piedi, del gomito, del...»

Più immagini balenavano su quello schermo, una dopo l'altra, e tutto ciò che lui riusciva fare era scuotere la testa. Era come se qualcuno avesse versato del cemento in tutte le giunture.

«Ciò che è particolarmente preoccupante è questo.» Una nuova immagine divenne visibile. «Questo è il suo braccio. A differenza delle altre articolazioni, la crescita ossea si propaga invadendo la muscolatura. Se dovesse continuare, il suo intero corpo-»

«Pietra» sussurrò Trez.

Oh, Dio, quelle statue di marmo nel posto in cui l'aveva trovata.

Quello non era un cortile - era un cimitero. Pieno di femmine che avevano sofferto ed erano morte a causa di quella malattia.

«L'unica cosa di cui sono a conoscenza, e che è lontanamente simile a questo, è una malattia umana chiamata fibrodisplasia ossificante progressiva. Si tratta di una rarissima condizione genetica che causa la formazione di ossa in cui ci sono muscoli, tendini, e legamenti, e risulta, nel tempo, in una limitazione dei movimenti - fino al punto in cui i pazienti devono scegliere la posizione in cui vogliono essere bloccati. La crescita ossea avviene sporadicamente e può essere attivata da un trauma o da alcuni virus, oppure può essere spontanea. Non esistono cure per questa malattia, e la rimozione chirurgica della crescita innesca solo ulteriori genesi. Ciò che si sta verificando in Selena è una cosa simile - solo che sembra si siano riscontrati in tutto il corpo tutte insieme.»

Trez si voltò verso le due Elette in salute presenti nella camera. «È mai stata trovata una cura? In un qualsiasi momento nel passato, qualcuno ha trovato un modo per fermarlo?»

Layla guardò Cormia e la seconda intervenne. «Abbiamo pregato... che era tutto quello che potevamo fare. Eppure la malattia colpiva ancora.»

«Quindi questo è... una specie di episodio?» chiese la dottoressa Jane. «Non è il capolinea?»

«Non so quanti di questi attacchi abbia avuto.» Cormia si asciugò una lacrima dalla guancia. «Di solito avvengono per un certo periodo prima che le colpisca l'attacco finale da cui non recupereranno più.»

La dottoressa Jane aggrottò la fronte. «Quindi il corpo si sblocca? Come?»

«Non lo so.»

Trez si rivolse all'Eletta. «Una di voi aveva idea che fosse malata?»

«Nessuna delle due.» Cormia si appoggiò al suo hellren come se avesse bisogno del suo sostegno. «Ma considerando la condizione che lei si trova ora... credo che lei si stia avviando alla fine della malattia. Da quello che ho compreso i primi episodi colpiscono solo singole parti. In lei, invece, è diffuso in tutto il corpo.»

Trez espirò, e tutta la sua forza uscì dalla bocca. L'unica cosa che gli impediva di crollare era la possibilità che Selena potesse essere consapevole di ciò che stava accadendo - e voleva apparire forte per lei.

La dottoressa Jane appoggiò il fianco contro la sua scrivania e incrociò le braccia. «Non riesco a immaginare come le articolazioni siano in grado di recuperare da questo stato.»

Cormia scosse la testa. «Gli attacchi, quei pochi che ho visto, vengono di tanto in tanto e sono veloci... Non so cosa accade. Ore, oppure una notte dopo l'attacco, cominciano a muoversi di nuovo. Dopo un periodo di tempo, ritrovano la mobilità, ma poi vengono sempre colpite di nuovo. Sempre.»

«Anche loro scelgono una posizione» disse piano Layla mentre anche lei, si asciugava le lacrime. «Come gli esseri umani di cui parlavi, le nostre sorelle hanno sempre scelto - ci dicevano come volevano essere posizionate e noi ce ne accertavamo...»

Furono dette molte altre cose. Vennero poste domande. Spiegazioni date al meglio delle capacità delle persone. Ma lui aveva smesso di seguirle.

Come un treno che acquista velocità, la sua mente, le sue emozioni, il suo senso di totale impotenza e tutti i suoi rimpianti iniziarono ad agitarsi lungo un percorso definito, acquisendo sveltezza e intensità.

Odiava che i suoi capelli fossero un disastro e lui non riuscisse a sistemarli.

Odiava che ci fossero macchie d'erba sulla sua veste, macchie verde brillante dove le ginocchia avevano colpito il suolo.

Odiava che le sue scarpe fossero cadute.

Odiava che lui non potesse fare un cazzo di niente per salvarla.

Odiava il fardello che continuava a portarsi dietro con la s'Hisbe e tutto ciò che aveva fatto con il suo corpo - perché forse se i suoi genitori non lo avessero venduto alla Regina, non si sarebbe scopato tutte quelle umane, e forse adesso sarebbe stato anche un po' degno di lei. E poi non avrebbe sprecato tutti quei mesi. E forse avrebbe potuto vedere qualcosa, oppure fare qualcosa, o-

Come la conversazione intorno a lui, i pensieri continuarono a farsi strada nel suo cervello, ma non riusciva a seguirli più di quanto non potesse sapere cosa diamine stava succedendo nella sala visite. Un violento ruggito violento lo sopraffece, lo attraversò con la forza di uno tsunami, spazzando via tutto tranne una rabbia che non poteva essere contenuta.

Trez non era conscio di essere in movimento. Il minuto prima teneva con cautela la mano di Selena nella propria; quello successivo era alla porta della sala visite - l'attraversò con un balzo, il suo corpo esplose in avanti, più slancio che coordinazione.

Correre, correre... dai sobbalzi che scuotevano il suo campo visivo e le pareti di passaggio del corridoio di cemento, lui stava correndo...

E c'era un sacco di rumore. Il corridoio vuoto rimbombava di qualche immenso rumore, come l'ingranaggio di una grande macchina che si era bloccata o che sminuzzava -

Qualcosa lo placcò da dietro prima di raggiungere l'uscita nel garage, una presa ferrea gli si strinse attorno.

iAm.

Naturalmente.

«Lasciala» fu il grido al suo orecchio. «Lasciala... andiamo, ora. Mollala-»

Trez scosse la testa.

«Cosa...?»

«Lascia la pistola, Trez.» La voce di iAm s'incrinò. «Ho bisogno che tu abbassi la pistola.»

Trez si paralizzò completamente ad eccezione del suo respiro ansante, e provò a dare un senso a ciò che suo fratello stava dicendo.

«Oh, Gesù, Trez, per favore...»

Scuotendo la testa, Trez... a poco a poco si accorse che c'era, infatti, una calibro 40 di qualcuno nella sua mano destra. Probabilmente era la sua. Ne portava sempre una nel club.

E sai cosa? La canna era contro la sua tempia - e a differenza di prima con quelle piastre per i raggi X, la sua mano non tremava affatto.

«Mollala per me, Trez.» Con il dito sul grilletto così nella posizione in cui era, suo fratello, ovviamente, non aveva il coraggio di provare a prendere il controllo dell'arma per il timore di far partire accidentalmente un colpo. «Devi mettere giù la pistola.»

In quel momento, tutto diventò chiaro: lui che schizzava in piedi, veloce come un fulmine, correva fuori dalla sala visite e nel corridoio. Correva verso il garage mentre stringeva nel palmo la sua arma. Intenzionato a farsi saltare le cervella non appena fosse uscito dal centro di addestramento.

Aveva avuto l'idea che forse, se in realtà esisteva un Fado, lui e Selena si sarebbero potuti incontrare dall'Altra Parte e stare insieme in un modo in cui non avrebbero potuto sulla Terra.

«Trez, lei è ancora viva. Non farle questo. Vuoi suicidarti? Aspetta fino a quando il suo cuore smette di battere, ma non prima di quello. Non un cazzo di momento prima.»

Trez si figurò Selena di nuovo su quel ripiano, e pensò, Merda...

iAm, come sempre, aveva ragione.

Il tremore ritornò nell'istante in cui cominciava ad abbassare il braccio, e si mosse lentamente per paura che qualche spasmo facesse esplodere la calibro 40. Ma non doveva preoccuparsi di questo. Non appena quella canna fu fuori portata della sua materia grigia, subentrò suo fratello, lo disarmò veloce come un soffio e inserì la sicura all'arma.

Trez se ne stava lì intontito mentre iAm gli dava dei colpetti in cerca di armi e ne rimosse un paio, e poi permise a se stesso di essere condotto di nuovo in quella sala visite mentre il gruppo di persone in piedi era ancora scioccato e vicino alla porta.

Non prima che lei se ne sia andata, disse a se stesso. Non mentre era ancora qui.

Purtroppo, temeva che non ci sarebbe voluto poi tanto tempo.


lunedì 1 giugno 2015

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mercoledì 27 maggio 2015

Capitolo 8 di THE SHADOWS di J.R. Ward



Capitolo 8



Quando l'incombere minaccioso dell'alba si mostrò a Oriente, Xcor, capo della Banda dei Bastardi, riprese forma davanti a una modesta struttura coloniale. La casa, che lui e i suoi soldati avevano usato come covo per quasi un anno, si trovava in fondo a un noioso vicolo cieco in un quartiere pieno di esseri umani appartenenti al ceto medio a metà strada del loro viaggio verso la tomba. Throe si era assicurato l'affitto con l'opzione di acquisto sulla teoria del nascondersi in piena vista, e la proprietà aveva funzionato in modo soddisfacente.

C'erano luci accese nell'interno, l'illuminazione filtrava attraverso le cuciture delle tende tirate, e lui immaginava quello che i suoi guerrieri stavano facendo all'interno. Appena rientrati da una nottata di combattimenti contro i lesser nei vicoli del centro di Caldwell, si sarebbero tolti gli abiti neri zuppi di sangue e avrebbero tirato fuori le provviste dalla ghiacciaia e dai mobili della cucina. Avrebbero bevuto, anche se non il sangue che li rendeva più forti, e nemmeno l'acqua per reidratarsi, ma piuttosto dell'alcol come balsamo interno per curare le contusioni fresche, i tagli, le abrasioni -

Improvvisamente, la nuca iniziò a formicolare in avvertimento, informandolo, come se il bruciore della pelle esposta delle mani non fosse sufficiente, che gli rimaneva poco tempo prima di mettersi al sicuro in casa.

E non aveva ancora alcun interesse a entrare dentro. Vedere i suoi soldati. Mangiare del cibo prima di ritirarsi al piano superiore in quella nauseante camera letto color lampone.

Gli era stato negato quello per cui aveva contato il passare delle ore, e la delusione era come il suo corpo in risposta all'alba nascente: la pelle gli doleva. I muscoli si contraevano. Gli occhi bruciavano.

La sua dipendenza non era stata soddisfatta.

Questa notte Layla non era venuta.

Con un'imprecazione, tirò fuori il suo cellulare e compose un numero basandosi su uno schema che aveva memorizzato sulla tastiera. Portò il telefono all'orecchio, il battito del suo cuore coprì gli squilli.

Non c'era alcun messaggio personalizzato che deviava le chiamate alla segreteria su quel numero, così dopo sei trilli, un annuncio automatizzato che specificava il numero del cliente chiamato dirottò la connessione. Non lasciò alcun messaggio.

Dirigendosi alla porta, si preparò per un assalto di rumore e caos. I suoi bastardi di sicuro avrebbero cavalcato ondate di adrenalina, il ritorno dell'alto sovraccarico delle loro esistenze ci avrebbe messo un po' a dissiparsi.

Aprì la porta -

Xcor si paralizzò a metà della soglia.

I suoi cinque soldati non stavano, di fatto, parlando l'uno sull'altro mentre facevano circolare bottiglie di alcol insieme a nastro chirurgico e garze per le ferite. Invece, erano seduti sul mobilio a disposizione che era stato dato in affitto insieme alla casa. Non c'era un bicchiere in alcuna mano, e nemmeno i suoni metallici delle pistole mentre venivano ripulite e dei pugnali in fase di riaffilatura.

Erano tutti lì: Zypher, Syphon, Balthazar, Syn... e Throe, l'unico a non essere come loro, ma che era diventato indispensabile.

Nessuno di loro alzò lo sguardo per incontrare i suoi occhi.

No, non era vero.

Throe, il suo secondo in comando, era il solo maschio a fissarlo. Era anche l'unico del gruppo a stare in piedi. Ah, quindi era stato lui a organizzare questo... qualunque cosa fosse.

Xcor chiuse la porta dietro di sé. E tenne le armi addosso.

«Hai qualcosa da dirmi?» chiese, rimanendo vicino alla porta, fissando Throe dritto negli occhi.

Il suo secondo in comando si schiarì la gola, e quando parlò il suo accento non richiamava solo a un ceto superiore, ma al più alto tra gli ordini sociali dei vampiri: quello della glymera.

«Siamo preoccupati per le tue direttive.» Il maschio si guardò attorno. «Di recente.»

«Davvero?»

Throe sembrava aspettarsi qualcos'altro in risposta. Quando non gli uscì niente da bocca, imprecò frustrato.

«Xcor, che fine hanno fatto le tue ambizioni? Il Re ha un unico erede mezzosangue e tu improvvisamente hai dimenticato la nostra missione per il trono? Hai messo da parte i nostri obiettivi come fosse una ciotola ormai vuota del suo contenuto.»

«Combattere la Lessening Society è un compito a tempo pieno.»

«Forse, se tu davvero combattessi.»

«Gli assassini che ho ucciso stasera erano una mia immaginazione, allora?»

«Non fai solo quello durante la notte.»

Xcor scoprì le zanne. «Fa' attenzione a ciò che stai per dire.»

Throe inarcò un sopracciglio in segno di sfida. «Non posso dirlo di fronte a loro?»

Quando sentì gli occhi dei suoi maschi spostarsi su di lui, gli venne voglia di colpire qualcosa. Pensava che nessuno fosse a conoscenza dei suoi incontri con Layla. Chiaramente, aveva fatto male i calcoli.

E se avesse detto a Throe di starsene zitto? Avrebbe potuto anche condannare se stesso a qualcosa di peggio.

«Non ho nulla da nascondere» ringhiò.

«Mi permetto di dissentire. Trascorri troppo del tuo tempo sotto quell'albero di acero, come un innamorato che soffre -»

Xcor si materializzò davanti del maschio con solo qualche centimetro a separare i loro volti. Non toccò Throe, ma il soldato arretrò comunque di un passo.

Il suo secondo in comando non si tirò indietro fino in fondo, però. «Vuoi dire loro di chi si tratta? O devo farlo io?»

«Lei è irrilevante. E le mie ambizioni non sono frenate da nessuno.»

«Provalo.»

«A chi?»

Xcor inclinò la testa sporgendo in fuori la mascella. «A loro? O sei tu ad avere un problema?»

«Dimostra che non ti stai rammollendo.»

In un batter d'occhio, Xcor sguainò il pugnale d'acciaio e lo premette sulla giugulare del maschio. «Qui? Ora?»

Quando Throe sussultò, la punta affilata scalfì la sua carne, un rivolo di sangue rosso vivo scivolò lungo la lucida lama pallida.

«Potrei dimostrarlo su di te» disse cupamente Xcor. «Dovrebbe bastare.»
«Sei distratto» sbottò Throe. «A causa di una femmina. Sei indebolito da lei!»

«E tu sei folle! Ho scelto di non uccidere il Re eletto legittimamente della razza - ed è su questo crimine che cerchi di garantire un ammutinamento tra i miei soldati?»

«C'eri così vicino! Eravamo a un soffio dal trono! Le tessere del domino erano state allineate, la glymera stava per scommettere su di te -»

Xcor premette di nuovo il pugnale, ponendo fine alla filippica. «Questa riunione sleale riguarda la mia ambizione o la tua? Permettimi di chiederti con precisione per quale perdita sei in lutto?»

«Non ci stai guidando più.»

«Domandiamolo a loro.»

Xcor si scostò e cominciò a girare per la stanza, guardando le teste chine dei suoi soldati. «Che cosa ne dite tutti voi? Andate con lui o restate con me?»

Quando un coro di imprecazioni ruppe l'aria tesa, lui si voltò verso Throe. «Perché è questo quello che stai facendo, non è vero? Li poni di fronte a una scelta - o tu o io. Per cui, io dico, non tiriamola per le lunghe e finiamola quanto prima. «Dove volete stare, miei bastardi?»

Ci fu una lunga pausa.

E poi Zypher alzò gli occhi. «Chi è lei?»

«Non è la domanda che ti ho posto.»

«È a questa domanda che vogliamo risposte.»

Xcor sentì montare la rabbia. «Lei non è affar vostro.»

Non esisteva in alcun diavolo di modo che spiegasse ciò che lo legava all'Eletta. Le narici di Zypher si dilatarono mentre prendeva un respiro profondo.

«Gesù... ti sei legato a lei.»

«No.»

«Lo sento anche io» disse qualcuno. «Chi è?»

«Lei è insignificante.»

Throe parlò, forte e chiaro. «Lei è un'Eletta. Che vive con la Confraternita.»

Eeeee con quell'affermazione si scatenò il caos che aveva precedentemente anticipato: la stanza si riempì di voci maschili, che si coprivano l'una con l'altra, frammenti dell'Antico Idioma misti a inglese e parolacce in tedesco.

Nel frattempo, Throe tirò fuori un fazzoletto pulito e premette le tela bianca sulla ferita alla gola. «Non riesco per capire il motivo per cui si veda con te - quale potere hai su di lei? Deve essere una specie di persuasione - soldi? Oppure è un qualche tipo di minaccia?»

Xcor lasciò correre l'insulto, dato che non era proprio vicino alla verità; il maschio aveva colpito nel segno. 

L'unico motivo per cui l'Eletta Layla aveva accettato di vederlo era perché lui conosceva la posizione della magione della Confraternita del pugnale nero, e lei era terrorizzata che lui radesse al suolo la proprietà. C'era stata una notte, quasi un anno prima, in cui aveva seguito la traccia del suo sangue e aveva scoperto per caso quel grande segreto. E Throe aveva ragione - lui aveva sfruttato quella scoperta a proprio beneficio.

Lei gli aveva promesso il suo corpo in cambio del suo mantenersi a distanza dal sito inviolabile.

E sebbene non l'avesse ancora reclamata in un modo carnale, per rispetto della gravidanza, della virtù, e della sua posizione... gli apparteneva.

Alla fine, avrebbe preso quello che era suo e l'avrebbe marchiata come propria -

Merda, si era legato?

Xcor si concentrò di nuovo su Throe e i suoi Bastardi.

«Preoccupiamoci di questo ammutinamento e non dell'immaginazione di qualcuno. Allora, cosa ne dite? Tutti quanti.» Ci fu una lunga pausa. «Ognuno di voi.»

Pensò che, mentre attendeva una risposta, il fatto che Throe fosse in piedi e respirasse ancora era la prova del fatto che Xcor si fosse un po' ammorbidito. Addestrato dal Carnefice, non aveva dimenticato ciò che aveva imparato sui campi di guerra, ma negli ultimi tempi, si era reso conto che la forza bruta e gli spargimenti di sangue erano solo un mezzo per raggiungere un fine - e là ce n'erano altri che potevano essere più efficaci.

Ad esempio, Wrath l'aveva dimostrato con il modo in cui aveva gestito l'assalto finale al suo trono. Quel re e la sua compagna avevano respinto anche il più infallibile attacco contro la sua reggenza - e l'avevano fatto non solo senza perdere una singola vita, ma con una castrazione così completa da strappare via i poteri alla stessa glymera.

E Wrath, come leader ormai scelto dal suo popolo, aveva il potere inattaccabile.

Throe ruppe il silenzio, rivolgendosi ai soldati. «Credo di essere stato chiaro. Sento fortemente che dovremmo riprendere la missione per impadronirci del trono. Abbiamo colpito Wrath una volta - siamo in grado di arrivare a lui nuovo. Potrà anche essere stato eletto democraticamente, ma non può continuare a governare se non respira. E poi abbiamo bisogno di riorganizzare il supporto all'interno della glymera privata dei propri diritti. Coordinando una strategia costituzionale con gli ex membri del Consiglio, possiamo sostenere che Wrath ha abusato dei suoi poteri e -»

«Sei uno stupido» esclamò Xcor tranquillamente.

Throe si voltò scoccandogli un'occhiata ostile. «E tu sei un fallimento!»

Xcor scosse la testa. «Il popolo si è espresso. Hanno scelto di mettere Wrath sul trono che aveva ereditato in precedenza, e non c'è lotta da vincere quando non vi è un solo fronte, ma migliaia. Le leggi tradizionali e le norme culturali sono mantelli fragili di potere e influenza. Eppure la democrazia, quando viene davvero esercitata, è una fortezza di pietra inespugnabile, che non può essere spazzata via, oppure rasa al suolo scavandoci al di sotto. Quello che non ti riesce di capire, comandante in seconda, è che non c'è nulla contro cui combattere - partendo dal presupposto che stai conducendo questo assalto senza alcuna speranza di prevalere.»

Throe strinse gli occhi. «Dimmi una cosa, è stata la tua Eletta a istruirti? Non credo di aver mai sentito nulla di simile uscire dalla tua bocca prima.»

Xcor si costrinse a rimanere tranquillo. Lui e i suoi soldati avevano combattuto insieme molto prima che Throe si unisse alla banda. Ma se quei maschi non fossero riusciti a guardare oltre questa ambizione malata? Allora Throe li avrebbe avuti tutti dalla sua parte.

Xcor non si sarebbe inchinato a nessuno.

Nel silenzio che seguì, Throe lasciò scivolare lo sguardo sui guerrieri che una volta lo avevano evitato perché lo credevano un damerino e ne vedevano la debolezza, ma le cose erano cambiate e avevano imparato a rispettarlo come un soldato nel corso degli ultimi due secoli. «La manipolazione è più efficace quando è condotta da qualcuno di sesso femminile. Non pensi che sia una forma di propaganda? Farlo nutrire proprio da quella che più può sedurre la sua mente, il suo corpo, le suo emozioni? Hai percepito il legame tu stesso. Sappi che l'anima segue il cuore, e il tuo non è più con noi, con i nostri obiettivi, con quello che possiamo realizzare. Non è la forza a guidarti, ma il tipo di debolezza che una volta disprezzavi negli altri. Vedi? Anche adesso te ne stai zitto!»

Xcor si strinse nelle spalle. «Non ci trovo alcun gusto nel pontificare.»

«Hai imparato la definizione di quella parola sei mesi fa?» lo rimbeccò Throe.

«Cosa ne pensa la maggior parte di voi?» Xcor si guardò intorno con un senso di costante noia. «La scelta è vostra, ma sappiate questo: una volta fatta, è come inchiostro la pelle, è indelebile.»

Zypher fu il primo a rimettersi in piedi. «Ho una sola fedeltà.»

Con questo, si avvicinò e sfoderò il pugnale d'acciaio. Si tagliò il palmo aperto, si avvicinò a Xcor e gli prese la mano.

Xcor strinse ciò che gli era stato offerto e si accorse di doversi schiarire la voce. Balthazar fu il successivo, prese lo stesso coltello e si tagliò, aggiungendo il ​​suo sangue - e Syphon si mosse con uguale efficienza, impegnandosi con solerzia.

Syn osservò tutto a palpebre abbassate, rimanendo immobile. Era, come sempre, il jolly del mazzo - ma anche lui si alzò e si avvicinò a Xcor. Prese la lama, si tagliò la mano e strinse, il suo labbro superiore ritratto, come se gli piacesse il dolore.

Xcor accettò il voto dell'ultimo dei suoi soldati e poi guardò Throe. Portando la mano da cui gocciolava il sangue rosso alla bocca, snudò le zanne e sibilò, mordendosi la propria carne per poi leccare e ripulirsi dal sangue mischiato.

«Come se fosse potuto andare diversamente.» Lui sorrise con crudeltà. «Non sei mai stato uno di noi.»

Il bel volto di Throe si contorse in una smorfia. «Mi hai costretto a unirmi a voi. Sei stato tu a farmi questo.»

«Ma ti svincolerai, è corretto? Bene, ti ho lasciato la tua libertà un anno fa. Lascia che l'ambizione guidi il tuo destino se lo desideri, ma una volta uscito da quella porta, non potrai più tornare indietro. Per noi tu sei morto, le tue azioni dipenderanno esclusivamente da te e da nessun altro.»

Throe annuì. «Così sia.»

Il maschio si allontanò a passo di marcia, prese le sue armi e il suo cappotto; poi raggiunse la porta. Voltandosi indietro, si rivolse al gruppo. «È in errore su molti aspetti, soprattutto riguardo al trono. Una guerra con migliaia di fronti? Penso di no. Tutto ciò che bisogna fare è eliminare Wrath. Poi la corona sarà assunta dalla mano più forte - quella del maschio che non appartiene più questo gruppo.»

Il guerriero si chiuse la porta alle spalle con un tonfo.

Xcor strinse i molari, sapendo dannatamente bene che Throe doveva aver predisposto un piano di emergenza prima di fare la sua offerta a tutti loro - o non sarebbe stato così indifferente nel lasciarli solo pochi minuti prima dell'alba.

Throe aveva scommesso e aveva perso - ma solo contro tutti loro. Quale sarebbe stata la sua prossima mossa? Xcor non ne aveva idea.

Wrath avrebbe fatto bene a preoccuparsi.

Ci fu un po' di rumore di sottofondo. Gole che si schiarivano. E poi, naturalmente, arrivarono i commenti.

«Allora» sbottò Zypher. «Hai intenzione di dirci di che colore ha gli occhi?»

«È il minimo che tu possa fare» intervenne Balthazar. «Descrivicela.»

«Un'Eletta?»

«Come è possibile che nell'intero mondo tu -»

All'improvviso, la casa era tornata alla normalità, voci maschili riempivano l'aria, bevande venivano aperte e versate, bende spuntavano fuori per fasciare le mani ferite durante il combattimento.

Xcor tirò un sospiro di sollievo talmente intenso da scioccarlo - ma non si lasciò ingannare. Anche se i suoi soldati si erano schierati dalla sua parte, ora aveva un nuovo nemico contro cui lottare - e Throe, grazie all'addestramento proprio per mano di Xcor, era davvero pericoloso.

Tirando fuori il suo telefono, abbassò lo sguardo... e vide che la sua chiamata non aveva ricevuto risposta.

Per via dell'abbandono di Throe era indispensabile conquistare la sua Eletta - e adesso si preoccupava che forse Throe l'avesse raggiunta per primo e per questo motivo lei non si era presentata.

«Allora?» esclamò Zypher. «Lei come?»

Un silenzio improvviso che sembrava schiantarsi contro il rumore.

E lo scioccò rendersi conto che voleva parlarne con loro. Se l'era tenuto dentro per quanto?

Con parole esitanti, cominciò «Lei è... la luna che rischiara il mio cielo di notte. Ed è il principio, il centro e la fine di tutto. Non c'è altro che debba essere detto, e non parlerò mai più di lei.»

Mentre se ne andava in direzione delle scale, poteva sentire i loro occhi su di lui - e non lo stavano guardando con disprezzo. No, anche se cercavano di nasconderlo, c'era della pietà che aleggiava tra loro - il riconoscimento della bruttezza del suo volto e la natura inconciliabile di una storia d'amore per lui con qualsiasi femmina, ancora meno con una della classe delle Elette.

Si fermò con la mano sulla balaustra. «Domani al tramonto, tutte le provviste e gli averi dovranno essere imballati. Dobbiamo lasciare questa postazione e trovarne un'altra. Questa casa non è più sicura.»

Salendo le scale, sentì l'accettazione dei suoi guerrieri. E sentì anche un pungente senso di gratitudine per aver scelto lui come loro guida.

A dispetto della più evidente intelligenza di Throe, del lignaggio, della condizione sociale... e dell'aspetto.


Seguiamo il deforme, pensò mentre si chiudeva in camera da letto. Anche se aveva perso tanto nel corso dei secoli nella vita, per gentile concessione del suo labbro leporino e della grossolanità, quei soldati al piano di sotto lo stimavano. E lui stimava loro.