domenica 20 aprile 2014

mercoledì 16 aprile 2014

Capitolo 2 di THE KING di J.R.Ward

The King

2

Caldwell, New York

"Lunga vita al Re."

Quando Abalone, figlio di Abalone, disse quelle parole, provo a testare la risposta dei tre maschi che avevano bussato alla sua porta, entrati a passo di marcia in casa fermandosi in biblioteca, e che ora lo fissavano come se gli stessero prendendo le misure per fargli un sudario.

A dire il vero, non ne fu capace. Riuscì a leggere un'unica espressione - quella del guerriero sfigurato dietro tutti gli altri, appoggiato alla carta da parati in seta, gli stivali da combattimento ben piantati nel tappeto persiano.

Gli occhi del maschio erano nascosti da un ventaglio di ciglia spesse, le iride così scure da non poter dire di che colore fossero, se blu, castane o verdi. Il suo corpo era enorme, e anche il resto, era un'audace minaccia, una granata con la spoletta pronta a saltare.  E la sua risposta a tutto quello che era stato detto?

Nessun cambiamento nei lineamenti, quel labbro leporino niente più di un taglio, il cipiglio lo stesso. Nessun segno di emozione.

Ma la mano con cui teneva il pugnale si fletté completamente prima di richiudersi in un pugno.

Chiaramente, l'aristocratico Ichan e l'avvocato Thym, che si era portato dietro questo combattente, aveva mentito. Questa non era una "conversazione riguardo al futuro" - no, una cosa del genere avrebbe presupposto che Abalone aveva una scelta al riguardo.

Era un colpo d'avvertimento mirato al suo lignaggio, una chiamata di tutti a bordo a cui non c'era nessuna risposta.
Eppure le parole gli erano uscite da bocca in quel modo, e non poteva cambiarle.

"Sei sicuro della tua risposta?" chiese Ichan inarcando un sopracciglio.

Ichan era il prototipo della sua educazione e del valore finanziario, raffinato al punto di apparire femmineo a scapito del genere di nascita, vestito con un completo e cravatta e ogni capello a posto. Al suo fianco, Thym, l'avvocato, si presentava allo stesso modo, solo più magro, come se la sua considerevole abilità mentale bruciasse calorie.

E entrambi, come il guerriero, si aspettavano che cambiasse la sua risposta.

Gli occhi di Abalone corsero alla pergamena antica incorniciata e appesa alla parete di fianco alla porta a doppio battente. A quella distanza non riusciva a leggere i caratteri del Vecchio Idioma, ma non aveva bisogno di dare un'occhiata da vicino. Li conosceva tutti uno ad uno, col cuore.

"Non credevo mi fosse stata posta una domanda," disse Abalone.
Con un sorriso falso, Ichan cominciò a passeggiare per la stanza, toccò una ciotola piena di mele rosse in argento sterling, la collezione di orologi da tavolo di Cartier sul tavolino, il busto bronzeo di Napoleone sullo scrittoio vicino alla finestra a nicchia.

"Naturalmente a noi interessa la tua posizione." L'aristocratico si fermò di fronte a un ritratto a china su una mensola. "Questa è tua figlia, suppongo."

Abalone sentì una stretta al petto.

"Sta per debuttare in società, non è vero?" Ichan lanciò un'occhiata oltre la sua spalla. "Sì?"

Abalone voleva allontanare il maschio da quell'immagine.

"Di tutto ciò che considerava "suo", la sua preziosa figlia, l'unica progenie che lui e la sua shellan avevano avuto, era la luna in un cielo notturno, la gioia che riempiva le ore domestiche, la sua bussola per il futuro. E voleva tante cose per lei - anche se non nei termini che intendeva la glymera. No, per lei desiderava quel che lui e la sua mahmen avevano trovato - almeno per quanto riguardava gli anni fino a che la sua femmina era stata chiamata ad andare nel Fado.

Per sua figlia desiderava un amore profondo con un maschio di valore che si sarebbe preso cura di lei.

Se non avesse debuttato in società? Questo non sarebbe mai potuto accadere.

"Perdonami," biascicò Ichan. "Hai risposto e me la sono persa?"

"Lo farà presto, sì."

"Sì." L'aristocratico sorrise di nuovo. "Conosco le tue giuste preoccupazioni. Anch'io come padre, mi metto nei tuoi panni - quando hai delle figlie, vuoi che contraggano buoni matrimoni."

Abalone trattenne il respiro fino a che il maschio non riprese la sua pigra passeggiata nella stanza. "Ti dà sicurezza pensare che esistono delle linee di demarcazione così nette nella nostra società? Gli accoppiamenti correttivi hanno dato origine a un gruppo di individui superiori, e noi siamo obbligati dalla tradizione e dal buonsenso a preservare le nostre unioni come membri della nostra razza. Riesci a immaginare tua figlia sposata con plebeo?"

Quell'ultima parola indugiò, la pronuncia simile a una parolaccia e alla minaccia di una pistola pronta a far fuoco.

"No, non ci riusciresti," rispose Ichan al posto suo.

In verità, Abalone non ne era così sicuro. Se il maschio l'avesse amata abbastanza? Ma non era quello il succo della questione, vero?

Ichan si fermò a guardare le pitture a olio appese di fronte all'immensa collezione di famiglia di prime edizioni allineate sulle mensole. Le opere d'arte erano, naturalmente, dei suoi avi, col più rinomato tra tutti era montato sopra la cornice di marmo dell'immenso camino.

Un celebre maschio nella storia della razza, e del lignaggio di Abalone. Il Nobile Redentore, come era noto in famiglia.

Il padre di Abalone.

Ichan fece un gesto con la mano, includendo non solo la stanza, ma la casa con tutto ciò che conteneva, comprese le persone sotto quel tetto.

"Tutto questo merita garanzie, e il solo modo per far sì che accada è che le Vecchie Usanze vengano rispettate. I principi che noi, la glymera, cerchiamo di tutelare sono il fondamento di ciò che speri di fornire a tua figlia - senza di loro, chissà come potrebbe andare a finire."

Abalone chiuse velocemente gli occhi.

E  questo fece assumere all'aristocratico un tono di voce più calmo e gentile. "Quel Re di cui hai appena parlato con tanto rispetto - è sposato con una mezzosangue."

Le palpebre di Abalone si spalancarono. Come tutti i membri del Consiglio, era stato informato dell'unione reale. "Pensavo avesse sposato Marissa, la figlia di Wallen."

"In realtà, no. La cerimonia è avvenuta un anno prima degli attacchi, il presupposto era che il Re tenesse fede alla promessa fatta alla sorella di Havers - ma sono comparsi dei sospetti quando Marissa successivamente ha sposato un Fratello. La notizia ci è arrivata più tardi, attraverso Thym" - annuì all'avvocato - "che Wrath aveva preso un'altra femmina - che non è della nostra razza."

Ci fu una pausa, come se ad Abalone fosse stata data la possibilità di boccheggiare a quella scoperta. Quando non apparve frastornato dallo shock, Ichan si allungò verso lui e parlò lentamente - come se fosse un minorato mentale. "Se hanno dei figli, l'erede al trono per un quarto sarebbe umano."

"Non c'è nessuno col sangue puro," mormorò Abalone.

"Che peccato. Eppure, di sicuro converrai che c'è un'enorme differenza tra distanti relazioni con umani... e un Re che pratica con quell'orrida razza. Ma anche se non ne sei offeso - e sicuramente non è questo il caso - le Vecchie Leggi prevedono l'ordine. Il Re deve essere un maschio di razza pura - e Wrath, figlio di Wrath, non può fornirci un tale erede."

"Presumendo che sia vero -"

"Lo è."

"Che cosa ti aspetti da me?"

"Ti sto semplicemente mostrando l'intera situazione. Non sono niente più di un cittadino preoccupato."

Allora perché presentarsi con quella scorta violenta?

"Beh, apprezzo la tua sollecitudine nel tenermi informato -"

"Il Consiglio sta per agire."

"In che modo?"

"Ci sarà una votazione. Presto."

"Per ripudiare qualsiasi erede?"

"Per rimuovere il Re. Con la sua autorità è capace di cambiare le leggi in qualunque momento, sradicando i conferimenti e indebolendo ulteriormente la razza. Deve essere rimosso per legge quanto prima." L'aristocratico fissò il ritratto della figlia di Abalone. "Confido nel fatto che, al prossimo incontro col Consiglio, la tua stirpe sarà ben rappresentata dal tuo sigillo e dai tuoi colori."

Abalone lanciò un'occhiata al combattente poggiato contro il muro. Sembrava che il maschio respirasse a malapena, ma era ben lontano dal dormire.

Quanto ci sarebbe voluto prima che la rovina si abbattesse sul suo casato se non avesse impegnato il suo voto? E che forma avrebbe avuto?

Immaginò sua figlia piangere per la perdita dell'unico genitore rimastole ed essere abbandonata per il futuro. Lui torturato e poi ucciso in maniera raccapricciante.

Beata Vergine Scriba, gli occhi stretti di quel guerriero erano fissi su di lui come se fosse un bersaglio.

"Lunga vita al giusto Re," disse Ichan, "suona più adatto."

Con quella frase, l'azzimato "cittadino preoccupato" si licenziò, uscendo ordinatamente insieme all'avvocato.

Il cuore di Abalone gli martellava nel petto quando fu lasciato da solo col guerriero... e dopo un momento di urla silenti, il maschio si mosse verso la ciotola d'argento piena di mele.

Con un tono basso e un accento molto marcato disse, "Queste sono da mangiare, non è vero?"

Abalone aprì la bocca per parlare, ma ne uscì solo uno squittio.

"È un sì?" mormorò.

"Certamente. Sì."

Il guerriero prese un pugnale dal fodero sul torace, la lama argentata appariva lunga quanto il braccio del maschio. Con un veloce movimento del polso, lanciò l'arma in aria, la luce si rifletté lampeggiando sulla superficie tagliente - e con la stessa sicurezza, prese l'impugnatura e infilzò una delle mele.

Tutto questo senza interrompere il contatto visivo con Abalone.

Prendendo il frutto dalla ciotola, lo sguardo andò al ritratto. "È davvero bella. Per ora."

Abalone si alzò e si frappose tra il guerriero e il disegno, pronto a sacrificare se stesso, se necessario. Non voleva che il guerriero nemmeno guardasse il ritratto, ancor meno che lo commentasse - o fare ancora peggio.

"A presto, allora," disse il guerriero.

Se ne andò tenendo la mala in verticale, impalata al centro.

Quando Abalone sentì chiudere la porta d'ingresso, collassò sul divano rivestito di seta con le gambe molli e il cuore che martellava. Anche se le mani tremavano, riuscì a tirar fuori una sigaretta dal cofanetto di cristallo e ad accenderla col pesante accendino.

Inalando una boccata di fumo, guardò l'immagine della figlia e assaggiò per la prima volta nella sua vita il vero terrore.

"Beata Vergine Scriba..."

C'erano stati segnali di malcontento per un intero anno: voci e avvisaglie indicavano che il Re stava perdendo l'appoggio di certi settori dell'aristocrazia; il pettegolezzo che c'era stato un attentato; insinuazioni che era stata creata una società segreta e stava per agire. E poi c'era stato l'incontro col Consiglio in cui Wrath si era presentato con la Confraternita e aveva minacciato sfacciatamente i partecipanti.

Era stata la prima volta che la gente vedeva il Re da... beh, da molto più di quanto Abalone potesse rammentare. Infatti, non riusciva a ricordare di qualcuno che avesse avuto un'udienza col sovrano. C'erano stati proclami sparsi, naturalmente - e editti in progressione e, nella mente di Abalone, parecchio ritardati.

Gli altri non erano d'accordo comunque.

Ed erano ovviamente pronti a forzare le mani di quelli che non la pensavano come loro.

Spostando gli occhi sul ritratto di suo padre, cercò di raccogliere del coraggio nel profondo di se stesso, un qualche tipo di base solida su cui piantare i piedi e lottare per ciò che riteneva giusto: se Wrath aveva sposato una mezzosangue, cosa importava se l'amava? 

Parecchie delle Vecchie Leggi che stava riformando erano discriminatorie e la scelta della shellan da parte del Re mostrava chiaramente quanto stesse cercando di modernizzarle.

Eppure c'era ancora tanto della vecchia scuola nel comportamento del Re: due aristocratici erano stati uccisi recentemente. Montrag ed Elan. Entrambi brutalmente e nelle loro case. Ambedue erano stati associati ai dissenzienti.

Era chiaro che Wrath non aveva intenzione di starsene seduto comodamente mentre si tramavano complotti ai suoi danni. La cattiva notizia era che anche i suoi nemici a corte si stavano preparando con le proprie forze.

Abalone prese l'iPhone del taschino della giacca, scelse un numero tra i suoi contatti e iniziò una chiamata con l'apparecchio che squillava a metà orecchio.

Quando la voce del maschio rispose, si dovette schiarire la gola. "Devo sapere se hai ricevuto una visita."

Suo cugino non esitò un istante. "Sì."

Abalone imprecò. "Non voglio far parte di questa cosa."

"Nessuno vuole. Ma questo loro punto di vista giuridico?" 

Suo cugino prese un lungo respiro. "Riguardo l'erede? La gente sta rispondendo."

"Non è giusto. Wrath ha fatto buone cose, facendoci avanzare nel mondo moderno. Ha abolito la schiavitù di sangue e creato quel rifugio per femmine che hanno subito abusi e i loro figli. È stato giusto e anche i proclami -"

"Su questo lo hanno in pugno, Abalone. La vinceranno loro - perché c'è abbastanza gente che si è disgustata alla notizia della regina mezzosangue e di un erede dal sangue ancor più annacquato." La voce del cugino si abbassò. "Non metterti dal lato sbagliato, sangue del mio sangue. Si stanno preparando a fare ciò che è necessario per garantire un voto unanime quando arriverà il momento, e la legge è quel che è."

"Potrebbe cambiarla. Sono sorpreso che non l'abbia fatto."
"Senza dubbio ha avuto problemi più pressanti da sistemare che qualche vecchio libro impolverato. E francamente, anche se riformulasse la disposizione? Non so se ci sia sufficiente supporto per sostenerlo."

"Potrebbe rivalersi sull'aristocrazia."

"E cosa potrebbe fare - ucciderci tutti? E poi?"

Quando infine Abalone chiuse la comunicazione, fissò negli occhi suo padre. Il cuore gli diceva che la razza era in buone mani con Wrath, anche se il Re si isolava in molti modi. Ma suo cugino aveva detto cose sensate.

Dopo un lunghissimo momento, fece un'altra chiamata che gli fece venire la nausea. Quando ebbe risposta, non si perse in preamboli. "Hai il mio voto," dichiarò con durezza.

Prima che Ichan potesse elogiare il suo buonsenso, riattaccò. E andò al cestino per la carta straccia per vomitare.

L'unica cosa peggiore del non avere un'eredità... era non essere stato all'altezza di quella che ti era stata donata.

*    *    *

Quando Xcor uscì dalla casa dell'aristocratico, s'irritò nel trovare Ichan, il rappresentante del Consiglio, e Thym, il legale, che lo aspettavamo al chiarore della luna.

"Credo che siamo stati abbastanza persuasivi," dichiarò Ichan.

C'era un enorme orgoglio in quella voce sprezzante - come se il maschio avesse già piazzato le chiappe molli sul trono.

Xcor guardò di nuovo la casa stile Tudor. Attraverso le finestre col vetro a diamante, il maschio con cui si era confrontato era al telefono, fumava una sigaretta come se i polmoni avessero più bisogno della nicotina che dell'ossigeno. Poi si fermò a fissare qualcosa. un secondo più tardi, le spalle cedettero in segno di sconfitta, portò nuovamente il telefono all'orecchio.

Ichan tirò fuori dalla tasca il cellulare sorridendo. "Pronto? Che gradita chiamata -" Ci fu una pausa. "Oh, penso che sia stato saggio da parte tua - pronto? Pronto?"

Ichan mise da parte il cellulare con una scrollata di spalle. "Non posso offendermi per il fatto che mi abbia attaccato il telefono in faccia."

Xcor prese la mela rubata e la liberò dalla lama. Con mano sicura cominciò a togliere la buccia rossa dalla croccante polpa bianca, girando tutto intorno fino a che un'unica striscia arricciata si formò sotto l'arma.

In opposizione alla sua linea preferita riguardo l'assassinio, questo nuovo approccio legale di forzare l'abdicazione andava bene lo stesso.  Avevano un'altra mezza dozzina di membri delle Prime Famiglie da incontrare e istruire, e poi sarebbe giunto il momento di rendere tutto ufficiale al livello del Consiglio. 

Dopodiché? Le uccisioni dovevano avvenire - senza dubbio uno o tutti gli aristocratici con cui stavano trattando sarebbero stati delusi dal cambio alla corona.

Facilmente risolvibile, comunque, e poi avrebbe ottenuto quel che voleva.

"... un pasto di nostro gusto?"

Quando Ichan e Thym lo guardarono, realizzò che gli era appena sto chiesto di uscire a mangiare.

Xcor lasciò che la buccia cadesse sulla neve ai suoi piedi. Senza alcun dubbio il nobile dentro casa aveva dei giardinieri che l'avrebbero raccolta, anche se visto quanto il tipo era scombussolato, forse si sarebbe avventurato fuori per una passeggiata  tra quei fottuti cespugli topiari e l'avrebbe vista da solo.

Le minacce funzionavano meglio se attuate su più livelli.
"Il campo di battaglia mi attende," disse Xcor mentre tagliava un pezzo di polpa e snudava le zanne, portò il coltello alla bocca assieme al pezzo di mela.

Il rumore secco mentre l'addentava fece il suo effetto.
"Sì, certo, naturalmente, ovvio," disse Ichan, le parole volteggiavano come le piroette di una ballerina che danzava sulle punte e sbandava verso la buca in cui suonava l'orchestra.

Che carino.

E poi ci fu un attimo di silenzio, come se il saluto di commiato dovesse essere ripagato. Quando Xcor si limitò ad inarcare un sopracciglio, i due si smaterializzarono così in fretta come se ci fossero delle emergenze nelle rispettive case.

Che pedine insignificanti erano - ne aveva già usate altre e non c'era dubbio che uno e entrambi che erano appena andati via sarebbero finiti presto nella fossa.

Nella grande casa, il membro del Consiglio che erano andati a incontrare aveva ancora il capo chino - ma non per molto. Qualcuno entrò nella stanza, e di chiunque si trattasse, l'aristocratico non voleva che sapessero del suo turbamento. Si riprese, sorrise e aprì le braccia. Quando una giovane femmina andò nella sua direzione, Xcor capì che si trattava della figlia.

Era bellissima, davvero - il ritratto era accuratissimo.

Ma non quanto un'altra.

Spontanei, i ricordi scorsero dalla sua mente, immagini di pelle e capelli chiari, e occhi che erano capaci di fermare i suoi passi come solo un proiettile poteva fare, ingarbugliando i suoi pensieri  fino a che era lui a inciampare anche restando fermo.

No, per quanto giovane e delicata fosse quella figlia, non era nient'altro che una eco di graziosità rispetto alla sua irraggiungibile Eletta.

"Devi smetterla," disse nella notte fredda. "Devi smetterla all'istante."

Un buon comando, indubbiamente - eppure gli ci vollero diversi minuti prima di potersi concentrare a sufficienza e smaterializzarsi dal prato di fronte alla casa.

Dopo un battito di ciglia, Xcor si trovò di nuovo nel suo elemento: il vicolo davanti a lui era una fogna urbana, la neve sudicia dagli pneumatici di innumerevoli ribaltabili che erano passati dietro mezza dozzina di ristorante a buon prezzo. A dispetto delle folate rigide dicembrine, il puzzo di carne marcia e di sostanza verde denaturata erano sufficienti a fargli pizzicare il naso.

Inspirando, cercò la vomitevole dolcezza del nemico.

Era nato deforme, era stato scartato e lasciato nel mondo dalla femmina che l'aveva portato nel suo utero. 

Allevato nel campo di battaglia del Carnefice, era stato
affilato come una lama in quella sadistica buca per il fuoco di aggressione e dolore, ogni debolezza presa a martellate fino a che era diventato letale come un pugnale.

Lui apparteneva a questo palcoscenico di lotta.

E non restò solo a lungo.

Voltando la testa, spostò tutto il peso nelle cosce. Un gruppo di uomini umani si fece avanti, liberando l'angolo e camminando in branco. Quando lo videro, si fermarono e si compattarono tra loro.

Xcor ruotò gli occhi e riprese a passeggiare nella direzione opposta -

"Checazzostaifacendo," urlò qualcuno del branco.

Voltandosi indietro, lanciò un'occhiata ai cinque uomini. Indossavano una specie di divisa coordinata da ganzi umani: giacche di pelle, berretti con testi neri, bandane annodate sotto al mento.

Avevano la chiara intenzione di volersi imbattere in qualcuno o qualcos'altro.

Non il tipo di nemico di cui preoccuparsi. In primo luogo, gli umani erano talmente inferiori fisicamente, che era come mordere una mela.

Secondo, erano capaci di coinvolgere altri della loro specie, oppure sia di proposito attraverso quella temuta cosa del 911 o inavvertitamente, facendo un tale baccano da allertare i passanti.

"Checazzostaifacendo!"

Se fosse rimasto in silenzio, forse si sarebbe trasformato in un numero di coordinato di ballo e canto? Terribile.

"Andate a passare la notte altrove," disse a bassa voce.

"Andate a pass- seiunfottutostraniero?"

O qualcosa che suonava simile. I loro accenti erano difficili da decifrare - inoltre non aveva alcun interesse a sforzarsi per capire -

Dal nulla, un auto comparve all'angolo sbandando, le gomme persero trazione mentre l'autista premeva il freno.

Risuonarono dei fucili a pompa, rimbombando nella notte, disperdendo gli assemblati, incluso lui. 

Posto sbagliato, momento sbagliato, pensò Xcor beccandosi un proiettile nella spalla, un dolore bruciante gli attraversò la testa - e gli rese impossibile la smaterializzazione.

Non gliene fregava un cazzo di quello scontro tra quei topi senza coda. A quanto pareva però, doveva ingaggiare battaglia.


Non sarebbe morto a causa di un proiettile umano.

mercoledì 9 aprile 2014

Capitolo 1 di THE KING di J.R. Ward

The King

Capitolo 1


Manhattan, distretto di Meatpacking, Presente

"Dammi la tua bocca," ordinò Wrath.

Beth voltò la testa e si allungò tra le braccia del suo compagno. "La vuoi? Prenditela."

Il ringhio che uscì dal quel torace massiccio era un promemoria che il suo uomo non era, di fatto, un uomo. Era l'ultimo vampiro di razza pura del pianeta - e quando si trattava di lei e di sesso, si trasformava in una palla da demolizione pur di arrivare a prenderla.

E non nel modo in cui quella cretina di Miley Cyrus si sparava quelle pose sexy - e presumeva che Beth fosse disponibile, naturalmente. Anche se, sul serio, quando una donna aveva l'opportunità di avere a disposizione due metri e cinque centimetri di culo sodo rivestito di pelle nera, che guarda caso ha degli occhi verde chiaro che brillano come la luna e lunghi capelli neri che scendono sul sopracitato posteriore di cemento?

No non era una parola appartenente al suo vocabolario; era un concetto estraneo.

Il bacio che le diede era brutale e lei lo voleva in quel modo, la lingua di Wrath che affondava nella sua bocca mentre la spingeva all'indietro attraverso la soglia del loro nascondiglio segreto.

Slam!

Il più bel suono del mondo. Beh, d'accordo, il secondo più bel suono del mondo - il numero uno era quello che faceva il suo uomo quando veniva dentro di lei.

Al solo pensiero, il suo sesso si aprì ancora di più.

"Oh, cazzo," esclamò lui nella sua bocca mentre una delle mani scivolava tra le gambe di lei. "Lo volevo così - ... sei bagnata per me, leelan."

Non era una domanda. Perché conosceva la risposta, non è vero?

"Sento il tuo odore," gemé contro il suo orecchio mentre faceva scivolare le zanne lungo la gola. "La più bella cosa del mondo - a parte il tuo sapore."

Quel graffio nella voce, quel gonfiore compresso in grembo, quella dura lunghezza che premeva per entrare dentro lei - ebbe un orgasmo proprio lì in quell'istante.

"Scopami, ne abbiamo bisogno ancora," disse lui a denti stretti mentre lei si spingeva contro la sua mano, muovendo i fianchi. "Perché cazzo non veniamo qui ogni notte?"

Il pensiero di tutto il casino che li aspettava a Caldwell risucchiò parte dell'ardore dentro lei. Ma poi iniziò a massaggiarla con le dita, spingendo la cucitura dei jeans contro il suo punto più sensibile mentre con la lingua sondava la sua bocca come se stesse... um, sì.

Cavolo, e sai cosa? Tutto quello che riguardava il suo essere Re, l'attentato e la Banda dei Bastardi scivolò via.
Aveva ragione lui. Perché diamine non ritagliavano del tempo per quella fetta di Paradiso regolarmente?
Arrendendosi al sesso, infilò le mani tra la massa di capelli lunghi fino alla vita, quella morbidezza in contrasto con la durezza del suo volto, la forza di quel corpo incredibile, la sua volontà di ferro.

Non era mai stata una di quelle stronzette che sognavano il Principe Azzurro o un matrimonio da favola o qualcuna di quelle stronzate musicali della Disney. Ma anche per qualcuno che non aveva alcuna illusione e intenzione di apporre la propria firma su un certificato di matrimonio, in alcun modo si sarebbe immaginata con Wrath, figlio di Wrath, Re di una razza che fino ad allora credeva fosse niente più di un mito di Halloween.

Eppure eccola qui, innamorata persa di un vero assassino che usava il lessico di un camionista, una discendenza reale lunga quanto il suo braccio, e con un'arroganza tale da fare sembrare Kanye West come uno scarto d'autostima.

Okay, non era proprio tanto egocentrico - anche se, sì, probabilmente avrebbe fatto fuori Taylor Swift in un attimo, ma non perché il rap e l'hip-hop erano i suoi generi musicali preferiti e nemmeno perché era stato uno hater.

Infine, il suo hellren era un tipo da a-modo-mio-o-niente, e il trono su cui era seduto indicava che quel difetto di personalità era accolto stando inginocchiati con deferenza come legge in terra.

Quando si dice una tempesta perfetta. La buona notizia? Lei era la sola eccezione, l'unica persona che riuscisse a farlo ragionare quando s'incazzava sul serio. Era come per tutti i Fratelli e le loro compagne: i membri della Confraternita del Pugnale Nero, il gruppo di palestrati guerrieri scelti della razza, non erano noti per essere tipi con cui era facile andare d'accordo.

Inoltre, mica uno voleva degli smidollati in prima linea in qualsiasi guerra, specialmente quando i cattivi appartenevano alla Lessening Society.

E quei dannatissimi Bastardi.

"Non ce la faccio ad arrivare al letto," gemé Wrath. "Devo entrarti dentro ora."

"Allora prendimi sul pavimento." Gli succhiò il labbro inferiore. "Sai come si fa, non è vero?"

Ancora altri ringhi e ci fu un grande spostamento dell'asse terrestre mentre veniva sollevata in fretta e sistemata sul legno lucido. Il loft che Wrath usava da scapolo aveva il soffitto a cattedrale, un arredamento da magazzino vuoto, e le pareti dipinte di nero satinato come la canna di un Uzi.

Niente a che vedere con la magione della Confraternita in cui vivevano, ed era proprio quello il punto.

Per quanto meraviglioso fosse, tutte quelle lamine d'oro, i lampadari di cristallo e i mobili antichi potevano risultare un po' soffocanti -

Riiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiip.

Con un altro piacevolissimo rumore, Beth perse un altro completo del suo guardaroba - e non era che Wrath non fosse orgoglioso di se stesso. Con le zanne luccicanti lunghe come pugnali e bianche come la neve appena caduta, trasformò la sua blusa di seta button-down in un piumino Swiffer, riducendola a pezzi sui suoi seni nudi mentre i bottoni volavano ovunque.

"Ecco di cosa stavo parlando."  Wrath si tolse gli occhiali a mascherina e sorrise, mostrando la sua attrezzatura dentale. "Niente tra noi..."

Incombendo su di lei, si attaccò a un capezzolo mentre le mani raggiungevano la cintura sui jeans neri. Tutto considerato, fu abbastanza educato nello sganciare la fibbia e aprire la cerniera, ma lei sapeva cosa stava per accadere...

Con un violento strattone, mise da parte i rimasugli di ciò che era stato un paio di Levi's di appena due settimane.

A lei non importava. E nemmeno a lui.

Oh, Dio, ne aveva bisogno.

"Hai ragione, è passato davvero troppo tempo," sibilò lei mentre la mano di Wrath andava alla propria patta, aprì i bottoni e liberò un'erezione che era ancora capace di toglierle il respiro.

"Mi spiace," sbottò stringendole la nuca e prendendola.

Mentre spalancava ancor di più le cosce per lui, Beth sapeva esattamente per cosa si stesse scusando. "Non scus - Gesù!"

Quella possessione bruciante era proprio quel che voleva - e lo stesso riguardava il ritmo martellante, le cosce massicce che sbattevano contro le sue, il suo culo nudo che strideva contro il pavimento mentre spingeva dentro di lei, le sue gambe che si aggrappavano ai suoi fianchi per farlo entrare più in profondità. Era una dominazione totale, il suo immenso corpo che pompava sempre più veloce e più intensamente.

Ma per quanto fosse bello, lei sapeva come spingersi al livello successivo. "Non hai ancora sete?" biascicò.

Completa. Immobilità. Molecolare.

Come se fosse stato colpito da un fascio raggelante. O forse un camion.

Quando alzò la testa, gli occhi erano così scintillanti che sapeva che se avesse guardato sul pavimento di fianco a lei avrebbe visto la propria ombra.

Artigliandolo alle spalle con le unghie, lei s'inarcò e voltò la testa di lato. "Ti va qualcosa da bere?"

Le labbra si arricciarono mostrando le zanne e sibilò come un cobra.

Il morso fu come una pugnalata, ma il dolore si dissolse trasformandosi in un dolce delirio che la portò in un'altra dimensione. Fluttuando e rimanendo ben salda a terra allo stesso tempo, lei ansimò passandogli le mani tra i capelli, avvicinandolo ancor di più a sé mentre succhiava dalla sua gola e affondava nel suo sesso.

Lei ebbe un orgasmo - e anche lui.

Ovviamente.

Dio, dopo un periodo di astinenza durato quanto? Almeno un mese - che era una cosa mai sentita per entrambi - lei realizzò quanto tutti e due ne avessero bisogno. Troppe interferenze dalle richieste da cui erano circondati. Troppo stress ad avvelenare le ore. Troppa schifezza intossicante da non poter fare qualcosa l'uno per l'altra.

Tipo, dopo che gli avevano sparato al collo, ne avevano parlato seriamente? Certo, c'era stata tutta la serie di Oh Mio Dio, sei vivo, ce l'hai fatta... ma lei continuava a sobbalzare ogni volta che un doggen stappava una bottiglia di vino in sala da pranzo o quando i Fratelli giocavano a biliardo per ore.

Chi sapeva che lo schiocco che faceva il pallino bianco quando veniva centrato aveva lo stesso identico suono di un colpo di pistola?

Lei no. Non fino a quando Xcor aveva deciso di piazzare un proiettile nella giugulare di Wrath.

Non proprio il tipo di educazione che cercava -

Senza alcuna ragione apparente, le lacrime le riempirono gli occhi e ruppero gli argini, ammassandosi tra le ciglia e scivolarono lungo le guance sebbene un'altra ondata di piacere le stesse investendo il corpo.

E allora l'immagine della ferita d'arma da fuoco di Wrath si manifestò nel suo campo visivo.

Sangue rosso sul giubbotto antiproiettile che indossava. Sangue rosso sulla canotta. Sangue rosso sulla pelle.

I tempi pericolosi erano arrivati, le brutture di una realtà di un non più ipotetico uomo nero nel suo armadio mentale, ma un urlo della sua anima.

Il rosso era il colore della morte per lei.

Wrath s'immobilizzò per la seconda volta e alzò la testa. "Leelan?"

Aprendo gli occhi, ebbe un improvviso attacco di panico all'idea di non poterlo vedere bene, che quel volto che cercava in ogni stanza, non importava da quanto tempo non lo vedesse, che quella conferma visiva della sua vita non le appartenesse più.

La sola cosa che doveva fare era battere le palpebre.
Ancora, ancora e ancora... ed era di nuovo con lei, chiaro come il sole.

E questo la fece piangere ancora di più. Perché il suo forte, adorato uomo era cieco - e sebbene ai suoi occhi questo non lo rendesse un handicappato, era stato imbrogliato dall'inizio, il che non era giusto.

"Oh, cazzo, ti ho fatto male -"

"No, no..." Gli prese il volto tra le mani. "Non fermarti."

"Sarei dovuto arrivare al letto -"

L'unico modo per far sì che si concentrasse nuovamente era inarcarsi sotto di lui, e così fece, ondulando e ruotando i fianchi in modo che il proprio sesso accarezzasse il suo. E Salve, ragazzone, la frizione venne registrata, il che gli annodò la lingua.

"Non fermarti," ripeté lei, provando a riavvicinarlo alla sua vena. "Mai..."

Ma Wrath mollò la presa, scostandole una ciocca di capelli dal viso. "Non pensare a quello."

"Non lo sto facendo."

"Invece sì."

Non c'era ragione per specificare cosa intendesse con "a quello": complotti sovversivi. Wrath alla sua scrivania intagliata, soffocato dalla sua posizione. Il futuro sconosciuto e non in modo piacevole.

"Non vado da nessuna parte, leelan. Non devi preoccuparti di nessuna dannata cosa. Mi capisci?"

Beth voleva credergli. Ne aveva bisogno. Ma temeva che quella promessa fosse troppo difficile da mantenere.

"Beth?"

"Fai l'amore con me." Era la sola verità che avrebbe accettato in quel momento che si sarebbe distrutta come una bolla di sapone. "Ti prego."

La baciò una volta. Due. E ricominciò a muoversi. "Sempre, leelan. Sempre."


*    *    *

La. Migliore. Di. Tutte. Le. Notti.

Quando Wrath uscì dal corpo della sua shellan un'ora più tardi, non riusciva a respirare, aveva la gola sanguinante e il suo cazzo d'acciaio aveva finalmente la consistenza di una tagliatella scotta.

E riguardo a quella dannata resistenza? Aveva cinque, forse dieci minuti prima che Mister Felicità tornasse a sorridere.

Il grande letto al centro dell'ampio loft era stato rinforzato da quando aveva sposato la sua Beth, e mentre si voltava sulla schiena, dovette ammettere che fare sesso lì sopra era decisamente meglio che farlo sul pavimento. Detto ciò, mentre recuperava ossigeno, le lenzuola erano non necessarie, infatti si sarebbe potuto cuocere un uovo sul suo petto dallo sforzo.

Le coperte erano un assolutamente no, cazzo. I cuscini erano caduti subito poiché il letto non aveva la testiera, ma era un vantaggio da poter sfruttar su ogni lato del telaio.

A volte gli piaceva mettere un piede a terra e affondare in profondità.

Beth si lasciò sfuggire un sospiro che fu più lungo e soddisfacente di un sonetto di Shakespeare - e parla del diavolo? Il petto di Wrath si gonfiò come una mongolfiera.

"Ti ho scopata per bene?" biascicò.

"Dio. Sì."

E giù sorrisi! La sua faccia sembrava proprio quella di Jim Carrey in The Mask, con Pepsodent a palla. E lei aveva ragione: il sesso era stato ben più che fantastico. Aveva continuato a scoparla fino a che non erano arrivati vicino al materasso. Poi, dal gentiluomo che era, l'aveva sollevata sul letto... e l'aveva presa altre tre volte. Quattro?

Avrebbe potuto continuare per tutta la notte -

Proprio come un'eclissi copre la luna alla vista, il rilassamento cosmico scomparve portandosi via tutto il calore.

Per lui non esisteva più un per tutta la notte. Non quando implicava rilassarsi con la sua femmina.

"Wrath?"

"Sono qui, leelan," mormorò lui.

Quando si voltò sul fianco, poté sentire che lo fissava, e anche se la sua vista era completamente morta e sepolta, riusciva a figurarsi nella mente i suoi lunghi e spessi capelli neri, gli occhi blu e lo stupendo viso.

"Non è vero."

"Sto bene."

Merda, che ora era? Più tardi di quanto credesse? Probabile. Quando ci dava dentro con Beth, poteva perderci dei fottutissimi giorni.

"Stai pensando a qualcosa," disse lei dolcemente.

"Porca puttana."

"Aiuterebbe parlarne? Wrath... puoi dirmi a cosa stai pensando?"

Ah, diamine, aveva ragione. Si era isolato parecchio ultimamente, ritirandosi in un posto nella sua mente dove il caos non poteva raggiungerlo - non era una brutta cosa, ma un viaggio in solitaria.

"Non sono pronto per tornare al lavoro."

"Non ti biasimo." Gli trovò la bocca e premette le labbra contro le sue. "Possiamo rimanere un altro po'?"

Un lieve allarme cominciò a suonare al suo polso.

"Maledizione." Mettendosi il braccio sul viso, scosse la testa. "Il tempo vola, vero?"

E le responsabilità lo stavano aspettando. Aveva petizioni da rivedere. Proclami da abbozzare. Ed e-mail nella sua casella di posta elettronica, quelle fottute e-mail che quelli della glymera si tiravano fuori dal culo ogni santa notte... sebbene fossero diminuite ultimamente - forse era un segno che quel mucchio di cereali zuccherati stavano parlando tra di loro. Non era una buona notizia.

Wrath imprecò di nuovo. "Non so come facesse mio padre. Notte dopo notte. Un anno dietro l'altro."

Tutto questo per essere ucciso brutalmente da giovane.

Almeno quando il vecchio Wrath era sul trono, le cose erano equilibrate: il popolo lo amava e lui amava loro. Niente complotti rivoltosi tramati nelle stanze sul retro. Il nemico veniva da fuori, non era dentro le mura.

"Mi spiace così tanto," disse Beth. "Sei sicuro che non ci siano cose che vuoi buttar fuori?"

Wrath si sedette, scostando i lunghi capelli indietro. Fissando di fronte a sé, senza vedere nulla, pensò di voler esser fuori a combattere.

Non era un'opzione. Infatti, l'unica possibilità trascritta sul suo carnet era ritornare a Caldie e incatenarsi nuovamente a quella scrivania. Il suo destino era stato stabilito molti e molti anni prima, quando sua madre era entrata nel suo bisogno e suo padre aveva svolto in maniera eccelsa il compito che un hellren doveva espletare... e sfidando ogni probabilità, l'erede era stato concepito, aveva visto la luce, ed era stato allevato abbastanza da poter vedere entrambi i genitori uccisi dai lesser proprio davanti ai suoi ancora funzionanti occhi da pretrans.

Cristallino, i ricordi erano così.

Il difetto visivo aveva cominciato a manifestarsi dopo il suo cambiamento. Ma quella debolezza era, come il trono, parte della sua eredità. La Vergine Scriba aveva prestabilito un piano per la razza, che aveva amplificato le caratteristiche più attraenti dei maschi e delle femmine e creato un sistema basato su quello delle caste della gerarchia sociale. Un buon piano, fino a quel punto.
Come al solito con la merda come Madre Natura, la legge delle conseguenze indesiderate aveva dato uno schiaffo in faccia a quella stronza - ed ecco come questo Re col suo "perfetto" lignaggio era venuto fuori cieco.

Frustrato, saltò fuori dal letto e naturalmente finì su uno dei cuscini invece che sul pavimento. Mentre il piede scivolò all'esterno e il suo equilibrio si trasformò in una giostra a tema carnevalesco, allungò le mani per pararsi dalla caduta, ma non sapeva in che direzione fosse posizionato -

Wrath cadde a terra, il dolore esplose nel suo fianco sinistro, ma non era quella la parte peggiore. Poteva sentire Beth che balzava dalle lenzuola disordinate per aiutarlo.

"No!" abbaiò lui, allontanandosi dalla sua portata. "Faccio da solo."

Quando la sua voce rimbalzò nell'open space del loft, avrebbe voluto fracassarsi il cranio contro la vetrata della finestra.

"Scusami," mormorò, tirando i capelli indietro.

"È tutto a posto."

"Non volevo staccarti la testa a morsi."

"Sei stato parecchio sotto pressione. Succede."

Cristo, volevano parlare di come c'era andato leggero col sesso?

Dio, quando si era ritrovato in quella merda del Re, aveva preso quella stronzata di decisione interna e si era impegnato a portare quella corona, a fare il bravo ragazzo, a seguire le orme di suo padre, bla, bla, bla.

Ma la sfortunata realtà era che questa era una maratona che sarebbe durata per tutto il corso della sua vita - ed era in carica da solo due anni. Tre. Per quanto a lungo fosse durato.

In ogni caso, che diavolo di anno era?

Merda, sapeva di essere sempre stato irascibile, ma essere bloccato in casa nel mezzo della notte dalla sua cecità con nulla da fare ad eccezione di richieste che non desiderava lo rendeva esplosivo.

No, aspetta, quello era lievemente più mite rispetto a come si sentiva in quel momento - e la questione di fondo era la sua personalità. Combattere era la sua prima e miglior vocazione, non governare da una sedia.

Il padre era stato un uomo di penna; il figlio di spada.

"Wrath?"

"Scusami, che c'è?"

"Ti ho chiesto se volevi qualcosa da mangiare prima di andare via."

Davanti agli occhi vide la magione, doggen ovunque, Fratelli che entravano e uscivano, shellan tutto intorno... e si sentì soffocare. Li amava tutti, ma dannazione, non c'era un briciolo di privacy.

"Grazie, ma mi farò portare qualcosa in ufficio."

Ci fu un lungo silenzio. "Va bene."

Wrath restò sul pavimento mentre lei si vestiva, il soffice movimento dei suoi jeans che risalivano su quelle lunghe e succulente gambe come una nenia funebre.

"Va bene se indosso la tua canotta?" chiese lei. "La mia casacca è distrutta."

"Sì, assolutamente."

La sua tristezza profumava come pioggia autunnale e gli fece percepire il freddo nell'aria.

Cavolo, pensare che c'è gente là fuori che vorrebbe essere Re, pensò alzandosi in piedi.

Una. Fottuta. Pazzia.

Se non fosse stato per l'eredità di suo padre, e di tutti i vampiri che lo avevano sinceramente e profondamente amato, avrebbe mandato tutto all'aria senza voltarsi indietro. Ma abbandonare tutto? Non poteva farlo.

Suo padre era stato un Re per i libri di storia, un maschio che non aveva solo comandato con autorità in virtù del trono su cui sedeva, ma aveva ispirato onesta devozione.

Wrath che perdeva la corona? Poteva anche pisciare sulla tomba di suo padre.

Quando la mano della sua shellan scivolò a prendere la sua, sobbalzò. "Ecco i tuoi vestiti," disse, mettendoglieli in mano. "E ho i tuoi occhiali."

Con uno spostamento veloce, Wrath tirò Beth a sé, contro il suo corpo nudo. Era una femmina alta, ma anche così gli arrivava a malapena ai pettorali, e mentre chiudeva gli occhi, l'avvolse nel suo abbraccio.


"Voglio che tu sappia una cosa," disse col volto tra i suoi capelli.

Quando lei s'immobilizzò, Wrath provò a tirar fuori qualcosa che valesse la pena d'essere ascoltato. Una serie di parole che avesse lo stesso codice di ciò che percepiva nel suo petto.

"Cosa," sussurrò lei.

"Sei tutto per me."

E comunque assolutamente non era abbastanza - eppure lei sospirò e si sciolse come se quello fosse tutto ciò che voleva sentire. E altro ancora.

Qualche volta ti capitava di essere fortunato.

E mentre continuava a tenerla tra le braccia, sapeva che avrebbe fatto bene a ricordarselo. Fino a quando avesse avuto questa femmina al suo fianco avrebbe potuto affrontare ogni cosa.