mercoledì 11 giugno 2014

Capitolo 10 di THE KING di J.R. Ward



The King

10

"... solo una di esse è un cambiamento rivoluzionario."

Mentre l'acqua nella doccia continuava a scorrere, il suono piacevole riverberava attraverso gli spogliatoi - e la testa di Wrath restava inclinata all'indietro: col pugnale contro la giugulare e una mano pesante stretta sulla treccia che scendeva lungo la sua schiena. Non poteva andare da nessuna parte.

Stringendo i denti, non sapeva se essere impressionato oppure se incoraggiare la lama affinché terminasse il lavoro.

Ma non aveva tendenze suicide. "Quali sono, Payne?" biascicò tra i denti.

La voce della femmina fu un basso ringhio proprio al suo orecchio. "Sappiamo entrambi che puoi liberarti se scegli di farlo. In un istante mi puoi sopraffare - la dimostrazione è stata più che esauriente in palestra."

"E la seconda?"

"Se l'ho fatto una volta, posso farlo di nuovo. E probabilmente la prossima volta non sprecherò il fiato cercando di provare che sono tua pari."

"Io sono il Re, lo sai."

"E io sono la figlia di una divinità, figlio di puttana."

Con quello, lo lasciò e fece un passo indietro.

Coprendosi i genitali, Wrath si voltò verso Payne. Non aveva mai visto le sue sembianze, ma gli era stato detto che somigliava a suo fratello, alta e potente. Sembrava avesse gli stessi capelli corvini e quei pallidi occhi di ghiaccio - e l'intelligenza era qualcosa che poteva giudicare da sé.

E, evidentemente, aveva anche le palle.

"Posso ucciderti," disse lei con durezza. "Quando mi pare. E non ho nemmeno bisogno di un'arma convenzionale. Sei più forte, certo - te lo concedo. Ma sono in grado di fare cose che tu neanche immagini."

"Allora perché non le hai usate?"

"Perché non voglio seppellirti in una tomba. C'è bisogno di te qui. Sei essenziale ai fini della razza."

Maledetto trono. "Quindi stai dicendo che ti saresti lasciata ammazzare in palestra?"

"Non mi avresti ucciso."

Oh, sì, stavo per farlo, pensò con disgusto verso se stesso. "Ascolta, Payne, possiamo girarci intorno per un anno e mezzo e non risolveremo niente. Non mi allenerò più con te. Mai."

"Sul serio ti aspetti che accetti un ragionamento basato sul mio sesso?"

"No, mi aspetto che rispetti il mio rapporto con tuo fratello."

"Non tirare in mezzo la stronzata della vecchia scuola con me. Sono adulta e ho un compagno. In alcun modo non permetterò che mio fratello abbia qualche diritto su di me -"

Wrath balzò in avanti. "Chi cazzo se ne importa. Vishous è mio fratello. Hai una vaga idea di cosa gli avrebbe fatto se ti avessi ucciso?" Si portò una mano alla testa. "Puoi scendere dal piedistallo per un secondo e provare a considerarlo? Anche se me ne sbattessi il cazzo di te, credi che glielo farei?"

Ci fu una pausa e lui ebbe la sensazione che Payne stesse per rispondere. Ma quando non sentì nulla, imprecò.

"E sì, hai ragione," disse evasivamente. "Tu combatti come un Fratello - e mi sono allenato con loro per anni, per cui lo so. Non sto interrompendo gli allenamenti perché sei una fottuta ragazza. È per lo stesso motivo per cui Qhuinn e Blay non possono lottare sul campo insieme, e perché Xhex, se mai decidesse di combattere con noi, non le sarebbe concesso di essere in squadra con John. È perché la dottoressa Jane non opererebbe tuo fratello oppure te. Si è troppo coinvolti in certe situazioni, mi capisci?"

Contro il rumore dell'acqua scrosciante, lui sentì che lei camminava intorno, i piedi nudi quasi silenziosi sul pavimento.

"Se tu fossi suo fratello invece di essere sua sorella, " disse Wrath, "sarebbe lo stesso. Il problema sono io, non tu - per cui fatti un favore e scendi dal pulpito femminista su cui sei salita. Mi sta annoiando."

Un po' rude, probabilmente. Ma aveva già dimostrato che essere civilizzato era fuori discorso per il momento.

Ancora silenzio. Fino a che Wrath quasi sollevò le mani in aria per la frustrazione - ma ricordò che non bisognava sfoggiare le sue bambinate.  "Andiamo, Payne. Apprezzo totalmente il tuo orgoglio nell'essere ferita. Ma ti voglio viva e vegeta più di quanto m'importi ferire i tuoi sentimenti."

Ci fu un altro lungo momento di silenzio. Ma non se n'era andata - riusciva a percepire la sua presenza quasi come la vedesse: era proprio sulla piastrella di fronte a lui, e si frapponeva tra lui e l'uscita.

"Pensi che non ti saresti fermato," disse lei rudemente.

"No." Wrath chiuse gli occhi, il rimorso che pungeva nel petto. "Lo so. E come ho detto, non ha niente a che fare con te. Ora ti prego, per l'amor di Dio, lascia perdere e fammi finire questa doccia."

Quando non ci furono più parole, Wrath percepì di nuovo il ribollire dentro di sé. "Che c'è?"

"Lascia che ti chieda una cosa."

"Non può aspettare fino a -"

"I Fratelli si allenano insieme, giusto?"

"No. Sono troppo occupati a prendere lezioni di lavoro a maglia nel tempo libero."

"Perché non si allenano più con te?" La sua voce divenne più bassa. "Perché non sei stato chiaro con loro? È cambiato dopo che sei salito al trono?"

"Dopo che sono diventato completamente cieco," sputò tra i denti. "È cambiato allora. Vuoi la data esatta?"

"Mi chiedo, se me ne andassi in giro far domande, se la gente sarebbe d'accordo con questa affermazione."

"Stai suggerendo che posso vedere?" Snudò le zanne. "Sul serio?"

"No, sto domandando se i tuoi fratelli sarebbero andati al tappeto per mano tua una volta messa la corona in testa. Ho la sensazione che la risposta sarebbe no."

"Adesso mi spieghi perché questo aspetto è rilevante," sbottò Wrath. "Perché l'altra opzione è vedermi perdere nuovamente il controllo - e entrambi sappiamo che divertimento è stato la prima volta."

Quando lei parlò, la sua voce era distante e lui ebbe la sensazione che si fosse spostata sotto l'arco che conduceva agli armadietti.

"Io credo che l'unico motivo per cui ci alleniamo insieme è perché sono una femmina." Quando Wrath aprì la bocca, lei lo precedette. "E penso che continueresti a combattere con me se fossi un maschio. Continua a ripeterti che riguarda mio fratello, va bene. Ma credo che tu sia più sciovinista di quanto pensi di essere."

"Fanculo, Payne. Davvero."

"Non litigherò con te. Perché non chiedi alla tua shellan, invece."

"Cosa?"

"Chiedile come si sente nel discutere con te."

Wrath colpì l'aria tra loro. "Esci fuori di qui. Prima di darmi una ragione per stringerti in un'altra dannata choke hold."

"Perché non vuole che tu sappia dove va quando lavori?"

"Chiedo scusa?"

"Le femmine non hanno segreti per i compagni che rispettano. E mi fermo qui, non dirò più niente. Ma cieco o no, hai bisogno di una più chiara visione di te stesso."

Wrath marciò in avanti sul pavimento bagnato. "Payne. Payne! Torna subito qui, in questo fottuto istante!"

Invece stava litigando con se stesso.

La femmina l'aveva lasciato da solo.

"Caaaaaaaaaaaazzo!" urlò a pieni polmoni.


*    *    *


Caaaaaaaaaaaazzo, pensò Trez quando ricominciò a respirare.

Riprendersi da un'emicrania era l'esatto contrario di un atterraggio morbido per ritornare cosciente. Di solito la prescrizione era cibo e l'attuale riposo - perché quella merdaccia sapeva che anche se ti trovavi in una stanza buia con nient'altro che il programma radiofonico Howard 100 all'iPhone, non riuscivi a metterti d'accordo con l'omino del sonno.

Eppure in quell'istante stava seriamente prendendo in considerazione anni di ritorno suoi propri passi e di errori. Quando la porta si chiuse alle spalle del fratello e Trez restò solo con l'Eletta Selena, ogni singola cellula del suo corpo cominciò a vibrare.

Oh, cavolo, doveva accendere una lampada col pensiero, anche se era un po' presto per le sue retine affrontare una vera luce -

Salve, dea.

Selena era alta, e anche se indossava la tradizionale tunica bianca del suo rango, era chiaro che il fisico fosse proprio come una donna dovrebbe essere: nulla appesantiva le sue curve, nemmeno il tessuto drappeggiato. E quando si parla di volti stupendi. Aveva labbra rosa e occhi azzurro chiaro, i lineamenti perfettamente simmetrici e disegnati per catturare lo sguardo di un maschio. E poi c'erano i capelli. Lunghi, spessi e scuri come la mezzanotte, che portava acconciati come lo stile delle Eletta, tutti avvolti alla sommità della testa.

Tutto ciò a cui riuscivi a pensare era di scioglierli e passarci le dita in mezzo.

Era perfetta da ogni punto di vista.

E non gli avrebbe dato tempo di giorno.

Il che rendeva la sua apparizione in quella camera con tutto il proprio carico di merda ancora più notevole.

"Sei stato gravemente malato," disse lei con dolcezza.

Trez strinse gli occhi. Quella voce. Merda, quella voce.
Aspetta, lei voleva una risposta, vero? Cosa aveva - "Naaa. Sto benissimo. Davvero."

Ed era duro come una roccia, fanculo a lui, sul serio. Dio, sperava che non avvertisse l'odore della sua eccitazione.

"Come posso aiutarti?"

Umm... che ne dici di lasciar cadere a terra quella tunica e saltare su questo letto? Dopodiché potrai cavalcarmi come un pony fino a sfinirmi?

"Può interessarti un po' di cibo?"

"Quale cibo?" borbottò lui.

"Tuo fratello ha preparato questa borsa."

È forse entrato qui, il bastardo? si chiese.

"Gli hai appena chiesto di andarsene."

Credo di sì. "Oh, sì. Giusto."

Trez si allungò sui cuscini e sobbalzò. Mentre si massaggiava le tempie, sentì che lei si avvicinava al letto - e con un gesto veloce, afferrò il pesante piumone e se lo tirò sulla pancia.

A volte "nudo" significava molto più che "non indossare vestiti."

Cavolo, l'espressione sul volto dell'Eletta era così preoccupata. Al punto che  dovette costringersi a ricordare che in passato lo aveva snobbato. Cosa che aveva realmente fatto.

Già, difettoso come la sua memoria a breve termine - almeno quando si trattava di cose tipo suo fratello che era nella stanza - che ricordava con esattezza  dove lui si trovava quando aveva visto questa femmina l'ultima volta... al pari dello scarso entusiasmo mostrato da parte di lei nei suoi confronti.

Ricordava con precisione anche come era venuto a conoscenza di lei. Aveva sentito il suo nome non appena Phury aveva liberato le Elette dal Santuario della Vergine Scriba e Selena, insieme alle altre, era andata a vivere nella proprietà che Rehvenge possedeva sulle Adirondack. L'aveva vista di tanto in tanto, ma Rehv si era trovato nei casini e lui era stato distratto.

Tuttavia, era passato. E lui e iAm erano andati a stare da poco alla magione su richiesta di Rehv - e lì l'aveva incontrata davvero, faccia a faccia.

Okay, c'era stato iAm con lui ma aveva potuto benissimo toglierselo dalla mente. Inoltre, nel momento in cui aveva visto quella femmina aveva dimenticato il proprio nome, gran parte del vocabolario inglese e il settantacinque per cento del suo senso di equilibrio.

Istantanea. Cosmica. Attrazione.

Almeno da parte sua.

Lei non era una fulminata, naturalmente - sebbene lui avesse delle speranze. E tendenze persecutorie. Nella settimana precedente, si era aggirato nella magione per diverse notti di fila, per poterla vedere nel mezzo di una delle sue visite per servire la Confraternita. Perché, ehi, nulla diceva "Voglio uscire con te," come causa di un ordine restrittivo.

Se fosse stato fortunato avrebbe potuto "imbattersi in lei." Da buon coglione, le aveva detto che era bellissima - e non con una battuta verso un'estranea. Intendeva proprio ciò che aveva detto. Sfortunatamente, e a differenza delle innumerevoli donne umane con cui si era intrattenuto, non ne era stata impressionata.

E quindi, perché quella visita?

Non che volesse porsi il problema di quella domanda nell'immediato.

"Cosa posso fare per te?" esclamò lei. E, diamine, la preoccupazione seria lo fece vergognare.

"Ah... al momento una di quelle bottiglie di Coca Cola, per favore."

Oh, sììììì, il modo in cui si muoveva mentre andava verso quella busta che aveva appoggiato per terra. Così fluido e uniforme, i fianchi si muovevano sotto la tunica, le spalle controbilanciavano, il suo...

Spostò gli occhi dalle sue attività posteriori.

Anche se, incredibile.

Quando lei si avvicinò al letto, lui si spostò al centro del materasso, sperando che non si sedesse. Non lo fece. Si chinò in avanti, porgendogli la bottiglia di plastica. Poi indietreggiò di un passo, tenendo una distanza rispettosa.
La bevanda emise un sibilo quando svitò il tappo.

"Per favore, dimmi cosa ti affligge."

Selena teneva le mani di fronte a lei e le torceva, le strizzava l'una con l'altra.

"Solo un'emicrania." Trez prese una lunga sorsata dalla bottiglia. "Cavolo, è fantastica."

Anche la vista era migliorata.

"Che cos'è?"

"Coca Cola." Trez si fermò prima di sorbire un secondo sorso della bevanda, quando capì che a cosa si stava riferendo. "Un'emicrania è un tipo di mal di testa. Nulla di eccezionale."

Beh, a parte il fatto che nelle ultime dodici ore si era sentito uno schifo.

I suoi bellissimi occhi si strinsero. "Se non è nulla di preoccupante, perché tuo fratello era così inquieto?"

"Lui è così. Un isterico." Trez chiuse le palpebre e beeeeevve. E di nuovo. "È il nettare dei dèi, sul serio."

"Non ho mai pensato a lui in questo modo. Naturalmente tu lo conosci meglio di me."

Quando Selena iniziò a gironzolare, lui desiderò che lei fosse almeno in parte interessata al suo petto completamente esposto: non era presuntuoso, ma di solito le femmine che lo guardavano non distoglievano lo sguardo.

"Non preoccuparti, starà bene," borbottò. "E anch'io."

"Ma sei stato chiuso qui dentro tutto il giorno - da quando sei tornato a casa la notte scorsa."

Stava per incazzarsi sul serio con se stesso quando pensò... aspetta un momento. "Come fai a saperlo?"

Il fatto che lei avesse distolto velocemente lo sguardo lo fece sedere un'altra volta.

"Tuo fratello ne ha parlato al piano inferiore."

Ne dubitava. iAm parlava di rado con le persone a meno che non dovesse farlo.

Quindi lei doveva averlo cercato. Giusto?

Trez abbassò le palpebre. "Ehi, ti spiace sederti qui - trovo difficoltà a guardare in alto."

Bugiardo.

"Oh, certamente."

Beeeeene.

Mentre lei si sistemava la tunica una volta seduta, lui sapeva di approfittarne, ma andiamo. Aveva passato un bel po' di tempo sdraiato sul pavimento di fronte alla tazza del gabinetto soltanto poche ore prima.

"Sei sicuro di non aver bisogno di un guaritore?" chiese lei, i suoi occhi lo ipnotizzarono al punto che le guardava chiudere le palpebre, le lunghe ciglia che salivano e scendevano. " E sii sincero questa volta."

Oh, lui voleva raccontarle una verità, ovviamente. Ma non c'era motivo per comportarsi da idiota.

"È solo un mal di testa che dura più a lungo. Davvero. E ne soffro da quando sono diventato adulto - mio fratello non ne soffre, ma ho sentito che ne soffriva mio padre. Non è proprio una passeggiata, ma nulla che possa ferirmi."

"Tuo padre è mancato?"

Trez irrigidì il viso per assicurarsi di non mostrare alcuna emozione. "È ancora vivo e vegeto. Ma per me è morto."

"Per quale ragione?"

"È una lunga storia."

"E... ?"

"Niente. Troppo lunga e troppo complicata."

"Avevi altri piani per questa sera, allora?" Questa frase venne detta come una piccola sfida.

"Ti stai offrendo di farmi compagnia?"

Lei abbassò lo sguardo sulle mani. "Questa... lunga storia che riguarda i tuoi genitori. È questo il motivo per cui non hai un cognome?"

Come faceva a saperlo... ?

Trez iniziò a sorridere ed era una buona cosa che lei stesse evitando i suoi occhi o avrebbe visto il suo sorriso a trentadue denti.

Qualcuno stava senza alcun dubbio raccogliendo informazioni su di lui - ed era dannatamente interessante.

E riguardo al cognome? "Quello è un falso. Lavoro nel mondo umano e avevo bisogno di una copertura."

"Che tipo di lavoro svolgi?"

Trez aggrottò la fronte, immaginando l'interno del suo club - e poi l'interno del bagno che aveva usato come casa della scopata per quante volte?

"Niente d'importante."

"Allora perché lo fai?"

Lui prese un'ultima sorsata dalla sua Coca Cola e guardò nel vuoto. "Chiunque ha avuto modo di essere da qualche parte."

Dio, non voleva parlare di quella parte della sua vita - al punto in cui lei doveva andarsene perché la conversazione era terminata, bene. Come un lampo, la lunga successione di immagini di lui che faceva sesso con donne umane balenò davanti ai suoi occhi, prendendo il posto di Selena fino a che non riuscì più a percepire il suo odore.

Per le Ombre, il corpo era un'estensione dell'anima - una realtà forse ovvia, ma di fatto, molto più complicata nel modo in cui la intendeva la s'Hisbe. In pratica, ciò che facevi al tuo corpo, come lo trattavi e lo accudivi - o non te ne curavi - era trasmutato direttamente al tuo nucleo interno. E se il sesso era di conseguenza l'atto più sacro della forma corporea, non doveva mai essere intrapreso con leggerezza, e di sicuro mai e poi mai con sporche, disgustose umane - specialmente quelle dalla pelle pallida.

Per le Ombre la pelle pallida equivaleva a una malattia.

Ma le regole non si limitavano alla razza degli Homo Sapiens. Fare l'amore era totalmente ritualizzato nel Territorio. Il sesso era programmato tra le coppie, o le metà, come venivano chiamati, pergamene formali venivano scambiate nei corridoi rivestiti di marmo, acconsentendo a richieste e passando attraverso una serie di direttive prescritte. E quando tutto era a posto? 

L'atto non veniva consumato durante le ore diurne, e mai e poi mai senza aver prima subìto il rituale del bagno. Veniva anche annunciato a tutti quanti, uno striscione speciale veniva appeso sulla porta della camera, un modo raffinato per dichiarare che, a meno che la casa non andasse a fuoco o qualcuno avesse un'emorragia arteriosa, non sarebbero stati ammessi disturbi fino a che uno o entrambi i membri coinvolti non uscissero da lì.

La controparte a tutti quegli ostacoli? Quando due metà si univano, poteva durare per giorni.

Oh, neanche la masturbazione era ammessa. Era considerata uno spreco nella comunione del gesto.

Per cui, sì, la sua gente non avrebbe soltanto aggrottato la fronte a causa della sua vita sessuale; quegli individui l'avrebbero toccato con delle pinze da barbecue mentre indossavano una tuta antiradiazioni e una maschera da saldatore. Aveva scopato delle donne alle undici del mattino, tre nel pomeriggio e mooooolto prima di cena.

Le aveva prese in posti pubblici e sotto i ponti, nei club e nei ristoranti, nei bagni e in squallide camere d'albergo - e nel suo ufficio. Forse solo nella metà dei casi aveva conosciuto i loro nomi, e di quell'immenso gruppo, poteva ricordarne uno su dieci.

E solo perché si erano comportate stranamente o gli avevano ricordato qualcos'altro.

E riguardo al discorso della pelle bianca? Lui non aveva fatto discriminazioni. Si era fatto tutte le razze di umane, qualche volta nello stesso momento. L'unico settore che non si era scopato, o da cui non si era fatto succhiare l'uccello, era stato quello maschile, ma solo perché non ne era stato attratto.

Se lo avessero attratto, se li sarebbe fatti.

Suppose che non tutto era perduto. Le Ombre non credevano nei rimedi e aveva sentito parlare di rituali purificanti - ma c'era solo un tizio che poteva riparare a quel danno.

L'ironia della storia, naturalmente, era che lui aveva sentito un ripugnante orgoglio nel rovinare se stesso per quanto poteva. Infantile, certo, ma era come se avesse mostrato il dito medio alla tribù e a tutte le loro ridicole stronzate - specialmente la figlia della regina, tutti credevano lui dovesse sbrigarsi a fare la cosa giusta e nel modo corretto per il resto della sua vita.

Anche se non l'aveva mai incontrata, non gli interessava diventare un giocattolo sessuale, e non voleva offrirsi volontario per essere rinchiuso in una gabbia dorata.

Ma era curioso.  A scapito di tutto ciò che odiava delle tradizioni in cui era nato, riuscì finalmente a scorgere uno scopo in esse: eccolo lì, fluttuando in uno stato da post emicrania, entro una distanza di bacio con una femmina che moriva dalla voglia di prendere. E sai cosa? Tutta quella ribellione di cui si compiaceva così tanto, lo fece sentire sporco e assolutamente inutile.

Non che la situazione attuale potesse mai verificarsi con Selena - lui era una puttana, ma non un visionario.

Merda.

Con un gemito, si lasciò cadere nuovamente sui cuscini. A dispetto della Coca Cola e del suo carico di zuccheri e caffeina, si sentiva fottutamente esausto.

"Perdonami," mormorò l'Eletta.

Non dire che devi andartene, pensò Trez. Anche se non lo merito in nessun senso, per favore, non lasciarmi -

"Hai bisogno di nutrirti?" chiese lei in tutta fretta.

Trez restò a bocca aperta. Di tutte le cose che si era preparato a sentire... Neanche. Lontanamente.

"Forse ho esagerato," disse lei, abbassando le palpebre. "È che sembri davvero provato... e a volte nutrirsi aiuta parecchio."

Porca... troia.

Non sapeva dire se aveva vinto la lotteria... o se era stato condannato a morte.

Ma il suo uccello sobbalzò di desiderio, e il sangue gli ruggì nelle vene, la parte dignitosa di lui che aveva a lungo seppellito parlò con calma, ma in maniera profonda.

No, disse. Né ora, né mai.


La domanda era... chi avrebbe vinto la sfida dentro se stesso, l'angelo o il diavolo?

mercoledì 4 giugno 2014

Capitolo 9 di THE KING di J.R. Ward



The King

9

Era una brutta emicrania.
Quando iAm aprì la porta della camera di suo fratello, la sofferenza del povero bastardo impregnava l'aria, rendendo difficile respirare - e anche vedere correttamente.

"Trez?"

Il gemito in risposta non suonava bene, era una combinazione tra il verso di un animale ferito e una gola dolorante dopo aver rimesso. iAm sollevò il polso nel fascio di luce alle sue spalle e imprecò verso il Piaget. Ormai il figlio di puttana avrebbe dovuto essere in netta ripresa, il corpo riemerso dal buco in cui il mal di testa l'aveva inghiottito.

Non in questo caso.

"Vuoi qualcosa per lo stomaco?"

Borbottio, borbottio, gemito, borbottio?

"Okay, sono sicuro che ne abbiano un po'."

Borbottio, lamento, lamento. Brontolio, brontolio.

"Sì, anche quello. Vuoi dei biscotti Milano?"

Llllllllllllllllllllamento.

"Affermativo."

iAm chiuse la porta e scese le scale che lo portarono  nella giuntura tra la galleria delle statue e il foyer del secondo piano. Al pari del resto della casa, tutto era silenzioso come una tomba, ma quando mise il primo piede sulla scalinata principale, il suo naso da chef colse i sottili odori del Primo Pasto che veniva preparato nell'ala delle cucine.

Più si avvicinava al territorio dei doggen, più il suo stomaco borbottava. Logico. Dopo aver preparato il sugo alla bolognese, aveva controllato suo fratello e poi aveva trascorso ore in palestra.

Dove aveva visto tanto di più rispetto alla sala pesi.

L'ultima cosa con cui avrebbe mai pensato di fare i conti era provare a togliere di dosso a quella guerriera il Re. Era stato costretto a interrompere l'allenamento quando aveva sentito urlare qualcuno ed era andato a controllare - al che aveva trovato, beh, il Re avvinghiato a quella femmina.

Inutile dire che provava un rinnovato rispetto per il vampiro cieco. C'erano davvero poche cose che iAm non era stato in grado di spostare nella sua vita adulta. Aveva cambiato una gomma come se stesse usando una chiave per pneumatici. Era stato visto spostare pentole piene di salsa grandi come lavabiancheria per tutta la cucina. Diavolo, aveva anche riposizionato una lavatrice e un'asciugatrice senza pensarci troppo.

E poi aveva dovuto togliere quel furgone da dosso al fratello due anni prima.

Un altro esempio di come la vita amorosa di Trez fosse fuori controllo.

Ma giù nel centro d'addestramento con Wrath? Non c'era stato modo di spostare quello stronzo. Il Re teneva la presa come un bulldog - e l'espressione sulla sua faccia? Nessuna emozione, né una smorfia né uno sforzo. E quel corpo - brutalmente forte.

iAm scosse la testa mentre attraversava la sala con l'albero di melo in fioritura.

Provare a spostare Wrath era stato come spingere un macigno. Non si era mosso per niente.

Quel canide però ce l'aveva fatta. Grazie a Dio.

Di solito ad iAm  non piacevano gli animali in casa - e di sicuro non era un tipo da cani. Erano troppo grossi, troppo dipendenti, la perdita di pelo. Ma adesso rispettava quel golden qualunque cosa fosse -

Meeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeooooooooowwwwwwwwwwww.

"Cazzo!"

Quando si parla del diavolo. Quando il gatto nero della Regina si strusciò tra i suoi piedi, iAm fu costretto a imitare Michael Jackson per evitare di pestarlo.

"Dannazione, gatto!"

Il felino lo seguì in cucina, sempre attorcigliandosi alle caviglie - quasi come se sapesse che lui stava pensando alla prestazione del cane e il gatto volesse determinare il proprio dominio.

Solo che i gatti non potevano leggere nel pensiero, naturalmente.

Si fermò a guardare quella cosa. "Che diavolo vuoi."

Non proprio una domanda, e a lui non importava dare al felino una possibilità di risposta.

Una zampa nera si sollevò e poi...

Nell'istante successivo, il maledetto gatto gli saltò in braccio, girandosi sulla schiena... e facendo le fusa come una Ferrari.

"Vuoi scherzare," borbottò. "Non mi piaci. Maledizione."

"Padrone, cosa posso fare per te?"

Quando Fritz, l'antico doggen maggiordomo, sollevò il viso grande quanto un manifesto, iAm si prese un momento per riconnettersi con la sua isola felice. Che, sfortunatamente, somigliava molto al film Saw - parti del corpo degli altri erano ovunque.

Ma era solo una fantasia indotta dallo stress. Ad esempio, ricordava che mooooolto tempo prima, non si lagnava di tutto e tutti. Sul serio. Era vero.

Zampa, zampa, zampa. Sulla sua camicia.

"E che cazzo." Cedette e massaggiò il pancino nero. "E no, non ho bisogno di niente."

Le fusa si fecero così forti che dovette allungarsi verso il maggiordomo. "Cosa hai detto?"

"Che sono felice di procurati qualunque cosa di cui hai bisogno."

"Sì. Lo so. Ma mi occuperò io di mio fratello. Nessun altro. Sono stato chiaro?"

Ora il gatto stava strofinando la testa contro i suoi pettorali. Poi si allungò con impazienza.

Oh, Dio, questa era brutta - specialmente quando il viso già cadente del maggiordomo si afflosciò fino alle ginocchia nodose.

"Ah, merda, Fritz -"

"È malato?"

iAm chiuse velocemente gli occhi quando riconobbe la voce della femmina. Fantastico. Un'altra fazione d'ascoltare.

"Sta bene," disse iAm senza guardare l'Eletta Selena.

Lasciandosi chi dava consigli non richiesti alle spalle, si diresse alla dispensa col gatto scroccone e...

Giusto. Come avrebbe trasferito tutto quel carico di razioni da post emicrania dagli scaffali con le braccia impegnate da -

Qual era il suo nome?

Bene. Sarebbe stato Maledetto Gatto, allora.

Abbassando lo sguardo verso quegli enormi occhi appagati, iAm strinse le labbra mentre lo accarezzava sotto il mento. Dietro un orecchio.

"Okay, adesso basta così." Si mise a giocare con una zampa. "Ora ti metto a terra."

Riprendendo il controllo, spostò il gatto dalla sua posizione supina e provò a metterlo a terra -

In qualche modo, l'animale riuscì ad aggrapparsi con gli artigli alle fibre del suo maglione di lana e restò appeso davanti a lui come una cravatta.

"Vuoi scherzare."

Ci furono altre fusa. Un solo battito di ciglia su quegli occhi luminosi. Un'espressione di possesso che fece intuire ad iAm che quella interazione sarebbe andata come voleva il gatto - e come nessun altro.

"Forse posso essere d'aiuto?" chiese Selena dolcemente.

iAm borbottò un'imprecazione e fissò il gatto. Quindi toccava all'Eletta. Ma smettere di provare a togliergli il maglione? Maledetto Gatto ci era appiccicato sopra.

"Mi servono quei biscotti Milano là sopra." L'Eletta si allungò e prese un sacchetto della Pepperidge Farm dal reparto stuzzichini. "E avrà bisogno di alcune di quelle tortilla."

"Semplici o al gusto lime?"

"Semplici." iAm rinunciò completamente e riprese a coccolare Maledetto - e subito il gatto si sdraiò come iAm fosse una poltrona o un divano della La-Z-Boy.

"Vorrà anche una di quelle torte della Entenmann. E gli porteremo anche tre coche ghiacciate, due bottiglie grandi di Poland Spring a temperatura ambiente e una pernice su un pero."

(iAm cita la Christmas Carol "I dodici giorni di Natale", una canzoncina che parla di doni in maniera esponenziale, partendo dal numero 1 fino ad arrivare a 12 regali, questo per intendere quante cose gli stanno portando.)

Dopo uno dei suoi mal di testa, Trez desiderava idratazione, glucosio e caffeina. Aveva senso. Stare dodici ore senza cibo non era una buona notizia. E poi c'era tutto quel vomitare con cui aveva dovuto confrontarsi.

Cinque minuti dopo, lui, l'Eletta e Maledetto Gatto si diressero al terzo piano. E iAm riuscì almeno ad aiutare portando le lunghe bottiglie d'acqua sotto le ascelle. Fritz aveva anche fornito una di quelle borse con maniglie della Whole Foods per trasportare il resto.

Cristo, avrebbe preferito mille volte fare quel tragitto da solo.

"Gli piaci moltissimo," commentò la femmina mentre salivano le scale.

"È mio fratello. Sarebbe meglio che lo facesse."

"Oh, no - intendevo il gatto. Boo ti adora."

"Il sentimento non è reciproco."

iAm aveva voglia di sbattere in faccia alla femmina un "Ci penso io" quando arrivarono alla porta della camera da letto - ma Maledetto non aveva alcuna intenzione di andarsene da qualche altra parte.

E così l'Eletta Selena sarebbe finita direttamente nel letto di Trez.

Proprio la situazione di cui non aveva bisogno.

Grazie mille, gatto.

Quando la porta si spalancò, la luce penetrò all'interno e, come la fortuna aveva voluto, quella merda illuminò Trez mentre quella grossa, brutta prominenza si mostrava.
Qualcuno aveva percepito l'odore della femmina.

Oh, porca puttana.

E perché cazzo quello stronzo non poteva apparire al peggio? Suo fratello avrebbe dovuto somigliare a una schifosa carogna di animale dopo quel che aveva passato durante il giorno.

"Dove lo metto?" chiese l'Eletta a uno di loro o a entrambi.

"Sul ripiano," mormorò iAm. Era il punto più lontano dal letto -

"Lasciaci soli," esclamò con un grugnito il paziente.

Okay, grazie a Dio Trez si stava finalmente riprendendo. L'Eletta poteva riprendere le sue faccende e lui e suo fratello potevano tentare di nuovo la storia del pentimento...

iAm si rese conto che nessuno si muoveva. Eppure Trez era ancora sollevato e l'Eletta era immobile come un cervo dinanzi ai fari di un auto. E entrambi guardavano lui.

"Cosa c'è?" disse.

Quando infine comprese, iAm strinse gli occhi fissando il fratello. "Dici sul serio?"

"Lasciaci soli," si limitò a ripetere il bastardo.

Maledetto Gatto smise di fare le fusa tra le sue braccia, come se l'animale avesse capito che nella stanza c'era una pessima atmosfera.

Ma la questione era che non potevi trattare con gli stupidi - e iAm si era stufato di tentare, era pronto a gettare la spugna.

Voltandosi verso l'Eletta, disse a bassa voce, "Stai attenta."

Per concludere, portò Maledetto e il suo culo triste fuori da quella stanza.

Era senza dubbio la cosa migliore. Nei confronti del fratello si sentiva come si era sentito con Wrath, e non ne sarebbe venuto fuori niente di buono.

Avviandosi verso le scale, fece il percorso a ritroso. Di tanto in tanto, allungò la mano verso l'animale tra le sue braccia, accarezzandogli con gesti circolari il mento con la punta delle dita. Una volta tornato in cucina, che era gremita dal personale di turno, decise che era giunto il momento di riunirsi nuovamente alla sua ombra.

"Fritz."

Il maggiordomo lasciò perdere all'istante le cruditè che stava preparando. "Sì, Padrone! Desidero essere di aiuto."

"Prendi questo." iAm si tolse il gatto di dosso, divincolando entrambi gli artigli anteriori dal maglione. "E fai tutto ciò che va fatto."

Quando si voltò, sentì il bisogno di girarsi a guardare e assicurarsi che Maledetto stesse bene. Ma perché cazzo avrebbe dovuto farlo?

Doveva tornare da Sal e controllare il suo personale. Di solito andava al ristorante nel primo pomeriggio, ma niente era stato come "al solito", con quella merda di emicrania. Ogni volta che suo fratello ne aveva una, entrambi soffrivano di mal di testa. E ora col veloce recupero di Trez che senza alcun dubbio se la sarebbe spassata con quell'Eletta, era giunto il momento di tornare sui suoi passi.

Se solo fosse riuscito a evitare di uscire fuori di testa.

Gesù Cristo, Trez stava per scopare con quella femmina. E solo Dio sapeva dove quel gesto li avrebbe condotti tutti.

Appena raggiunse l'uscita, chiamò da sopra la sua spalla, "Fritz."

Attraverso il baccano della preparazione del Primo Pasto, il doggen rispose, "Sì, Padrone?"

"Non ho mai visto del pesce qui. Perché?"

"Il Re non lo gradisce."

"Permette di averlo in casa?"

"Oh, certamente, Padrone. Solo non al suo tavolo e di sicuro mai nel suo piatto."

iAm fissò i pannelli della porta di fronte a lui. "Voglio che mi procuri del salmone fresco lo metti a bollire. Stasera."

"Naturalmente. Non sarà pronto prima del Primo Pasto per te -"

"Non per me. Io odio il pesce. È per Maledetto Gatto. Voglio che glielo serviate regolarmente." Aprì la porta. "E dategli anche della verdura fresca. Cosa mangia?"

"Soltanto il meglio. Una dieta a base di cibo della Hill's Science."

"Scopri cosa c'è in quelle scatolette - e voglio che tutto venga preparato a mano. Niente più ingredienti segreti per lui d'ora in avanti."

L'approvazione sbocciò nella voce del vecchio doggen: "Sono certo che Padrone Boo apprezzerà il vostro interesse speciale."

"Non mi interessa quella palla di pelo."

Completamente irritato con se stesso e con chiunque altro sul pianeta, uscì a passo di marcia non solo dalla cucina, ma dalla magione. Bel tempismo. Il sole era già tramontato e la luce iniziava a spegnersi nel cielo.

Amava la notte e si prese un momento per fare un profondo respiro. La fredda aria invernale gli fece fischiare le cavità nasali.

Se fosse stato un vero maschio, libero dalle catene di suo fratello e dalla prigionia imposta a Trez dai loro genitori, avrebbe scelto un'altra vita. Se ne sarebbe andato da qualche parte a ovest, lontano dalla terraferma e da chiunque altro.

Non che lui fosse un eremita per natura. Semplicemente non dava importanza a ciò che molti altri invece davano in abbondanza. Nella sua testa,  il mondo non aveva bisogno di un altro iPhone, o di una rete internet più veloce, oppure un'esclusiva sulla ventisettesima edizione di Real Housewives. Diavolo, a chi cazzo importava se un vicino aveva una casa/auto/barca/roulotte/tagliaerba più grande? Perché doveva infastidire se qualcuno aveva un orologio/anello/telefono/televisore/biglietto della lotteria migliore? Per non parlare delle scarpe sportive.

Sempre ipermodaiole. Spot di makeup, tragedie di star del cinema, acquirenti compulsivi sul canale televisivo per le vendite e stupidi automi umani che credevano ancora a ciò che i predicatori gli infilavano in gola.

E no, non erano solo gli umani a bersi tutta quella merda.
I vampiri erano ugualmente responsabili - indossavano solo la loro superiore mentalità schiavista su quei ratti senza coda.

Erano talmente tante le esaltazioni su chi erano davvero dettate da ciò che veniva inculcato loro di volere, di necessitare, di cercare, di acquisire.

D'altronde, non era riuscito a liberarsi della tragedia del fratello, per cui eccolo lì -

Quando il telefono cominciò a squillare nella tasca, allungò una mano e lo prese. Sapeva chi stava chiamando anche prima di guardare lo schermo, accettò la chiamata e mise il cellulare all'orecchio.

Quella piccola parte di lui in cui era divampata la vita morì ancora una volta nel centro del suo petto.

"Vostra Eccellenza," salutò il Gran Sacerdote. "A cosa devo questo onore?"

*    *    *

Assail controllò l'orologio mentre andava avanti e indietro nella sua cucina. Si girò verso il lavandino. Andò verso il mobile bar. Controllò di nuovo l'orologio.

Ehric se n'era andato ventuno - no, ventidue minuti prima - e il viaggio ne richiedeva al massimo venticinque.

Il cuore gli batteva sordo nel petto. Aveva un piano per quella sera e questa prima parte era critica ai fini della conclusione.

Tirò fuori il cellulare e iniziò a digitare -

Il doppio bip che sentì indicava che un veicolo stava entrando in garage.

Assail corse all'ingresso, spalancò la porta blindata e provò a guardare attraverso gli scuri vetri antiproiettile della Range Rover. I cugini avevano messo in sicurezza...

Il protocollo prevedeva di aspettare che tutto fosse nuovamente chiuso prima di uscire da qualsiasi veicolo, ma l'impazienza e quella paura che lo affliggeva gli fece gettare il buon senso fuori dalla finestra. Correndo sul pavimento liscio di cemento, raggiunse il SUV mentre Ehric spegneva il motore e usciva insieme al fratello.

Prima che Assail potesse valutare le espressioni sulle facce dei cugini, o iniziare ad abbaiare affinché gli dessero spiegazioni, lo sportello posteriore si aprì lentamente.

Ehric e suo fratello s'immobilizzarono. Come se non avessero avuto nessun controllo sul loro carico - e sapevano che ora sarebbe potuto accadere di tutto.

L'anziana femmina umana che scese era alta un metro e cinquantadue centimetri ed era tarchiata come un cassettone. I capelli erano spessi e bianchi ed erano arricciati all'indietro, scoprendo un viso rugoso, gli occhi scuri fissavano luminosi e intelligenti da sotto le palpebre appesantite. Al di sotto di uno stazzonato cappotto di lana nera, il suo abbigliamento era semplice, un abito a sacco a fiori blu, ma le scarpe dal tacco basso e la borsa abbinata erano di vernice - come se avesse voluto indossare il meglio di ciò che aveva nell'armadio.

Assail le fece un inchino. "Signora, benvenuta."

La nonna di Sola tenne la piccola borsa sotto il seno. "I miei effetti. Li voglio."

Il suo accento portoghese era marcato, e lui dovette mettere ordine tra le parole per tradurre quel che aveva detto.

"Bene." Assail fece un cenno ai cugini e a quel comando, andarono sul retro del SUV e tirarono fuori tre modeste valigie spaiate. "La sua stanza è pronta."

Lei annuì brevemente. "Faccia strada."

Quando Ehric arrivò col bagaglio, sollevò un sopracciglio e aveva ragione a essere scioccato. Ad Assail non piaceva molto prendere ordini.

Eppure a lei sarebbero state fatte delle concessioni.

"Naturalmente." Assail fece un passo indietro e s'inchinò di nuovo, indicando la porta da cui era uscito.

Regale come una regina, la piccola vecchietta si avviò verso i tre gradini bassi che conducevano in casa.

Assail balzò avanti per aprire le varie porte. "Questo è il nostro ripostiglio. Avanti c'è la cucina."

Entrò dietro di lei, deglutendo con impazienza. Eppure non c'era alcuna fretta. Doveva essere certo che la facciata legittima dell'impero di Benloise fosse svuotata dai suoi mercanti d'arte e gli impiegati d'ufficio prima di andarci. E mancava ancora un'ora buona almeno.

Continuò il suo giro. "Al di là ci sono la zona pranzo e la zona intrattenimento." Mentre faceva strada in quell'enorme open space che sovrastava il fiume Hudson, guardò i suoi arredi sparsi con nuovi occhi. "Non che m'interessi l'intrattenimento."

Non c'era niente di personale in quella casa. Solo gli allestimenti che erano stati montati per vendere la proprietà, tappeti e vasi anonimi, e un set di divani e poltroncine in tinta neutra. Lo stesso valeva per le camere da letto, di cui quattro erano laggiù e una al secondo piano.

"Il mio ufficio è qui -"

Si fermò. Aggrottò la fronte. Si guardò attorno. Dovette tornare sui propri passi verso la cucina per trovare il gruppo variegato.

La nonna di Sola aveva la testa nel frigorifero Sub-Zero, sembrava uno gnomo che cercava un posto fresco in piena estate.

"Signora?" chiese Assail.

Lei chiuse lo sportello e si diresse  verso gli armadietti a tutt'altezza. "Non c'è nulla qui. Nulla. Cosa mangiate?"

"Ah..." Assail guardò i cugini in cerca di supporto. "Di solito mangiamo in città."

Lo sbeffeggio della signora anziana era l'equivalente di E che cazzo. "Ho bisogno di alimenti di base."

Si voltò sulle piccole scarpe lucenti e si mise le mani sui fianchi. "Chi mi porta al supermercato."

Non era una richiesta.

E mentre lei fissava tutti e tre, Ehric e il violento assassino del suo gemello apparvero sconcertati quanto Assail.

La serata era stata pianificata al minuto - e un giretto all'Hannaford locale non era sulla lista.

"Voi due siete troppo magri," annunciò la donna, agitando la mano in direzione dei gemelli. "Dovete mangiare."

Assail si schiarì la gola. "Signora, è stata portata qui per la sua incolumità." Non avrebbe permesso a Benloise di fare armi e bagagli e fuggire - e quindi lui doveva assicurare al minimo un potenziale danno collaterale. "Non per cucinare."

"Ha già rifiutato il denaro. Non resterò qui gratis. Mi guadagnerò vitto e alloggio. È così che deve andare."

Assail lasciò andare un lungo e lento respiro. Ora sapeva da chi Sola aveva preso la sua indipendenza.

"Beh?" domandò la donna. "Io non guido. Chi mi porta."

"Signora, non preferirebbe riposare -"

"Il mio corpo riposerà quando sarà morto. Chi."

"Abbiamo un'ora," disse evasivamente Ehric.

Mentre Assail guardava l'altro vampiro, la vecchietta si sistemò la borsetta al braccio e annuì. "Allora mi porterà lui."

Assail incontrò direttamente lo sguardo della nonna di Sola e abbassò la voce di un mezzo tono in modo che la frase successiva suonasse rispettosa. "Pago io. Siamo chiari - non spenderà un centesimo."

Lei aprì la bocca come se volesse discutere, ma era testarda - non stupida. "Allora farò i rammendi."

"I nostri indumenti sono in condizioni -"

Ehric si schiarì la gola. "In realtà ho un paio di bottoni lenti. E la striscia di velcro del suo giubbotto protettivo è -"

Assail guardò oltre la sua spalla e mostrò le zanne all'idiota - fuori dal campo visivo della nonna di Sola, naturalmente.

Riassumendo la propria espressione, Assail si voltò e -

Capì d'aver perso. La nonna aveva inarcato un sopracciglio, gli occhi scuri fermi come quelli di un nemico che non aveva mai affrontato. Assail scosse la testa. "Non posso credere di negoziare con lei."

"E ha accettato le condizioni."

"Signora -"

"Allora è deciso."

Assail alzò le mani. "Bene. Avete quarantacinque minuti. Questo è tutto."

"Saremo di ritorno in trenta."

Dopodiché, la donna si voltò e si diresse alla porta. Nella sua minuscola scia, i tre vampiri cominciarono a giocare a pingpong oculare.

"Andate," disse Assail a denti stretti. "Tutti e due."

I cugini si avviarono verso la porta del garage - ma non la raggiunsero. La nonna di Sola si voltò mettendo le mani sui fianchi.

"Dov'è il suo crocifisso?"

Assail sobbalzò. "Chiedo scusa?"

"Non siete cattolici?"

Mia piccola dolce donna, noi non siamo umani, pensò.
"Temo di no."

Due occhi fissi come un raggio laser si fermarono su di lui. Su Ehric. Sul fratello di Ehric. "Questa cosa cambierà. È la volontà di Dio."

E uscì, a passo di marcia attraverso l'ingresso, spalancò la porta e sparì in garage.

Quando la massiccia barriera d'acciaio si chiuse automaticamente, Assail riuscì solo a sbattere le palpebre.

Anche gli altri due erano esterrefatti. Nel loro mondo, il dominio si stabiliva attraverso la forza e la manipolazione da parte di maschi persuasivi. La posizione si guadagnava o si perdeva in competizioni  che finivano spesso in bagni di sangue e il risultato veniva dato dalla conta dei corpi.

Quando uno veniva da quell'orientamento, di sicuro non si aspettava di venire castrato nella propria cucina da una donna che non aveva nemmeno un coltello. E avrebbe gradito salire sulla scala a libretto e rimuovere la suddetta parte anatomica.


"Non statevene là," sbottò Assail. "Sarebbe capace di guidare lei."