martedì 12 maggio 2015

Capitolo 6 di THE SHADOWS di J.R. Ward



Capitolo 6


RISTORANTE DA SALVATORE, FUORI LITTLE ITALY, CALDWELL


Con un'imprecazione, iAm interruppe la chiamata che aveva appena ricevuto al cellulare e si sostenne al bancone di fronte a lui. Dopo un momento di aritmia, afferrò la giacca da marinaio di lana, quella nera con la calibro quaranta nella tasca nascosta sul lato sinistro e un coltello da caccia lungo all'incirca venti centimetri cucito nella fodera sul quello destro.

Avrebbe potuto avere bisogno di armi.

«Chef? Tutto bene?»

Lanciò un'occhiata all'altro lato della cucina industriale ad Antonio diSenza, il suo capo cuoco. «Mi dispiace. Già. Devo andare - e io già iniziato la mise en place

Afferrò di nuovo il cellulare. «Puoi terminarla domani.»

Antonio si tolse la toque e appoggiò un fianco contro il mastodontico piano cottura a dodici fuochi. Tutta l'attrezzatura usata per servizio della cena era stata ripulita, il persistente vapore dalle lavastoviglie in funzione rendeva la cucina dodici metri x sei un qualcosa emerso dalla foresta pluviale amazzonica.

Troppo tranquillo, pensò iAm. E la stanza illuminata a giorno puzzava di candeggina invece che di basilico.

«Grazie, chef. Vuoi che sbollenti i pomodori prima di andarmene?»

«È tardi. Vai a casa. Hai fatto un buon lavoro stasera.»

Antonio si asciugò il viso con un canovaccio blu e bianco. «Grazie a te, chef.»

«Chiudi al posto mio?»

«Tutto quello che vuoi.»

Con un cenno del capo, iAm uscì dalla cucina e tagliò attraverso l'ingresso piastrellato per la consegna diretto all'uscita posteriore. All'esterno, due dei suoi camerieri fumavano bighellonando attorno alle loro auto, senza le giacche degli smoking, i papillon rossi disfatti che pendevano dai colletti aperti. «Chef» esclamò uno di loro, raddrizzandosi.

L'altro richiamò subito la sua attenzione. «Chef.»

Tecnicamente, era più il capo che lo chef lì al Sal, ma aveva un sacco di esperienza in cucina e lui stesso aveva creato delle ricette, e il personale lo rispettava per questo. Non era sempre stato così. La prima volta che vi aveva messo piede per assumere la direzione di quell'istituzione di Caldwell, non era stato accolto proprio bene. Tutti, dai camerieri agli chef agli aiuto camerieri, avevano creduto che, visto che lui era un afro-americano, il profondo orgoglio e la tradizione di quella proprietà italiana, la cucina e la cultura avrebbero funzionato contro chiunque non avesse sangue siciliano nelle vene.

In quanto Ombra, iAm aveva capito l'affare meglio di quanto pensassero. Il suo popolo non voleva avere niente a che fare con i vampiri o con i symphath - e di sicuro sfiorare neanche di striscio quegli umani senza palle. E il Sal era uno dei più famosi ristoranti in Caldwell, non rappresentava solo un ritorno al periodo in cui andavano di moda i Rat Pack negli anni cinquanta, ma un posto che di fatto aveva servito il Presidente del  Consiglio e il suo astuto seguito. Con la sua carta da parati damascata, il banco della reception e tutta la formalità, somigliava al Sardi nella parte nord - ed era sempre stato di proprietà di italiani e gestito da loro.

Dopo più di un anno che era nelle sue mani, però, tutto andava alla grande. Lui aveva dimostrato a tutti, dai clienti al personale ai fornitori, non solo di poter vestire i panni di Salvatore Guidette III, ma di saperli riempire. Ora? Veniva trattato con un rispetto che sfiorava la venerazione.

Si chiese che cosa avrebbero pensato di lui se avessero saputo che non veniva dall'Africa, lui non si riconosceva come americano - e cosa ancora più importante, non era nemmeno umano.

Un'Ombra era in mezzo a loro.

«Ci vediamo domani» disse ai due uomini.

«Sì, chef.»

«Notte, chef.»

iAm fece loro un cenno col mento e si avviò a grandi passi, svoltando all'angolo più lontano. Non appena fu fuori vista, chiuse gli occhi, sì concentrò e si smaterializzò.

Quando riprese forma, era sul terrazzo al diciottesimo piano del Commodore, nell'appartamento di proprietà sua e del fratello. La portafinestra di vetro scorrevole era spalancata, le lunghe tende bianche svolazzavano dentro e fuori dall'interno buio come fantasmi che provavano a fuggire senza riuscirci. Aveva avuto due possibili destinazioni: o qui, oppure lo shAdoWs, e aveva scelto il loro appartamento da scapoli a causa di ciò che lo attendeva all'interno.

C'erano notizie dalla s'Hisbe, e tutto sommato iAm preferiva riferirle lui stesso a Trez che lasciare questo compito al maschio che avevano mandato.  

Infilò la mano nella giacca, la strinse sul calcio della pistola ed entrò. «Dove sei.»

«Da questa parte» fu la profonda, tranquilla risposta.

iAm si voltò a sinistra, verso il divano di pelle bianca contro la parete in fondo. I suoi occhi acuti si adattarono in un attimo, e l'enorme sagoma nera del boia della Regina divenne nitida.

iAm aggrottò la fronte. «Cosa c'è che non va?»

Il tintinnio dei cubetti di ghiaccio in un bicchiere tumbler ruppe il silenzio. «Dov'è tuo fratello?»

«Oggi è la serata di apertura del nuovo locale. È impegnato.»

«Deve rispondere al telefono» disse s'Ex con tono brusco.

«La regina ha partorito?»

«Sì. Ha partorito.»

Un lungo silenzio. Rotto solo dal suono di quei cubetti di ghiaccio. iAm inspirò e colse il profumo del bourbon - insieme a una aspra tristezza talmente intensa che lasciò la sua presa sulla sua pistola. «s'Ex?»

Il boia si alzò di scatto dal divano e si diresse a grandi passi verso il bar, la veste gli vorticava alle spalle come ombre spazzate da un forte vento.

«Vuoi unirti a me?» chiese il maschio versandosi altro whisky nel bicchiere.

«Dipende. Quali notizie porti e come influiscono sul mio gemello?»

«Hai bisogno di un drink.»

Giusto. Fantastico. Senza ulteriori commenti, iAm si avvicinò e si unì a s'Ex al bar. Non importava cosa ci fosse nel bicchiere, se ci fossero i cubetti di ghiaccio, una spruzzata di soda. Buttò giù quella che si rivelò essere vodka e se ne versò dell'altra.

«Quindi non era la prossima regina» esclamò. «La piccola che è nata.»

«No.» s'Ex tornò al divano. «L'hanno uccisa.»

«Cosa

«È stato... decretato. Dalle» - agitò il bicchiere in aria sopra la sua testa - «stelle. Così hanno ucciso la bambina. Mia... figlia.»

iAm sbatté le palpebre. Bevve un altro po'. E poi pensò, Gesù, se la regina poteva fare una cosa del genere a una neonata innocente nata dal proprio corpo, il capo della s'Hisbe era capace di tutto.

«Per cui» esordì s'Ex con un tono ancora più piatto. «Tuo fratello torna a essere la prima preoccupazione di Sua Maestà. C'è un periodo di lutto obbligatorio da rispettare e adesso io partirò per parteciparvi. Ma dopo la cerimonia di clausura e i riti che l'accompagnano, mi manderanno a prelevare il Prescelto.»

La cerimonia di clausura era la sepoltura formale dei sacri morti, un diritto riservato solo ai membri della famiglia reale. E il lutto sarebbe durato un determinato numero di notti e giorni. Dopo di che... le loro proroghe si sarebbero esaurite.

«Merda» sbottò iAm.

«Sarei felice di informare tuo fratello, ma -»

«No, glielo dirò io.»

«Lo immaginavo.»

iAm si sedette accanto alla boia. Alzando lo sguardo, ripensò alle caratteristiche del maschio. s'Ex rappresentava qualcosa di peggio della classe inferiore; era nato da semplici domestici ma, grazie ai muscoli e all'intelligenza, era riuscito a sedurre la regina. Era stata un'ascensione senza precedenti attraverso gli strati dei livelli sociali.

«Mi dispiace» sussurrò iAm.

«Per cosa?»

«Per la tua perdita.»

«Era scritto nelle stelle.»

La casuale scrollata di spalle del maschio fu smentita dall'incrinarsi della voce.

Prima che iAm potesse dire qualcos'altro, s'Ex si chinò nella sua direzione. «Giusto per essere chiari, non esiterò a fare tutto ciò è necessario per portare indietro tuo fratello e lui concederà il suo corpo per lo scopo per cui è nato.»

«Questo lo hai già detto.» Allo stesso modo di s'Ex, iAm si sporse in avanti e lo fissò negli occhi. «E giusto per essere realistici, tu non credi davvero a questa stronzata dell'astrologia, vero?»

«Da noi funziona così.»

«E questo significa che sia giusto?»

«Tu sei un eretico. Così come lo è tuo fratello.»

«Lascia che ti chieda una cosa. Hai sentito la piccola urlare? Quando hanno ucciso la tua bambina, hai -»

L'attacco non fu inaspettato, il boia si scagliò contro di lui con una tale forza che la sua sedia fu scaraventata all'indietro e entrambi finirono sul pavimento, s'Ex a cavalcioni su iAm mentre lo scuoteva con rabbia. 

«Dovrei ucciderti» ringhiò il maschio.

«Incazzati con me se vuoi» replicò secco iAm. «Ma sii onesto, almeno con te stesso. Non sei più così fiero di compiere il tuo dovere, vero?»

s'Ex si allontanò di scatto e atterrò sul culo. Si prese la testa tra le mani, il respiro affannoso, come se stesse cercando riprendere il controllo di se stesso - senza riuscirci.

«Non ho più intenzione di aiutarvi» disse il boia con la voce roca. «Il dovere richiede di essere soddisfatto.»

iAm si mise a sedere e pensò alle costellazioni sotto cui suo fratello era nato come a una malattia, un qualcosa per cui non si era offerto volontario, fagocitato dalla vita che aveva vissuto, una bomba a orologeria pronta a esplodere.

La detonazione di Trez era stata rimandata per, oh, così tanto tempo. Adesso, però, sarebbe esplosa senza ulteriori attese.

Non per la prima volta nella sua vita, iAm desiderò essere nato prima di Trez. Avrebbe di gran lunga preferito essere lui quello maledetto, il portatore del fardello. Non che volesse essere imprigionato per tutta la vita, con nient'altro da fare che provare ripetutamente a ingravidare l'erede al trono come fosse un passatempo, ma lui era diverso da Trez.

O forse stava prendendo in giro se stesso.

Una sola cosa era chiara: avrebbe fatto tutto quello che doveva per salvare suo fratello.

Ed era pronto a diventare dannatamente creativo.



*    *    *



Nel lasso di tempo in cui Trez era tornato a controllare il salotto privato, Rhage si era svegliato dal coma, trance, pisolino, qualunque cosa fosse stata. E anche se la diarrea verbale di V era stata una vera rottura di palle, al pari del proprietario del club e il ragazzo che aveva attaccato prima, Trez sembrava avesse bisogno di assicurarsi che il Fratello stesse bene.

«Come andiamo?» chiese non appena rientrò.

Quando Hollywood si mise lentamente a sedere, fu subito chiaro che stava cercando di riprendere contatto con la realtà, di ritorno da qualche destinazione mentale lontana dal club.

«Ehi, bella addormentata nel bosco» borbottò V, tirando fuori una sigaretta rollata a mano e un accendino. «Sei tornata?»

«Non si può fumare qui dentro» esclamò Trez.

Vishous inarcò un sopracciglio. «Cosa intendi fare? Buttarmi fuori a calci in culo?»

«Non voglio dover chiudere il locale alla serata di apertura.»

«Hai problemi più grossi rispetto al Dipartimento della Sanità Pubblica.»

Vaffanculo, V, pensò Trez.

«Hai bisogno di qualcosa?» chiese a Rhage. «Ho un sacco di roba che non contiene alcol.»

«Nah, sto bene.» Il Fratello si strofinò la faccia e poi distolse lo sguardo. «Quindi ti sei legato a quell'Eletta, eh?»

«Ho anche da mangiare, se vuoi-»

«Andiamo, amico.» Rhage scosse testa. «Hai appena cercato di battermi.»

Trez guardò di sfuggita l'orologio. «In realtà, è stato più di un'ora fa.»

«Voglio dire, di qualunque cosa si tratti - qual è il problema? Perché non stai con lei?»

«Sei ancora un po' pallido.»

«Okay, okay. Se vuoi metterti in modalità muta, sono problemi tuoi.»

Che. Imbarazzante. Silenzio.

Oh, mio Dio, questa era la più bella notte del cazzo, pensò Trez. Cosa sarebbe successo alla prossima? Un meteorite che colpiva Caldwell?

Nah, probabilmente solo il suo club.

«Allooora... io prendo la droga» esclamò V, intascando i pacchetti di cellophane. «Se ne trovi altra -»

Il terzo maledetto lampo nella stanza fu talmente brillante da accecare, e Trez sollevò un braccio per coprirsi il volto mentre si metteva in posizione difensiva.
«Oh, cazzo!» abbaiò uno dei Fratelli.

Era una bomba? Una tremenda rappresaglia degli assassini?

L'impianto elettrico difettoso che saltava in aria su scala epica?

O forse non avrebbe dovuto fornire all'universo un suggerimento riguardo alla cosa della meteora.

Quando Trez sbatté le palpebre e le macchie nel suo campo visivo sparirono, fu chiaro che non si trattava di nessuna delle possibilità paventate poc'anzi.

Una figura stava ritta in piedi dove c'era stata la grande esplosione di luce - una figura impressionante quanto uno gnomo da giardino stile gotico. Qualunque cosa fosse era alta un metro e venti, coperta dalla testa ai piedi da una tunica nera... e con un'evidente fonte di illuminazione: da sotto l'orlo, traspariva una luce brillante. Come se La Perla si fosse trasferita a Las Vegas e facesse lo strip là sotto.

All'improvviso, Trez smise di respirare e mentre faceva due più due si avvicinò all'impossibile. Porca puttana, che fosse la -

«Ciao, mamma» esordì Vishous seccamente.

- Vergine Scriba.

«Sono venuta per un compito.» La voce femminile era dura come il cristallo e altrettanto chiara. «E deve essere eseguito.»

«Ma davvero.» V prese una lunga boccata dalla sigaretta rollata a mano. «Hai intenzione di rubare le caramelle a un bambino? O è la notte di prendi-a-calci-un-cucciolo?»

La figura voltò le spalle al Fratello. «Tu.»

Trez si ritrasse, sbattendo la testa contro il muro. «Chiedo scusa?»

«Si presuppone che tu non debba rivolgere domande a  Lei» sbottò V. «Per tua informazione.»

«Io?» ripeté Trez. «A cosa ti servo?»

«Sei stato convocato da una delle mie figlie.»

«Conti di portarlo a Disneyland?» mormorò V. «Beato te, Trez - ma Lei probabilmente è in rapporti stretti con Malefica, Dr. Facilier, Crudelia -»

«Come mai conosci così bene tutta questa merda della Disney?» lo interruppe Rhage.

«Vieni con me» disse la Vergine Scriba, stendendo il braccio avvolto dalla veste.

«Io?» sbottò Trez una terza volta.

«Sei stato convocato.»

«Selena...?» mormorò.

Rhage scosse la testa. «Devo tirare fuori i marshmallow? Perché stai per essere abbrustolito a causa di tutte queste domande, amico.»

Fu l'ultima cosa che Trez sentì prima che un vortice di energia lo avvolgesse e lo portasse Dio solo sapeva...

...dove.

Poiché la sensazione di essere stato trasportato era scomparsa, con un grido Trez si raddrizzò, entrambe braccia estese ai due lati, la testa gli girava talmente da fargli pensare a una trottola che sta per cadere.

Un'improvvisa consapevolezza di ciò che lo circondava mise fine a tutto.

Parcolandia. Era stato trasferito in una specie di cartolina raffigurante un parco perfetto, verdi prati erbosi intervallati da alberi dalle chiome folte, aiuole traboccanti di fiori in sboccio e, in lontananza, costruzioni di marmo bianco in stile greco-romano. Tranne l'orizzonte tutto gli sembrava sbagliato. Una foresta delimitava una verde distesa lussureggiante, ma c'era qualcosa di innaturale in tutto quello, gli stessi alberi sembravano segnare la superficie, come se la natura ripetesse uno schema prestabilito. E in alto, anche il cielo era tutto sballato, la sua lattea luminosità sembrava non avere una fonte distinta, come se ci fosse solo un'enorme luce fluorescente lassù.

«Dove mi trovo?» Quando non ci fu risposta, si guardò attorno. La piccola figura infagottata se n'era andata.

Fantastico. Cosa avrebbe fatto adesso?

Più tardi, si sarebbe chiesto cosa esattamente lo fece girare e iniziare a camminare... e poi correre. Un rumore? Il suo nome? L'istinto...?

Trovò il corpo sul lato opposto di una salita nel terreno ondulato. Chiunque fosse era a faccia in giù, indossava il tradizionale abito delle Elette, le suole del sandali - «Selena!» gridò. «Selena...!»

Fermandosi in scivolata, Trez cadde in ginocchio. «Selena?»

I suoi capelli neri erano un disastro, le ciocche avvolte a formare lo chignon erano sciolte e arruffate, e le cadevano sul viso. Quando lui sollevò il groviglio, si accorse che la pelle della femmina era bianca come carta.

«Selena...» Non era sicuro se lei fosse ferita o se avesse perso i sensi, e senza alcuna formazione medica, non aveva la minima idea di cosa fare.

«La respirazione, stai respirando?» Appoggiò l'orecchio sulla sua schiena. Poi si chinò su di lei e le afferrò il braccio per verificare la presenza di -

«Oddio.»

L'arto era rigido, come se fosse in atto il rigor mortis. Solo che... quando poggiò due dita sulla parte interna del polso, si accorse che c'era battito.

Selena gemette e il suo piede si contrasse. Poi la testa scattò contro l'erba.

«Selena?» Il cuore gli batteva così forte che riusciva a malapena a sentire qualcosa. «Cos'è successo?»

Non c'era alcuna ragione per chiedere se stava bene. Era un clamoroso no del cazzo.

«Sei ferita?»

Altri gemiti, come se stesse lottando contro qualcosa.

«Adesso ti volto.»

Preparandosi, la prese per un braccio e provò a spostarla - ma dovette fermarsi. La sua posizione non era cambiata, gli arti sagomati e il torso teso erano rigidissimi, era come se avesse a che fare con una statua di pietra -

«Oh merda!»

Al suono della voce di Rhage, Trez sollevò di scatto la testa. V e Rhage si erano materializzati dal nulla, e per quanto gli fossero sempre piaciuti quei due, in quel momento, avrebbe potuto baciarli.

«Dovete aiutarmi» abbaiò. «Non so cosa ci sia che non va in lei.»

I Fratelli si inginocchiarono e Vishous toccò il polso, in cerca del battito.

«Sembra che non possa muoversi. Ma non so il perché.»

«C'è battito» mormorò V. «Sta respirando. Merda, ho bisogno della mia attrezzatura.»

«Possiamo portarla... dove cazzo siamo?» chiese Trez.

«Sì, posso trasportarla -»

«Nessuno la toccherà a parte me» sentì se stesso ringhiare.

Quel promemoria non era di certo un bene in quella situazione. Tuttavia, al maschio legato in lui non fotteva un cazzo.

La conversazione si srotolò tra i Fratelli, ma che fosse dannato se avesse sentito una singola parola. Il suo cervello incespicava su se stesso, frammenti degli ultimi due mesi si insinuavano mentre provava a cercare segni di cosa non andasse in lei.

Non c'era stato nulla che lui avesse visto, o afferrato come chiacchiera da corridoio. Se avesse soltanto perso i sensi, sarebbe stata in conseguenza all'avere offerto eccessivamente la sua vena, ma questo non avrebbe spiegato perché il suo corpo si fosse irrigidito in quel modo - sembrava si fosse letteralmente trasformata in pietra.

Qualcuno gli diede un colpetto sulla spalla. Rhage.

«Dammi la mano.»

Trez stese il palmo e si sentì tirare in piedi. Prima che potessero parlargli, disse: «Devo portarla io. Lei è mia.»

«Lo sappiamo» disse Rhage con un cenno del capo. «Nessuno la toccherà senza il tuo permesso. Dobbiamo tirarla su - poi V vi riporterà entrambi indietro, va bene? Andiamo adesso, solleva la tua femmina.»

Le braccia di Trez tremavano così tanto che si chiese se sarebbe stato in grado di tenerla tra le braccia. Ma non appena si abbassò, un profondo senso di risolutezza spazzò via tutto il nervosismo e il tremore. L'obiettivo di condurla alla clinica del centro di addestramento gli diede una potenza fisica e una lucidità mentale che non aveva mai provato prima.

Sarebbe morto nello sforzo.

Dio, lei pesava così poco. Meno di quanto ricordava.

E sotto la veste sentiva le ossa dure, come se stesse deperendo velocemente.

Poco prima che l'effetto vorticoso lo invadesse ancora una volta, i suoi occhi si spostarono su una fila fitta di alberi tarchiati interrotta da un traliccio. Sul lato opposto dell'arco, c'era una specie di cortile in cui statue di marmo raffiguranti delle femmine in varie pose erano innalzate su dei pilastri.

Se quella fosse stata la sua strada?


Per qualche ragione, la vista di quelle statue lo terrorizzò fino al midollo.

lunedì 11 maggio 2015

Nuovi titoli di J.R. Ward

Carissime consorelle...


nell'attesa che arrivi mercoledì, voglio proporvi i due nuovi testi della nostra Zietta preferita: The Bourbon Kings e Blood Kiss.
Il primo rappresenta una nuova saga che non ha nulla a che vedere coi nostri vampirozzi preferiti, anche se si presenta mooolto bene.

Il secondo, invece, come anticipato dalla Zietta nell'intervista concessa qualche tempo fa, è una serie spin off legata proprio alla saga la Confraternita del pugnale nero. 
La buona Ward aveva detto di sentire la nostalgia dei Fratelli con le loro shellan in primo piano, e di gradire un po' di paranormal romance old-school style. 
Di tutto questo, noi siamo enormemente felici e, che ve lo dico a fare, io li ho già prenotati.
C'è qualcuno a cui interesserebbe la traduzione? Se sì, commentate sotto. Intanto vi lascio le schede dei nuovi bimbi!




Titolo: The Bourbon Kings
Autore: J.R. Ward

Pagine: 400


Prezzo Kindle in prenotazione: 10,45
Prezzo Kindle: 9,99
Copertina flessibile: 11,61

data di uscita: 28 luglio 2015



Sinossi:


Per intere generazioni, la famiglia Bradford ha ricoperto il ruolo di re nella capitale mondiale del bourbon.  La ricchezza costante ha concesso loro prestigio e potere, così come una sudata divisione di classe all'interno della loro tenuta in continua espansione, Easterly. In alto, c'è una dinastia che sotto ogni aspetto rispetta le regole di buona fortuna e del buon gusto. In basso, c'è il personale che lavora instancabilmente per mantenere l'impeccabile facciata dei Bradford. E queste due non si incontreranno mai. 

Per Lizzie King, capo giardiniere di Easterly, oltrepassare quel limite le ha quasi rovinato la vita. Innamorarsi di Tulane, il figliol prodigo della dinastia del bourbon, non era previsto né voluto, e la loro amara rottura è servita solo a dimostrare che il suo istinto aveva ragione. Ora, dopo due anni di lontananza, Tulane sta finalmente tornando a casa, e sta portando con sé il passato. Nessuno ne uscirà indenne: non la bella e spietata moglie di Tulane; non suo fratello maggiore, la cui amarezza e il cattivo sangue non conoscono limiti; e soprattutto non il patriarca dei Bradford, uomo dal pugno di ferro, con poca morale e ancora meno scrupoli, e tanti terribili segreti.

Mentre le tensioni familiari, sia quelle professionali che quelle estremamente private, esplodono, Easterly e tutti i suoi abitanti si ritrovano nella morsa di una trasformazione irrevocabile a cui solo i furbi sopravvivranno.





Titolo: Blood Kiss (Black Dagger Legacy)
Autore: J.R. Ward

Pagine: 496

Prezzo Kindle: 6,99
Copertina flessibile: 7,69
Audio, CD: 56,68


data di uscita: 1 dicembre 2015




Sinossi:


Paradise, figlia diletta del primo consigliere del re, è pronta a liberarsi dalla vita restrittiva di una femmina della glymera. La sua strategia? Partecipare al programma di formazione al centro di addestramento della Confraternita del pugnale nero e imparare a combattere per se stessa, pensare per se stessa... essere se stessa. È un buon piano, fino a quando tutto va storto. La scolarizzazione è incomprensibilmente difficile, percepisce le altre reclute più come nemici che alleati, ed è molto chiaro che il Fratello in carica, Butch O'Neal, alias il Dhestroyer, sta vivendo un'esistenza problematica.

E questo prima che lei si innamori di un compagno di classe. Craeg, un comune civile, che suo padre non vorrebbe mai per lei, ma che possiede tutto quello che lei desidererebbe in un maschio. Quando un atto di violenza minaccia di fare a pezzi l'intero programma, e l'attrazione erotica tra i due cresce in maniera irresistibile, Paradise viene messa alla prova in un modo che non aveva mai paventato - e che le impone il quesito se lei sia abbastanza forte per affermare il suo potere... sul campo e fuori.


Con affetto

Christiana V

mercoledì 6 maggio 2015

Capitolo 5 di THE SHADOWS di J.R. Ward


Capitolo 5


Nella suite della clinica del centro di addestramento, Luchas, figlio di Lohstrong, giaceva supino in un letto d'ospedale con il busto e la testa sollevati sui cuscini. Il suo corpo spezzato era disteso davanti a lui, un po' come un paesaggio crivellato da bombe, cicatrici e pezzi mancanti che trasformavano ciò che in precedenza funzionava bene e in maniera appropriata in un miscuglio di doloroso, debilitante malfunzionamento.

La sua gamba sinistra era il problema più grande.

Fin da quando era stato tratto in salvo da quel barile in cui i lesser l'avevano imprigionato, lui stava vivendo un periodo di "riabilitazione."

Parola strana per quello che realmente gli stava accadendo. La definizione ufficiale, come aveva scoperto cercandola su un tablet, era ripristinare in qualcuno o qualcosa il precedente stato di normale funzionamento.

Dopo tanti mesi di ginnastica e terapia occupazionale, tuttavia, si sentiva sicuro nell'affermare che tutto quello scervellarsi mentalmente e fisicamente in piena notte non lo stava avvicinando al vecchio se stesso più di quanto non si potesse far tornare indietro il tempo. Aveva solo alcune certezze: soffriva come un cane; non riusciva ancora a camminare; e le quattro pareti di quella camera d'ospedale, che erano tutto quello che aveva visto da quando era stato imprigionato in quella immobilità soffocante. Tutto questo lo stava facendo impazzire.

Non per la prima volta, si chiese come la sua vita si fosse ridotta a questo.

Il che era stupido. Conosceva i fatti, oh, li conosceva talmente bene. La notte degli assalti, gli assassini si erano infiltrati nella casa della sua famiglia, come avevano fatto con tanti altri. Avevano massacrato il padre e la sua mahmen, e fatto lo stesso a sua sorella. Quando erano arrivati a lui, avevano deciso di risparmiargli la vita in modo da usarlo come cavia, un test per scoprire se un vampiro poteva essere trasformato in un lesser. Dopo averlo reso impotente, lo avevano chiuso in un barile e immerso nel sangue dell'Omega.

Non c'era stato alcun test, comunque. Avevano perso interesse, o lo avevano dimenticato, oppure era venuto fuori qualche altro risultato.

Impossibilitato a liberarsi, aveva sofferto in quel denso vuoto nero, ancora in vita ma a malapena vivo, in attesa che il suo destino si compisse, per un tempo che aveva percepito come un'eternità.

Non sapendo se in qualche modo fosse stato trasformato.

La sua mente, un tempo motivo di grande orgoglio per i suoi successi scolastici e le capacità, si era paralizzata come il suo corpo, contorcendosi su se stessa, quelli che una volta erano chiari percorsi di pensiero si aggrovigliavano in un incubo oscuro di paranoia e terrore.

E poi suo fratello, quello per cui non aveva mai avuto tempo da dedicargli, quello che aveva guardato dall'alto in basso, quello a cui si era sempre sentito così superiore... era ​​diventato il suo salvatore. 

Qhuinn, l'aberrazione con un occhio blu e l'altro verde, la vergogna della famiglia con quel mostruoso difetto, colui che era stato sbattuto in mezzo a una strada e che non si trovava in casa quando c'era stato l'attacco, era l'unica ragione per cui era riuscito a liberarsi.

Quel maschio si era rivelato essere il membro più forte della discendenza, viveva e lavorava con la Confraternita del pugnale nero, combatteva con onore, difendendo la razza contro il nemico con distinzione.

Mentre Luchas, l'ex ragazzo d'oro, l'erede di una casata che non esisteva più... ora era lui quello imperfetto.

Era forse il karma?

Sollevò la mano ormai straziata, fissando i monconi che erano tutto ciò che rimaneva di quattro delle sue cinque dita.

Possibile.

Il bussare alla porta era leggero, e mentre inalava, colse i profumi presenti dall'altra parte. Preparandosi, tirò le lenzuola più in alto sul suo petto scarno.

L'Eletta Selena non era sola, come lo era stata la scorsa sera.

E sapeva di cosa si trattava.

«Entrate» disse con una voce che ancora stentava a riconoscere come propria. Da quando era cominciato il calvario, il suo timbro era diventato roco, più profondo.

Qhuinn entrò per primo, e per un istante, Luchas si ritrasse. Ogni volta che aveva visto suo fratello in precedenza, il maschio indossava abiti civili. Non stasera. 

Era chiaramente venuto fresco dal teatro del conflitto, il suo corpo potente ricoperto di pelle nera, armi legate ai fianchi, alle cosce... al petto.

Luchas aggrottò la fronte quando notò due particolari strumenti da combattimento: suo fratello aveva un paio di pugnali neri sullo sterno, le maniglie verso il basso.

Strano, pensò. Sapeva che queste lame erano riservate ai soli membri della Confraternita del pugnale nero.

Forse ora avevano concesso di indossarli anche ai loro soldati?

«Ehi» esclamò Qhuinn.

Alle sue spalle, l'Eletta Selena era silenziosa come un fantasma, la sua veste bianca fluttuava intorno al corpo esile, i capelli scuri acconciati in alto sulla testa nello stile tradizionale del suo ordine sacro.

«Buonasera, padrone» disse con un elegante inchino.

Fissando la sua gamba, Luchas desiderò disperatamente di poter scendere dal letto e mostrarle il rispetto che le era dovuto. Non era un'opzione. L'arto era, come sempre, avvolto stretto in garza bianca dalla punta del piede fino al ginocchio, e sotto quella copertura sterile? Carne che non sarebbe guarita, il calore dell'infezione che sobbolliva come una pentola d'acqua al limite dell'ebollizione.

«Mi dicono che hai smesso di nutrirti» affermò Qhuinn.

Luchas distolse lo sguardo, desiderando che ci fosse una finestra in modo da fingersi distratto.

«Allora?» domandò Qhuinn. «È vero?»

«Eletta» mormorò Luchas. «Gentilmente, ci concedete un momento da soli?»

«Naturalmente. Attenderò la vostra chiamata.»

La porta si chiuse silenziosamente. E Luchas si accorse che tutto l'ossigeno nella camera sembrava essersene andato con la femmina.

Qhuinn mise una sedia vicino al comodino e si sedette, appoggiando i gomiti sulle ginocchia. Le spalle erano così ampie che la giacca di pelle scricchiolò in segno di protesta.

«Cosa sta succedendo, Luchas?» chiese.

«Non era una cosa importante, poteva aspettare. Non saresti dovuto rientrare dal combattimento.»

«Non secondo i tuoi segni vitali.»

«Quindi è stata la dottoressa a richiamarti, vero?»

«Me ne ha parlato, sì.»

Luchas chiuse gli occhi. «Io avevo...» Si schiarì la gola. «Prima di tutto questo, avevo un'idea di quello che avrei voluto fare, di come sarebbe stato il mio futuro. Io stavo per...»

«Stavi per diventare come nostro padre.»

«Sì. Volevo... tutte le cose che mi erano state insegnate e che definivano una vita che valesse la pena di essere vissuta.» Sollevò le palpebre e fissò il suo corpo. «Questo non ne fa parte. Questo... sono come un bambino. Qualcuno si occupa dei miei bisogni, portandomi cibo, lavandomi, asciugandomi. Sono un cervello intrappolato in un contenitore rotto. Non so badare a me stesso -»

«Luchas -»

«No!» scattò con gesto della mano mutilata. «Non provare a rabbonirmi con promesse di una salute futura. Sono passati nove mesi, fratello mio. Preceduti da una prigionia nell'inferno che è durata un secolo. Non ce la faccio più a sentirmi un prigioniero. Basta, ho chiuso.» 

«Non puoi suicidarti.»

«Lo so. Allora io non entro il Fado. Ma se non mangio e non mi nutro, questa» conficcò un dito nella sua gamba - «lo farà al posto mio, portandomi via. Non è suicidio. È morte per sepsi - non è quello che preoccupa maggiormente Doc Jane?»

Con un movimento brusco, Qhuinn si tolse la giacca e la lasciò cadere sul pavimento. «Io non voglio perderti.»

Luchas si coprì il volto con le mani. «Come puoi volerlo... dopo tutte le crudeltà che hai subito in casa nostra...»

«Non sei stato tu. Erano i nostri genitori.»

«Io ho partecipato.»

«E sei perdonato.»

Almeno aveva fatto una cosa giusta. «Qhuinn, lasciami andare. Ti prego. Lasciami... andare.»

Il silenzio che seguì durò talmente a lungo che il respiro di Luchas si alleggerì, sicuro che la sua richiesta fosse stata accettata.

«So cosa si prova a non avere speranza» disse Qhuinn con asprezza. «Ma il destino è capace di sorprenderti.»

Luchas lasciò cadere le braccia e rise amaramente. «Non in senso buono, temo. Non in senso buono -»

«Ti sbagli -»

«Smettila -»

«Luchas. Ti sto dicendo -»

«Sono un invalido, cazzo!»

«Come lo sono stato io.» Qhuinn indicò i propri occhi. «Per tutta la vita.»

Luchas si voltò, posando lo sguardo sulla parete color crema. «Non c'è niente che tu possa dire per convincermi, Qhuinn. È finita. Sono stanco di lottare per una vita che non voglio.»

Un altro silenzio teso. Alla fine, Qhuinn imprecò tra i denti. «Hai solo bisogno di nutrirti e riprendere le forze -»

«Io rifiuterò sempre la sua vena. Faresti meglio ad accettare la mia decisione adesso e non sprecare ulteriore tempo con argomenti che non trovo convincenti. Ho chiuso.»


*    *    *


Mentre Selena attendeva nel corridoio, la stanchezza la avvolse in pesanti drappi non meno reali solo perché invisibili. E comunque si sentiva ansiosa. Giocherellava con la veste, i capelli, le mani.

Non le piaceva il tempo che non veniva investito nei suoi doveri. Con niente a tenerla occupata, i suoi pensieri e le paure diventavano troppo intensi per contenerli dentro il cranio.

Eppure lei immaginava ci fosse un utilità in questa solitudine. Se fosse riuscita a prendere una posizione per trarne vantaggio.

Quel che doveva fare mentre aspettava lì fuori era esercitarsi nel suo commiato. Doveva provare a comporre le parole che avrebbe voluto dire prima che non avesse più tempo. Doveva trovare il coraggio necessario per esternare ad alta voce quello che aveva nel cuore.

Stava per seguire l'impulso di dire addio a Trez.

Tra le molte persone che avrebbe lasciato, il Primale e le sue sorelle Elette, i Fratelli e le loro shellan, Trez era l'unico per cui già soffriva. Anche se non lo vedeva da... molte, molte notti.

Anche se non era più stata sola con lui da... molti, molti mesi.

Infatti, dopo aver concluso la loro... relazione, o quello che era, lui se n'era andato dalla magione. Non importava che lei andasse e venisse, non lo aveva mai incontrato faccia a faccia, e solo occasionalmente aveva intravisto le sue grandi spalle mentre si avviava nella direzione opposta alla sua.

Che la evitasse era stato un sollievo infido in un primo momento. Sarebbe stato più difficile lasciarlo, e lo sarebbe stato ancora di più se avessero continuato a vedersi. Ma ultimamente, mentre il tempo a sua disposizione diminuiva drasticamente, lei aveva deciso che aveva bisogno di dirgli...

Beata Vergine Scriba, cosa stava per dirgli?

Selena lasciò scorrere lo sguardo lungo il corridoio, come se quel piccolo, perfetto monologo potesse scorrere con docilità, a un ritmo abbastanza lento da poterlo memorizzare.

Per quanto ne sapeva, lui aveva dimenticato i momenti passati insieme. Per sua stessa ammissione, era esperto nel trovare passatempi femminili nella varietà umana.

Non c'era dubbio che avesse fatto tabula rasa.

E poi c'era la realtà che lui era stato promesso a un'altra.
Selena si prese la testa tra le mani. Per tutta la sua vita, aveva trovato conforto e uno scopo nel suo sacro compito - per cui era stato uno shock scoprire che mentre si avvicinava sempre più al momento della sua morte, l'unica cosa che si sentiva di far bene era il suo commiato da un uomo che non le apparteneva. Con cui aveva avuto una storia di brevissima durata.

C'erano state molte notti che aveva passato nella sua camera da letto su a Grande Camp, cercando di convincersi che quello che era successo con Trez era pura follia, ma ora che il tempo stava per scadere? Una strana lucidità si concentrò in lei. E non importava il perché. Importava solo che lei raggiungesse l'obiettivo di dirgli ciò che provava prima di morire.

Non voleva avvicinarsi a lui troppo presto, però - sarebbe stato piuttosto imbarazzante sviscerare la propria anima a una persona indifferente e poi indugiare per notti, settimane, mesi.

Se solo la sua fine fosse avvenuta in una data precisa, come se fosse la scadenza su un cartone di latte -

Qhuinn uscì dalla stanza d'ospedale, e l'espressione tesa sul suo volto duro spazzò via la sua preoccupazione.

«Mi dispiace tanto» mormorò lei. «Si rifiuta ancora?»

«Non riesco a convincerlo.»
«La volontà di vivere può essere complicata.» Selena allungò la mano e gliela poggiò sulla spalla. «Sappiate che io sono qui per entrambi. In qualsiasi momento cambiasse idea, io verrò.»

«Tu sei davvero una femmina di valore.»

La strinse in un rapido, duro abbraccio e poi corse giù lungo il corridoio, come se volesse lasciare la struttura. Ma poi si fermò davanti alla porta chiusa della sala visite principale della dottoressa Jane. Dopo un momento, entrò.

Mentre pregava ci fosse una soluzione per i due fratelli, un'altra ondata di stanchezza la investì, una più grossa di quello che l'aveva travolta davanti a Tohrment, strisciando attraverso il suo corpo, facendole appoggiare una mano contro il muro per paura di cadere. Il panico la sopraffece, il suo cuore pestava selvaggiamente nel petto, la testa era inondata di fai questo, fai quello, scappa. Cosa sarebbe successo se quello fosse stato un attacco? E se fosse il suo ultimo -

«Ehi, stai bene?»

Forzando i suoi occhi vuoti a voltarsi verso il suono, vide Tohrment uscire dalla sala visite.

«Io...»

All'improvviso, la sensazione di vertigine scomparve, come se l'avesse avvicinata un rapinatore che, confrontandosi con il Fratello, aveva riconsiderato il suo attacco.

Sotto la tunica, lei sollevò una gamba e poi l'altra, non trovando alcun cenno della resistenza fatale che la terrorizzava a morte.

«Selena?» esclamò Tohr dirigendosi verso di lei.

Appoggiandosi al muro, la sua mano corse allo chignon, e si accorse di avere la fronte madida di sudore.

«Credo di dovermi occupare di me stessa al Santuario.» Espirò. «Mi riprenderò lì. È necessario.»

«È un'idea eccellente. Ma sei sicura di riuscire a - »

«Sto bene.»

Chiudendo gli occhi, Selena si concentrò e...
... con una rotazione dell'asse terrestre e una scossa alle molecole del suo cervello, invece di quelle del corpo, si smaterializzò e si ricompattò nel sacro luogo di pace della Vergine Scriba.

All'istante, proprio come se avesse succhiato direttamente da una vena, il suo corpo si alleggerì e fortificò, ma la sua mente non seguì l'esempio - nonostante il verde brillante delle foglie degli alberi e dei fili d'erba, le tinte pastello dei tulipani perennemente in fiore, il luminoso marmo bianco del dormitorio, il Tesoro, il Tempio delle Scrivane Segregate, lo Stagno dei Riflessi, si sentiva braccata anche se era chiaramente al sicuro.

Inoltre, soffrire di una malattia mortale della durata indefinita rendeva difficile riconoscere la differenza tra i sintomi che rientravano nella dicitura "normale", e quelli di maggiore rilevanza.

Per un po' rimase nello stesso punto in cui era arrivata, temendo, muovendosi, di innescare la manifestazione della propria malattia. Ma alla fine, cominciò a passeggiare. La temperatura dell'aria ferma era perfetta, né troppo calda né troppo fredda, il cielo al di sopra brillava di un azzurro fiordaliso, le terme risplendevano sotto la strana luce circostante... e si sentì come se fosse sola in un vicolo buio nel centro di Caldwell.

Quanto tempo? si chiese. Quante altre passeggiate avrebbe potuto godersi?

Tremando, si strinse nella veste mentre un consueto senso di tristezza e d'impotenza irruppe dentro lei, le schiacciò il petto, rendendole difficile respirare. Ma non si arrese alle lacrime. Le aveva versate tutte qualche tempo prima, tutti i perché-io, i cosa-succederebbe-se, e ho-bisogno-di-più-tempo erano terminati - prova che ci si abituava anche all'acqua bollente se ci stava dentro abbastanza a lungo.

Era venuta a patti con la realtà che non solo non le era stata concessa una vita completa, ma non avrebbe vissuto per niente - per cui, sì, doveva decidersi a salutare per sempre Trez. Lui era ciò che più si avvicinava a qualcosa che poteva definire suo, una scelta personale al posto di un'imposizione, un qualcosa che aveva conquistato, anche se per poco tempo, non un compito che le era stato assegnato.

Nel dirgli addio, Selena riconosceva che parte della sua vita le era appartenuta.

Lo avrebbe contattato il giorno seguente.

Al diavolo l'orgoglio...

Dopo un po', si accorse che i piedi l'avevano condotta al cimitero, e data la direzione dei suoi pensieri, non ne era sorpresa.

Le Elette erano essenzialmente creature immortali, create molto tempo prima come parte di programma di procreazione della Vergine Scriba dove i maschi più forti si accoppiavano con le femmine più intelligenti per garantire la sopravvivenza della specie. In principio, le femmine fertili venivano messe in quarantena lì, con il Primale come unico maschio a servirle per l'inseminazione. Tuttavia, col passare dei millenni, il ruolo delle Elette si era evoluto in modo da servire spiritualmente la Vergine Scriba, documentare la storia della Razza svoltasi sulla Terra, adorare la Madre della specie, e fungere da fonti di sangue per i membri della Confraternita senza compagne - per le quali alcuni avevano abbandonato il proprio ruolo, accettando la mortalità in cambio dell'amore, della libertà, della possibilità di generare bambini che non sarebbero stati condannati da rigide tradizioni.

E poi era arrivato l'attuale Primale, rinnovando anche le tradizioni più antiche.

Selena guardò attraverso il traliccio ad arco del cimitero; le statue di marmo delle sue sorelle si stagliavano minacciose nonostante fossero a una certa distanza e nascoste nei loro verdi confini.

Per tutto ciò di buono che l'antico programma di procreazione aveva fatto, ne era risultato anche qualcosa di infido, una prigione da cui, per quanto il Primale fosse di mentalità aperta, non poteva liberare Selena e le sue sorelle.

Nascosta nel profondo delle cellule delle Elette, giaceva una debolezza critica latente, un difetto creatosi proprio a causa del gruppo limitato di creature prescelte per la procreazione per rendere i vampiri invincibili.

Un sacrificio al fine di raggiungere la forza. La prova che la Madre della Razza poteva essere, e sarebbe stata, limitata da Madre Natura.

Le statue dall'altro lato la riempivano di terrore. Le eleganti figure all'interno del terreno circoscritto in realtà non erano di pietra - non nel senso che erano state scolpite da blocchi. Erano il corpi congelati di coloro che hanno sofferto dalla sua stessa malattia.

Erano i cadaveri delle sue sorelle che aveva percorso il sentiero calpestandolo con i propri piedi, irrigidite in pose di loro scelta, sigillate in un bel intonaco minerale che, insieme alle curiose proprietà atmosferiche del Santuario, li avrebbe preservati per l'eternità.

Il tremore la invase di nuovo come un'onda -
- e ancora una volta, si interruppe.

Questa volta, però, la cessazione non accompagnava un ritorno alla normalità.

Come se la vista di quei corpi paralizzati all'ultimo stadio fosse una sorta di ispirazione nei confronti di ciò che l'affliggeva, le giunture più ampie della parte inferiore del suo corpo si bloccarono, seguite dalla spina dorsale, i gomiti, il collo, i polsi. Si paralizzò completamente, immobile ma del tutto consapevole, il suo cuore che continuava a battere, gli occhi limpidi, la mente iperattiva in preda al panico.

Con un grido, provò a liberarsi di tutto, cercò di piegare le gambe, combatté per spostare i piedi, le braccia, tutto.
Ci fu un lieve cedimento sul lato sinistro, e che la sbilanciò. Dopo uno sbandamento e una giravolta, cadde a terra a faccia in giù, i sottili fili di erba le entrarono nel naso, nella bocca, negli occhi. Sapendo che rischiare di soffocare, mise tutta la forza che aveva per voltare la testa di lato in modo che le vie respiratorie fossero libere.

E quello si rivelò essere il suo l'ultimo movimento.

Dal suo punto di osservazione, era una telecamera rovesciata, la curiosa angolazione del Santuario sembrava come proiettata su uno schermo: fili d'erba in primo piano grandi come alberi, con il tempio dello Stagno dei Riflessi in lontananza, di cui si vedeva solo il tetto.

«Aiuto...» gridò. «Aiuto...»

Lottando contro le proprie ossa, provò a ricordare l'ultima volta che aveva visto ogni delle sue sorelle da quelle parti. Era stato...

Troppe notti prima. E anche allora, nessuno si era avventurato fino a questo punto del paesaggio, il cimitero veniva visitato di rado, e la zona esterna  veniva usata per i sacri riti di commemorazione - che non sarebbero avvenuti per molti mesi.

«Aiuto!»

Con una spinta immane, Selena combatté contro il proprio corpo. Ma tutto ciò che si vide fu una contrazione della mano, le dita scivolarono sul prato.

E questo fu tutto.

Le lacrime le inondarono gli occhi, il cuore martellava incessantemente e, per assurdo, lei desiderò non aver mai che chiesto una scadenza...

Dal profondo delle sue emozioni, l'immagine del volto di Trez - gli occhi neri a mandorla, i capelli rasati neri, la pelle scura - si compose nella sua mente.

Avrebbe dovuto dirgli addio prima.

«Trez...» gemette contro l'erba.

Mentre la sua coscienza si affievoliva, fu una porta che si chiudeva dolcemente, ma con fermezza, bloccando il mondo intorno a lei...


... tanto che non si accorse, qualche tempo dopo, della piccola, silenziosa la figura che le si avvicinò da dietro, fluttuava sull'erba, una luce splendente fuoriusciva al di sotto della tunica nera ondeggiante.