mercoledì 14 maggio 2014

Capitolo 6 di THE KING di J. R. Ward


The King

6

"È vivo?"

Beth sentì le parole uscire dalla propria bocca, ma era cosciente di averle dette solo a metà. Era già abbastanza terrificante quando un ragazzo forte quanto John Matthew dava fuori di matto in quel modo - e cosa peggiore? Si era ripreso per un minuto e mezzo, aveva provato a dirle qualcosa ed era svenuto di nuovo.

"Bene," disse la dottoressa Jane premendo lo stetoscopio sul cuore del ragazzo. "Okay, ora devo misurargli la pressione sanguigna -"

Blay le mise tra le mani il polsino da braccio floscio e la donna lavorò in fretta, l'avvolse attorno al bicipite muscoloso di John e gonfiò con la pompetta. Ci fu un lungo sibilo troppo forte, e Beth si allungò all'indietro appoggiandosi al suo hellren mentre aspettavano i risultati.

Sembrò volerci una vita. Nel frattempo, Xhex tenne la testa di John poggiata nel suo grembo - e Dio, quella era dura: quando qualcuno che ami sta male e non hai idea di cosa stia per accadere.
"Un po' bassa," mormorò Jane liberando il braccio di John dal velcro. "Ma nulla di catastrofico -"

Gli occhi di John cominciarono ad aprirsi, le palpebre a salire e scendere.

"John?" disse Xhex con voce dura. "Stai tornando da me?"
Sembrava di sì. Si voltò alla voce della sua compagna e alzò una mano tremante, strinse quella di lei e la fissò negli occhi. Ci fu una specie di scambio di energia e, un momento più tardi, John si mise seduto. Si alzò. Ci fu un lieve dondolio laterale quando si abbracciarono e restarono anima contro anima per un lungo istante.

Quando il fratello infine si voltò nella sua direzione, Beth si liberò dalle braccia di Wrath e strinse forte il maschio più giovane. "Mi spiace così tanto."

John si tirò indietro e con le mani disse, Per cosa?

"Non lo so. Io volevo soltanto - non lo so."

Quando scostò le mani, lui scosse la testa. Non hai fatto nulla di sbagliato. Beth - sul serio. Sto bene ed è fantastico.

Guardando nei suoi occhi blu, cercò la risposta a ciò che era successo e a ciò che aveva detto, come se potesse leggervela all'interno. "Cosa stavi cercando di dirmi?" sussurrò.

Nell'istante in cui sentì le proprie parole, Beth imprecò. Non era proprio il momento adatto. " Scusami, non volevo chiederti quello -"

Stavo dicendo qualcosa? disse con le mani.

"Lasciamogli un po' di spazio," disse Wrath. "Xhex, vorrai portare il tuo uomo nella vostra camera."

"Amen l'hai detto." La femmina dalle spalle ampie si fece avanti, strinse un braccio attorno alla vita di John e lo condusse attraverso la galleria delle statue.

La dottoressa Jane sistemò nuovamente l'attrezzatura nella sua piccola borsa nera. "È giunto il momento di capire cosa causa queste crisi."

Wrath imprecò a bassa voce. "Ha bisogno di un'autorizzazione medica per combattere?"

Jane si alzò in piedi, stringendo gli occhi acuti. "Mi odierà, ma no. Prima di tutto voglio fargli una risonanza magnetica. Sfortunatamente, per quello, dovremo organizzarci."

"Come posso essere d'aiuto?" chiese Beth.

"Ora vado a parlare con Manny. Havers non ha quel tipo di attrezzatura e nemmeno noi." La dottoressa Jane si passò una mano tra i corti capelli biondi. "Non ho idea di come lo faremo entrare al St. Francis, ma è lì che dobbiamo andare."

"Cosa credi che non funzioni?" interferì Beth.

"Senza offesa, ma non credo che vorresti saperlo. E adesso, lasciami organizzare e -"

"Io vado con lui." Beth fissò così duramente la shellan di V che fu una sorpresa che non le avesse fatto un buco in testa. "Se deve fare quell'esame, io vado con lui."

"Bene, ma ridurremo il numero della squadra al minimo. Sarà già difficile portarla a termine senza che ci segua un esercito."

La compagna di Vishous si voltò e scese le scale di corsa, e mentre scendeva, perse gradualmente la forma, il peso corporeo e la struttura svanirono fin a che non restò che un fantasma fluttuante sul tappeto.
Che sia un ectoplasma o in forma solida, poco importa, pensò Beth. Avrebbe preferito farsi curare da quella donna piuttosto che da chiunque altro sul pianeta.

Oh, Dio... John.

Beth si voltò verso Blay e Qhuinn. "Sapete cosa stava cercando di dirmi?"
Entrambi si voltarono verso Wrath. E poi negarono velocemente con la testa.

"Bugiardi," mormorò. "Perché non volete dirmi -"

Wrath cominciò a massaggiarle le spalle, come se volesse rabbonire la piccola donna - e questo non indicava che, anche se i particolari erano sconosciuti a causa della sua cecità, aveva letto le emozioni? Era così. Lui sapeva qualcosa.

"Lascia perdere, leelan."

"Non mettete in mezzo la fratellanza con me," disse lei tirandosi indietro e fissando la brigata cazzuta. "Quello è mio fratello - e stava cercando di dirmi qualcosa. Merito di saperlo."

Blay e Qhuinn s'impegnarono a fissare il tappeto. Lo specchio sul tavolino vicino alle porte aperte dello studio. Le unghie delle mani.

Chiaramente, speravano che si aprisse un fosso sotto le loro scarpe e li inghiottisse.

Beh, davvero un peccato, ragazzi - la vita non era un episodio di Doctor Who. E sai cosa? L'idea che quei due - al pari di ogni altro maschio nella casa - si sarebbero sempre sottoposti al giudizio di Wrath la fece incazzare ancora di più. Ma non volendo sbattere i piedi a terra e sembrare una cretina, non aveva alcuna possibilità se non rimandare il litigio a quando lei e il compagno avessero avuto un po' di privacy.

"Leelan -"

"Il mio gelato si sta sciogliendo," mormorò prendendo il vassoio. "Si farebbe mattina ad aspettare che uno di voi tre sia sincero con me. Ma non dovrei essere in ansia per questo, vero?"

Mentre usciva dalla stanza, l'inquietudine che la seguì non era una novità - sempre da quando Wrath era stato colpito, si aspettava che stesse per accadere l'inevitabile, e cavolo,  vedere suo fratello su quel tappeto di sicuro aumentava di molto quella paranoia.

No.

Andando verso la porta della camera che era stata di Blay prima che si trasferisse da Qhuinn, si ricompose.
Non funzionò, ma bussò in ogni caso. "Layla?"

"Entra," fu la risposta soffocata.

Tenendo timidamente in bilico il vassoio contro il fianco, era difficile tenere una buona presa sulla maniglia -

Payne, la sorella di V, l'aprì con un sorriso. E, accidenti, aveva una presenza notevole, specialmente tutta vestita di pelle nera: era l'unica femmina a combattere sul campo assieme ai Fratelli - e doveva appena essere rientrata da un turno.

"Buonasera, mia regina."

"Oh, grazie." Beth alzò il suo fardello e entrò nella camera da letto color lavanda. "Sto portando i viveri."

Payne scosse la testa. "Credo piuttosto che sia necessario. Penso proprio che non le sia rimasto nulla nello stomaco - infatti suppongo che abbia rigettato anche tutto il cibo ingerito nell'ultima settimana."

Quando dal bagno arrivò il rumore di conati, entrambe fecero una smorfia.

Beth diede un'occhiata alla ciotola di Breyers. "Forse dovrei tornare più tardi -"

"Non osare," urlò l'Eletta. "Sto benissimo!"

"A me non sembra -"

"Sto morendo di fame! Non osare andartene."

Payne strinse le spalle. "Ha un atteggiamento fantastico. Sono venuta qui per prendere ispirazione - anche se non voglio entrare nel mio bisogno, che il motivo per cui ora devo andarmene."

Quando la sorella di V fece nuovamente spallucce, come se il ciclo femminile e l'intera storia del bambino non le interessasse, Beth appoggiò il vassoio su una consolle antica. "Beh, in realtà... è quello che io spero."

L'espressione abbattuta di Payne la fece imprecare. "Quel che voglio dire è... um..."

Già, come poteva uscirsene?

"Tu e Wrath state per avere un bambino?"

"No, no, no - aspetta." Coi palmi in fuori, provò a elaborare un escamotage plausibile. "Ah..."

L'abbraccio di Payne fu veloce come un soffio e forte come quello di un maschio, e tirò l'aria fuori dai polmoni di Beth. "Questa è una meravigliosa notizia -"

Beth riuscì a liberarsi in qualche modo da quelle barre d'acciaio. "Veramente, non ancora. Io, ecco... non dire a Wrath che sono qui, va bene?"

"Vuoi fargli una sorpresa! Che romantico!"

"Sì, sarà sorpreso di sicuro." All'occhiata strana di Payne, Beth scosse la testa. "Guarda, per essere onesta, non so se il mio bisogno sarà veramente una bella notizia."

"Un erede al trono potrebbe aiutarlo sul serio, penso. Se pensi in termini di politica."

"Non l'ho fatto e mai lo farò." Beth si mise una mano sullo stomaco e provò a immaginarci dentro qualcos'altro a parte tre pasti completi e un paio di dolci. "Io... vorrei davvero avere un bambino, e non sono sicura che la pensi come me. Ma se succedesse... beh, forse sarà una cosa positiva."

Al  momento attuale, lui aveva detto una volta di non vedere bambini nel loro futuro. Ma era passato un po' di tempo da allora e...

Payne le strinse dolcemente la spalla. "Sono felice per te - e spero che funzioni. Ma come ho detto, farei meglio ad andarmene, perché se quella vecchia superstizione è vera, non voglio trovarmi nei guai." Si voltò verso la porta parzialmente aperta del bagno. "Layla! Devo andarmene!"

"Grazie per essere venuta! Beth, tu resti, vero?"

"Sì. Resto qui fino alla fine."

Quando Payne se ne andò, Beth si sentiva troppo carica per sedersi, l'idea di nascondere qualcosa a Wrath non andava bene. Morale della favola, dovevano parlarne; era solo questione di trovare il "momento" giusto per farlo.

E tutta la storia relativa al bisogno/bambino non era l'unica cosa a essere in sospeso. Quello scontro con Wrath e i ragazzi ancora faceva male. Uomini. Amava la Confraternita - ognuno di loro avrebbe dato la propria vita per lei e avrebbe sempre messo corpo e anima dove sarebbe stato necessario per Wrath. Ma qualche volta quella roba da uno per tutti e tutti per uno le dava sui nervi -

Ancora altri conati di vomito. Al punto che Beth sussultò e si prese il viso tra le mani.

Tieniti pronta per questo, disse a se stessa. Era una cosa buona avere la fissa per le bamboline e i giocattoli di peluche, tutti coccole e tenerezza, ma c'era un livello base nel ruolo del genitore - e nella gravidanza - di cui era meglio fosse pronta a occuparsene.

Anche se di questo passo, non sembrava che il suo bisogno avesse intenzione di farsi vedere. Era stata in quella stanza ogni notte per quanto tempo? E sì, si sentiva ricettiva a livello ormonale - oppure poteva essere che la vita si era fatta troppo difficile.

Già, ed era proprio in quel momento che provi ad avere un bambino.

Doveva essere pazza.

Sedendosi sul letto e allungando le gambe, prese il suo contenitore di Ben & Jerry's e vi affondò il cucchiaio. Tirò fuori i pezzi di cioccolato e li triturò coi molari, non assaggiando nulla in particolare.

Non era mai stata una che si rifugiava nel cibo, ma ultimamente? Ruminava anche quando non era affamata, e la cosa cominciava a vedersi.

Restando su quel tema, Beth sollevò la camicia e sbottonò i jeans.

Lasciandosi andare contro i cuscini, si domandò come fosse possibile passare dai picchi di passione e unione a una cupa depressione a tale velocità: in quel momento era sicura che non sarebbe mai entrata nel suo bisogno, ancor meno a concepire un bambino... e che aveva sposato un vero zuccone.

Riprendendo ad affondare col cucchiaio,  riuscì a estrarre il filone principale di scaglie e si disse di darsi una calmata. O... almeno di attendere che tutto quel cioccolato le risollevasse il morale.

La vita è più dolce grazie a Ben & Jerry's.

Avrebbe dovuto essere lo slogan della compagnia.

Poi si sentì lo sciacquone nel gabinetto e lo scorrere dell'acqua. Quando l'Eletta uscì dal bagno, la sua faccia era bianca come la tunica che indossava - e con un sorriso luminoso come il sole.

"Mi spiace per quello!" disse la femmina allegramente. "Come stai?"

"È più importante sapere come stai -"

"Sto magnificamente!" disse avvicinandosi al gelato. "Oh, è fantastico. Proprio ciò di cui avevo bisogno per calmare il tutto."

"Devo togliere la frag -"

Layla alzò una mano, portò l'altra alla bocca, poi scosse la testa.

Con il respiro mozzo, mormorò, "Non ho mai sentito quella parola."

Beth fece un gesto con la mano. "Non preoccuparti, tranquilla. Nessuno oserà pronunciare il Gusto Che Non Deve Essere Nominato in questa casa."

"Sono certa che sia una bugia, ma ci credo, ti ringrazio moltissimo."

Quando l'Eletta si mise a letto con la propria ciotola, gli lanciò un'occhiata. "Sei così buona con me."

Beth sorrise. "Dopo tutto quel che hai passato, non credo sia abbastanza."

Aveva quasi perso il bambino - e poi l'aborto sia era interrotto come per magia. Nessuno sapeva realmente cosa era andato storto o come la cosa si fosse risolta, ma -

"Beth? C'è qualcosa che ti turba?"

"No, perché?"

"Non ti comporti come al solito."

Beth sospirò e si chiese se avesse potuto cavarsela con le bugie. Probabilmente no.

"Mi spiace." Rituffò il cucchiaio nel contenitore e tirò fuori l'ultimo boccone di gelato alla menta. "È... tutto nella mia testa."

"Ti va di parlarmene?"

"Mi sento sopraffatta da tutto." Mise il contenitore da parte e lasciò cadere la testa all'indietro. "Mi sento come se avessi un peso addosso."

"Con Wrath al suo posto, non so come tu faccia a superare le notti -"

Qualcuno bussò alla porta e quando Layla rispose, non fu una sorpresa vedere entrare Blay e Qhuinn. Anche se i due guerrieri sembravano imbarazzati - e non a causa dell'Eletta.

Beth imprecò tra sé e sé. "Posso porgervi le mie scuse adesso?"

Quando Blay attraversò la stanza per sedersi vicino a Layla, Qhuinn puntò i piedi e scosse la testa. "No hai nulla di cui scusarti."

"Sono quindi l'unica a pensare che vi sarei saltata alla gola? Andiamo." E ora che si era calmata e aveva ingerito la giusta quantità di cioccolata, doveva scusarsi con suo marito - e parlargli. "Non era mia intenzione comportarmi da stronza."

"Sono tempi duri." Qhuinn strinse le spalle. "E non mi piacciono i santi."

"Davvero? Sei innamorato di uno di loro," intervenne Layla.

Quando Qhuinn lanciò uno sguardo a Blay, i suoi occhi spaiati si strinsero. "Puoi dirlo forte," disse dolcemente.

Quando la testa rossa s'imporporò - ovviamente - l'unione tra i due maschi divenne tangibile.

L'amore era una così bella cosa.

Beth si massaggiò il centro del petto e dovette aggiustare il tiro prima di ricominciare a piangere. "Volevo solo sapere cosa stava dicendo John."

Sul viso di Qhuinn scese il riserbo. "Parlane con tuo marito."

"Lo farò." E c'era una parte di lei voleva chiudere con l'Eletta e andare direttamente nello studio di Wrath. Poi pensò a tutte quelle petizioni a cui lui e Saxton stavano lavorando. Era troppo egoista da parte sua entrare a forza e interromperli.

Inoltre, era a un passo dallo scoppiare in lacrime - e non erano di sicuro del tipo pubblicitario in televisione. Era più come quelle che versava alla fine di Marley & Me.

Chiudendo gli occhi, fece ordine negli ultimi due anni e si ricordò di come era stato tra lei e Wrath all'inizio. Stupore appassionato. Cuore e anima uniti. Esistevano soltanto loro due anche in mezzo a una moltitudine di persone.

E tutto questo c'è ancora, disse a se stessa. Eppure la vita aveva un modo tutto suo di annebbiare le cose. Ora, se aveva voglia di starsene col suo uomo, doveva mettersi in fila il che andava bene - capiva il lavoro e lo stress. Il problema era che, e succedeva molto spesso ultimamente, quando finalmente stavano insieme, Wrath aveva quell'espressione sul viso.

Quella che indicava che era con lei solo col corpo. Non con la mente. Forse neanche con l'anima.

Quel giretto a Manhattan le aveva ricordato come erano state le cose. Ma era solo una vacanza, una pausa dalla vera natura delle loro vite.

Mettendo le mani sul suo stomaco arrotondato, desiderò poter indossare abiti lenti per la stessa ragione per cui lo faceva Layla.

Forse c'era un altro motivo a spingerla verso la questione del bambino. Forse stava cercando di ripristinare quell'unione viscerale che aveva avuto con lui -

"Beth?"

Tornando a prestare attenzione, guardò Layla. "Scusami, cosa hai detto?"

"Cosa vorresti guardare?" chiese Layla.

Oh, cavolo, Qhuinn e Blay se n'erano andati. "Um... direi che chi ha vomitato per ultima ha il diritto di scegliere."

"Non è poi così arduo."

"Sei un vero soldato, lo sai?"

"Direi di no. Ma posso dirti che per te desidero la stessa opportunità di... come dite voi? Infilare stoicamente?"

"Si dice sopportare stoicamente."

"Giusto." L'Eletta prese il telecomando e andò al canale via cavo della Warner Bros. "Sono determinata a porre rimedio a questa cosa volgare. Vediamo... Millionaire Matchmaker?"

"Adoro Patti."

"Anch'io. Sai, questo gelato è proprio andato a sogno."

"A segno. Ne vuoi ancora? Posso scendere giù e -"

"No, vediamo prima se trattengo questo." L'Eletta pose la mano sulla propria pancia. "Sai, desidero con tutto il cuore che accada anche a te e al Re."

Beth abbassò lo sguardo sul proprio corpo, sperando che fosse sulla stessa lunghezza d'onda. "Posso essere onesta?"

"Certamente."

"Che succederà se sono sterile?" Quando le parole le rotolarono fuori dalla bocca, una paura così profonda le incendiò il petto ed era sicura che le sarebbe rimasta una cicatrice.

Layla allungò un mano. "Non usare quella parola. Non lo sei di sicuro."

"Sono una mezzosangue, giusto? Il mio ciclo non è mai stato regolare quando ero... lo sai, prima del cambiamento. Sono passati anni prima che ne avessi uno e poi quello che ho avuto non era neanche regolare." Non aveva alcun motivo per entrare in particolari con l'Eletta, ma quel che si era mostrato come un ciclo mestruale era stato talmente lieve - non come tutte le altre ragazze lo descrivevano. "E dopo il cambiamento, è sparito completamente."

"Beh, non ho molta familiarità col modo in cui i cicli funzionino quaggiù, ma se ho compreso bene cinque anni dopo il cambiamento ti aspetti di entrare nel tuo primo bisogno. Quanto tempo è passato?"

"Due anni e mezzo." Eeeee adesso si sentiva impazzire. Perché avrebbe dovuto preoccuparsi per qualcosa che non si sarebbe visto all'orizzonte per almeno altri tre anni? "Prima che tu lo dica, lo so, lo so... sarebbe davvero troppo presto se riuscissi ad avviarlo ora. Un miracolo. Ma le regole per i mezzosangue sono che non esistono regole, e io spero..." Si massaggiò gli occhi. "Scusami. Ora smetto. Più ne parlo ad alta voce e più comprendo la mia follia."

"Al contrario, ti capisco perfettamente. Non scusarsi per volere un bambino e per fare tutto ciò che è nelle tue possibilità per averne uno. È perfettamente normale -"

Beth non aveva intenzione di abbracciare l'Eletta. Il minuto prima era sdraiata sui cuscini, quello dopo stringeva tra le braccia Layla.

"Grazie," rantolò Beth.

"Beata Vergine Scriba nel Fado." Layla ricambiò l'abbraccio. "Per che cosa?"

"Ho bisogno di sapere che qualcuno mi capisce. Qualche volta mi sento sola."

Layla fece un profondo respiro. "So cosa significa."

Beth si fece indietro. "Ma Blay e Qhuinn ti appoggiano completamente e sono con te."

L'Eletta scosse il capo, una strana espressione le indurì i lineamenti del viso. "Non riguarda loro."

Beth attese che l'altra femmina spiegasse tutto. Quando la spiegazione non arrivò, Beth non ficcò il naso. Ma forse... forse le cose non erano così complicate come apparivano all'esterno. Era noto che la femmina fosse stata innamorata di Qhuinn a un certo punto - ma sembrava che si fosse rassegnata al fatto che lui era desinato a un altro.

Chiaramente era più brava a nascondere i suoi sentimenti di quanto credessero.

"Sai perché lo volevo così tanto?" disse Layla mentre entrambe si sistemavano  sui rispettivi cuscini.

"Dimmelo. Ti prego."

"Avevo bisogno di qualcosa di mio. E anche Qhuinn." Lei la guardò. "Ed ecco perché t'invidio. Lo stai facendo per una comunione col tuo compagno. Ed è... straordinario."

Dio, cosa avrebbe dovuto rispondere? Qhuinn ti ama in un modo speciale? Sarebbe stato come provare a lenire il dolore di una frattura composta con un'aspirina.

Quando gli occhi verde pallido dell'Eletta tornarono a fissare lo schermo del televisore, lei apparve molto più vecchia della sua età.

È un buon promemoria, pensò Beth tra sé e sé. Nessuno era perfetto - e per quanto Beth si sforzasse, almeno non portava in grembo il figlio dell'uomo che amava... mentre lui era felicemente con qualcun altro.

"Non riesco a immaginare quanto sia dura per te," sentì dire alla sua stessa voce. "Amare qualcuno che non ti ricambia."

Un paio di occhi spalancati si aprirono nei suoi - e dentro di essi c'era l'eco di un qualcosa che non riusciva  a decifrare.

"Qhuinn è un buon maschio," disse Beth. "Posso capire perché t'importa di lui."

Momento imbarazzante. E poi l'Eletta si schiarì la gola. "Sì. Ovviamente. Quindi... Patti non sembra contenta con questo gentiluomo."

Fantastico, pensò Beth. Prima aveva fatto perdere conoscenza al fratello, poi aveva parlato della questione del marito... e adesso stava chiaramente irritando Layla.
"Non lo dirò a nessuno," disse cercando di migliorare le cose.

"Ti ringrazio," rispose l'Eletta dopo qualche momento. "Te ne sono molto grata."

Sforzandosi di concentrarsi di nuovo, Beth si accorse che, sì, Patti Stanger stava facendo di quel seduttore coi capelli impomatati un sol boccone.

Probabilmente aveva violato la sua regola del "Niente qui, qui, o qui." O quello oppure aveva fatto lo stronzo per tutto l'appuntamento.

Beth provò a farsi coinvolgere dall'immagine ingrandita, ma l'atmosfera nella stanza era strana, come se ci fosse qualcun altro con loro, uno spettro o un fantasma, e non nel senso della dottoressa Jane.

No, una massa si era sistemata nell'aria stessa.

Quando l'episodio terminò, Beth controllò l'orologio anche se poteva vedere l'orario al televisore. "Credo che andrò a vedere come sta Wrath. Forse è il  momento di fare una pausa."

"Oh, certo, e io sono stanca. Forse dormirò un po'."

Beth si alzò dal letto e prese la ciotola vuota e il contenitore del gelato e li mise sul vassoio di Fritz. Una volta alla porta si voltò indietro.

Layla era appoggiata ai cuscini, gli occhi fissi sullo schermo come se fosse ipnotizzata. Ma Beth non la bevve. La femmina era una chiacchierona quando si trattava di quel che vedevano in televisione, incline a un'animata discussione riguardo tutto ciò che la gente indossava e a come si esprimevano in qualsiasi tragedia lei trovasse scioccante.

Eppure, in quel momento, lei stava pensando a Wrath - qui ma non qui, presente e assente allo stesso tempo.

"Dormi bene," disse Beth.

Non ci fu risposta. E non ci sarebbe stato alcun sonno per la femmina.

Beth scivolò fuori nella galleria delle statue... e si bloccò.

In effetti, non sarebbe andata da Wrath. Non si fidava di se stessa al momento. Era troppo scombussolata emotivamente, troppi alti e bassi - e non era completamente sicura di non tirar fuori la storia del bambino un istante dopo che sarebbero rimasti soli.
No, prima di vederlo, aveva bisogno di ritrovare l'equilibrio.

Era nei suoi migliori interessi.


E di chiunque altro.

sabato 10 maggio 2014

Nuova cover per una nuova storia.

Salve a tutti!

Carissimi amici/e,
è con immenso piacere che vi mostro in anteprima
la cover del mio nuovo romanzo che uscirà a breve: 


Blood Catcher

Suppongo che con un titolo così si abbia una certa idea di chi siano i protagonisti e, riguardo al genere, ci pensa l'immagine.

Intanto vi lascio la spiegazione del protagonista maschile, Lotus, riguardo alla sua razza.

«Sono un Blood Catcher» esclamò Lotus. «L'abilità speciale di un Blood Catcher è quella di riconoscere le emozioni di una persona dall'odore. Il mio è uno degli olfatti più sviluppati tra tutte le creature della Terra e sono anche uno dei più bravi nel mio lavoro. Sono al soldo di vampiri, quelli veri, che prediligono il sangue ricco di particelle di una determinata sensazione. Scelgo una preda, la studio, la preparo e prendo quel che mi serve. Poi congelo l'emozione e la mando al Padrone.»


Sinossi


Quindici giorni. È questo il tempo che serve a Lotus per trovare una nuova preda e prepararla per il suo Padrone. Questa volta la ricerca lo conduce ad Aurora, vicino Chicago, dove incontra una creatura perfetta. Camille, quarant'anni, due figli e un matrimonio traballante, è la tipica casalinga frustrata. Sarà proprio questa frustrazione a stuzzicare i sensi da Blood Catcher di Lotus che, giocando al gatto col topo, la braccherà fino a farla cedere e a risvegliare in lei sensazioni assopite. Tutto sembra andare come previsto per Lotus, eccezion fatta per alcune inopportune emozioni che lo assalgono quando meno se lo aspetta, rischiando di mettere a repentaglio la missione. Riuscirà a portarla a termine con successo o cederà all'istinto che lo spinge inesorabilmente a perdersi tra le braccia di Camille? Un incontro fortuito, una donna speciale, una vita da prendere, un'anima che torna a vivere. Quando amore e morte s'incontrano ci si può soltanto arrendere e fare una scelta. Sarà quella giusta?

A breve tutte le news!

Christiana V






mercoledì 7 maggio 2014

Capitolo 5 di THE KING di J. R. Ward



The King


5


Quando John Matthew salì la magnifica scalinata della magione, l'ultima cosa che aveva in mente era il passato.

Mentre saliva era concentrato su, in ordine d'importanza: spogliare la sua shellan prima dell'Ultimo Pasto; entrare nella loro camera da letto con la shellan nuda tra le braccia; eeeee avere la sua shellan nuda sotto di lui in camera da letto prima dell'Ultimo Pasto. 

Che lui fosse completamente vestito o meno? Non era un gran problema a eccezione della roba al di sotto della cintola. E se fosse giunto il momento critico, avrebbe scommesso tutto sul discorso della camera da letto - ammesso che ovunque fossero andati a finire offrisse un minimo di privacy.

Per cui, sì, mentre proseguiva verso il secondo piano, era parecchio collegato al presente e alla presenza di Xhex - che, se tutto era andato secondo i piani, aveva lasciato l'Iron Mask quindici minuti prima e adesso ricopriva la parte "nuda" e "camera da letto" tra i suoi pensieri.

Tuttavia, il fato offrì un diversivo.

Quando arrivò al ballatoio del primo piano, le doppie porte dello studio erano aperte, e lui vide un quadretto familiare: il Re seduto alla scrivania intarsiata con la Regina in grembo; George, il golden retriever, ai loro piedi; Saxton, l'ex fiamma di Blay e attuale legale di Wrath, seduto a un lato del divano. Come al solito l'immensa superficie del tavolo era ricolma di documenti, e Wrath aveva un umore di merda.

Infatti, quell'espressione arcigna era parte integrante della stanza, proprio come gli antichi mobili francesi che soffrivano nel contenere i Fratelli durante le riunioni e le pareti azzurro chiaro che erano di sicuro più consone al boudoir di una qualche pollastrella di nome Lisette o Louisa.

Ma cosa ne sapeva lui di Extreme Home Makeover?

Fermandosi per fare un saluto, aveva intenzione di proseguire verso la sua stanza, trovare la sua compagna, prenderla in diverse posizioni - e infine scendere fresco di doccia per il pasto finale del giorno.

Invece... appena prima di voltarsi... incrociò lo sguardo della sua sorellastra, Beth.

Nello stesso istante in cui s'istaurò la connessione, un insieme di neuroni esplose nel suo cervello, e ci fu un eccessivo sovraccarico elettrico per la sua scheda madre. Senza alcun avviso, andò in caduta libera, il peso del corpo si spostò all'indietro mentre lo spasmo gli colpiva i muscoli, rendendoli prima spastici e poi completamente rigidi.

Perse conoscenza prima di toccare il pavimento...

*    *    *

... e quando riprese conoscenza, la prima cosa che accusò fu il ouch-ouch-ouch della testa e del culo.

Sbattendo le palpebre lentamente, scoprì che almeno poteva vedere, il soffitto in alto divenne più chiaro giusto prima che si accorgesse dalla fila di facce preoccupate. Xhex era proprio al suo fianco, la mano con cui impugnava l'arma tra le sue, le sopracciglia basse come se avesse voluto entrare nell'oscurità del suo svenimento per riportarlo da lei.

Come mezzo symphath, forse poteva farlo. Era forse quella la ragione per cui si era ripreso tanto in fretta? O aveva perso conoscenza per ore?

La dottoressa Jane era affianco a lei, e dall'altra parte c'erano Qhuinn e Blay. Wrath era ai suoi piedi insieme a Beth -

Nel momento in cui registrò la presenza della sorella, l'attività elettrica ricominciò, e con la minaccia incombente di un secondo giro di dormi bambino, dormi tesoro, tutto quello a cui riuscì a pensare fu, Dannazione, non mi succedeva da un botto di tempo.

Aveva creduto d'aver chiuso con quella merda.

Non aveva mai avuto crisi fino a che non aveva incontrato Beth per la prima volta - e dopo di allora c'erano stati altri episodi, sempre a bruciapelo, mai con uno schema da poter comprendere. L'unica buona notizia? Non gli era mai capitato durante il combattimento e non aveva messo in pericolo la sua vita -

Spontaneamente, il suo corpo s'innalzò, il torso si sollevò dal tappeto come se qualcuno dall'alto lo trasportasse su con una corda legata attorno alla gabbia toracica.

"John?" disse Xhex. "Sdraiati, John."

Qualcosa sgorgò nel suo petto, qualche tipo di emozione crescente che era sia fuori dalla sua portata che completamente viscerale.

Allungandosi verso Beth, le prese la mano - e quando lei si accovacciò, la sua bocca iniziò a muoversi, le labbra e la lingua trovarono schemi sconosciuti ripetutamente... anche se nessun suono ruppe il suo mutismo.

"Cosa sta cercando di dire?" chiese Beth. "Xhex? Blay?"

L'espressione di Xhex restò impassibile. "Niente. Non sta dicendo niente."

John aggrottò la fronte e pensò, Stronzate. Eppure non ne sapeva più di Beth - l'unica cosa certa era che non riusciva a smettere di cercare di comunicare.

"John, qualunque cosa sia, è tutto a posto." Sua sorella gli strinse la mano. "Stai bene."

Ergendosi al di sopra della sua shellan, sul volto di Wrath scese un'espressione implacabile - come se avesse colto qualche sensazione che non gli piaceva.

All'improvviso, John sentì la sua bocca muoversi con un nuovo schema, stava per esprimere altre cose; anche se che fosse dannato se sapeva quali fossero. Nel frattempo, Beth aggrottò la fronte... come Wrath...

Ed eccolo. 

Il cervello iniziò a spegnersi, il campo visivo si restrinse su Beth e vide solo il suo viso.

Per nessuna buona ragione, si sentiva come se non l'avesse vista da almeno un anno o due. E i suoi lineamenti, i grandi occhi blu, le ciglia scure, i lunghi capelli neri... gli riverberarono in petto.

Non in maniera romantica, no.

Era qualcosa di completamente diverso - e tuttavia altrettanto potente.

Peccato che non potesse ritardare l'incoscienza abbastanza a lungo da capirci qualcosa.

*    *    *

"Siamo pronti."

Quando Assail terminò la seconda pista di cocaina, si sollevò dal piano di granito e guardò i suoi cugini. All'altro lato della cucina della casa di vetro sul fiume Hudson, i due maschi erano vestiti in nero opaco dalla testa ai piedi. Anche le pistole e i pugnali non riflettevano la luce.

Perfetto per quel che aveva pianificato.

Assail richiuse il tappo della boccetta e la fece scivolare nella giacca di pelle. "Andiamo, allora."

Facendo strada dalla porta sul retro verso il garage, si ricordò del perché li aveva fatti venire a Caldwell dal Vecchio Continente: erano sempre pronti e non facevano mai domande.

Da quel punto di vista, erano esattamente come le armi automatiche che portavano sui loro corpi allenati notte e giorno.

"Andiamo a sud," ordinò. "Seguite il mio segnale."

I gemelli annuirono, le loro facce perfettamente identiche composte e serie, i corpi massicci pronti a ergersi e disporre di qualsiasi cosa fosse necessaria per ogni situazione. In verità, erano gli unici di cui si fidava - e anche quella garanzia, basata sul legame di sangue, non era assoluta.

Quando Assail indossò la maschera nera, lo fecero anche loro - e si smaterializzarono. Chiudendo gli occhi, Assail rimpianse di aver sniffato la cocaina. Non avrebbe dovuto sballarsi - considerato dove stavano andando, era fatto a sufficienza. Tuttavia, più tardi l'essersi fatto di polvere bianca divenne simile a quando indossava il cappotto oppure a quando metteva una calibro quaranta sotto al braccio.

Una ripetizione meccanica.

Concentrazione... concentrazione... concentrazione...

Determinazione e volontà si fusero in un battito e la sua forma fisica si disperse in un insieme di molecole. Soffermandosi sulla sua destinazione, ci si diresse percependo la presenza dei cugini nei cieli notturni insieme a lui.

Riconobbe vagamente che questa escursione non era appropriata. Come uomo d'affari, calcolava la vita in base al ritorno sull'investimento: qualunque cosa facesse si fondava sul ritorno di cui avrebbe goduto in base all'investimento fatto. Che era il motivo per era entrato nel commercio della droga. Era difficile avere dei migliori margini di profitto rispetto alla vendita al mercato nero di prodotti chimici agli umani.

Per cui, no, non era un soccorritore; era l'antitesi del Buon Samaritano. E quando si parlava di vendetta? Si sarebbe consumata per mano sua, mai di un altro.

Ma c'erano sempre le eccezioni e si applicavano proprio a quel caso in particolare.

La sua destinazione era una villa a West Point, a New York, una rispettabile antica casa in pietra costruita dietro chilometri di prato all'inglese. Assail era già stato in quella proprietà una volta - quando era stato pedinato da una certa ladra d'appartamenti... e vederla non solo penetrare all'interno superando un sistema di sicurezza funzionale, ma trascinarsi per la casa senza aver preso un cazzo di niente.

Eppure, aveva appena voltato una delle sculture di Degas dalla sua posizione originaria.

E le conseguenze per lei erano state disastrose.

Violente.

Riprendendo forma nell'angolo più in basso dell'immenso prato frontale, si nascose in mezzo agli alberi che delimitavano il limite esterno della proprietà. Quando i cugini gli si materializzarono di fianco, ricordò del primo viaggetto che aveva fatto là, immaginò Sola tra la neve, il suo parka bianco che ondeggiava mentre gli sci di fondo la conducevano verso l'obiettivo.

Semplicemente straordinaria. Era l'unico modo in cui riuscisse a descrivere ogni singolo aspetto di quella donna -

Un ringhio possessivo gli crebbe in gola - un'altra cosa che non era assolutamente da lui. Raramente gli importava d'altro che non fosse denaro... di sicuro non rientravano le femmine e mai e poi mai le donne umane.

Ma Sola era stata diversa dal momento in cui aveva sentito il suo odore mentre sconfinava nella sua proprietà - e l'idea che Benloise l'avesse rapita? Dalla sua casa? Dove dormiva sua nonna?

Inaccettabile.

Benloise non sarebbe sopravvissuto alla scelta che aveva fatto.

Assail iniziò ad avanzare, controllando il paesaggio con la sua vista acuta. Grazie alla luminosa luna invernale, avrebbe potuto essere giorno come le due del mattino - tutto dai cornicioni della casa ai contorni dei balconi alla dependance sul retro era chiaramente visibile di fronte a lui.

Non si muoveva una foglia. Né all'esterno né dietro le finestre buie della casa stessa.

Avvicinandosi, girò sul retro, riacquisendo familiarità con la disposizione dei balconi e i piani. Che famiglia ricca, pensò. Affermata. Proprio come un non grossista di sostanze stupefacenti potrà mai ottenere.

Forse Benloise era poco orgoglioso di come aveva fatto i soldi.

"Ora entriamo qui dentro," disse Assail a bassa voce, indicando col mento le vetrate del portico.

Svanendo alla vista dei gemelli, ricompattò le molecole all'interno, e rimase immobile in ascolto di passi di qualcuno, di un urlo, una corsa, una porta chiusa.

Il luccichio della luce rossa in un angolo lo informò che l'allarme era attivo - e i sensori di movimento non avevano ancora rivelato la sua presenza. Nell'istante in cui si fosse mosso? Sarebbe scoppiato l'inferno.

Era quello il piano.

Prima di tutto Assail mise fuori uso le videocamere interne. Poi attivò l'allarme tirando fuori dalla tasca un sigaro cubano - a quel singolo movimento, la luce lampeggiò all'istante. E mentre lo suonava, se la prese comoda ad accendere il sigaro, aspettandosi l'ingresso di una quantità di braccia nerborute e colli taurini.

Quando non successe, esalò il fumo oltre la propria spalla e avanzò verso il primo piano coi cugini alle calcagna. E mentre camminava, lasciava cadere la cenere sui tappeti orientali e i pavimenti in marmo di Carrara.

Un piccolo biglietto da visita nella spiacevole circostanza che non incontrassero nessuno. Considerando la ritorsione che l'uomo credeva inappropriata per il re orientamento della statua, i resti del sigaro avrebbero fatto uscire fuori di testa il bastardo.

Quando non trovò nulla nelle stanze adibite al pubblico, si diresse verso l'ala adibita alla servitù dove scoprì una cucina moderna vuota e totalmente grigia. Dio, che noia - tutto lo schema grigio cromato gli ricordava il pallore della vecchiaia, e i mobili sparsi suggerivano che il decoro non era una priorità negli spazi che Benloise non era solito frequentare. Ma più di tutto, come nelle sale da basso, non c'era l'odore della presenza di Sola, nemmeno di polvere da sparo o sangue fresco. Non c'erano neanche piatti in nessuno dei tre lavabi panciuti, e quando aprì il frigorifero, trovò una confezione da sei di Perrier sul ripiano superiore e basta.

Una serie di fari illuminò le finestre, illuminandogli la faccia, disegnando ombre allungate tra le gambe del tavolo, il retro delle sedie e i ripiani degli utensili da cucina.

Assail esalò una nuvola di fumo a forma di fungo e sorrise. "Usciamo a dargli il bentornato a casa."

Solo che il veicolo superò la casa e andò alla dependance - indicando che chiunque fosse non era venuta perché era scattato l'allarme.

"Sola..." sussurrò mentre si smaterializzava sul prato coperto di neve.

Le emozioni schizzarono alle stelle, tuttavia si assicurò di disattivare le telecamere che davano sul retro - poi si strappò la maschera dalla faccia per respirare meglio.

La berlina non identificata si fermò all'inferriata prima del garage e due uomini bianchi scesero dai sedili anteriori, chiusero le portiere e girarono intorno a -

"Salve, amici miei," disse Assail alzando la canna della sua calibro quaranta verso di loro.

Ah, guarda. Erano degli ottimi ascoltatori, ognuno di loro s'immobilizzò dopo aver sobbalzato al suono della sua voce.

Assail andò verso l'uomo alla sua destra e lo tenne sotto tiro sapendo che i gemelli si sarebbero concentrati sull'altro. Quando si avvicinò, si chinò e sbirciò attraverso i finestrini posteriori, sperando si vedere Sola come una specie di compromesso...

Niente. Non c'era nessuno, legato o imbavagliato, svenuto o tremante nell'attesa del pestaggio che sicuramente sarebbe arrivato.

"Apri il bagagliaio," ordinò Assail. "Solo uno di voi - tu. Aprilo."

Quando Assail seguì l'uomo sul retro, tenne la pistola proprio dietro alla testa dello stronzo, l'indice sul grilletto, pronto a sparare.

Pop!

La serratura si aprì rilasciando il cofano che si aprì silenziosamente, le luci interne si accesero...
E illuminarono due borsoni. Solo quello. Nient'altro che due borsoni in nylon neri.

Assail aspirò dal sigaro. "Dannazione - lei dov'è?"

"Dov'è chi?" chiese l'uomo. "Chi sei -"

Con un'ondata di puro odio, la rabbia gli annebbiò la mente e prese il controllo.

Il secondo Pop! lo fece il proiettile che esplose dalla pistola di Assail direttamente nel lobo frontale del tizio. E nell'impatto uno spruzzo di sangue ricoprì le borse di nylon, l'auto e il vialetto.

"Gesù Cristo!" esclamò l'altro tizio. "Che cosa -"

La furia, non stemperata da un qualsiasi apparente ragionamento, fece ruggire Assail in modo orribile - e il grilletto sparò di nuovo. Per così dire.

Il Pop! numero tre colpì l'autista, il proiettile si conficcò tra le sopracciglia, il corpo cadde indietro in caduta libera.

Quando le braccia e le gambe molli toccarono la neve, si sentì la voce dura di Ehric. "Ti sei reso conto che avremmo potuto interrogarli."

Assail addentò il sigaro aspirando a lungo, in modo da non fare qualcosa ai propri cugini che avrebbe rimpianto. "Prendete i borsoni e nascondeteli dove potremo trovarli -"

In fondo alla strada, un'auto svoltò dalla principale e proseguì verso loro. "Finalmente," si lamentò Assail. "Mi sarei aspettato una risposta più veloce."

L'auto frenò di fronte alla casa - almeno fino a quando chi si trovava dietro il volante vide Assail, la berlina e i cugini. Allora le gomme riagguantarono la neve mentre veniva dato di nuovo gas.

"Prendete i borsoni," sibilò ai gemelli. "Andate."

Illuminato dai fari, Assail abbassò la pistola contro la coscia così che si perdesse tra le pieghe del suo cappotto a tre quarti in pelle - e ordinò al suo braccio di starsene lì. Quello che lo infuriava maggiormente, era che Ehric aveva ragione. Aveva appena ucciso due portavoce.

Un'ulteriore prova che quella storia lo mandava fuori di senno. E non poteva permettersi quell'inusuale sbaglio un'altra volta.

Quando la berlina si fermò, ne uscirono tre uomini e, ovviamente, erano preparati. Diverse canne puntavano nella sua direzione ed erano ferme: questi ragazzi l'avevano già fatto in passato, e infatti ne riconobbe due.
La guardia del corpo davanti a lui abbassò l'arma automatica. "Assail?"

"Dov'è lei?" pretese di sapere.

"Cosa?"

Per la verità cominciavano ad andargli a noia le sopracciglia aggrottate dalla confusione.

Il dito sul grilletto di Assail riprese a prudere. "Il tuo capo ha qualcosa che voglio indietro."

Gli occhi acuti del sicario si spostarono dalla prima berlina col bagagliaio aperto -  e dall'immediato scatto delle sopracciglia, parve notare le suole delle scarpe del suo predecessore sull'asfalto.

"Nessuno di loro ha voluto darmi una risposta," biascicò Assail. "Forse potresti provarci tu?"

All'istante, quell'arma tornò in posizione. "Cosa cazzo stai -"

Dal nulla, apparvero i gemelli e aggirarono il trio - e avevano molta più potenza di fuoco con tutte e quattro le mani strette sul quartetto di Smith & Wesson.

Assail tenne la pistola dov'era, temporaneamente fuori dall'azione."Vi suggerirei di abbassare le armi. Se non lo farete, vi uccideranno."

Ci fu una pausa minuscola - che durò un istante di troppo per i gusti di Assail.

In un battito di ciglia, il braccio si sollevò e pop! Sparò alla guardia più vicina a lui, piazzandogli un proiettile nell'orecchio con una traiettoria che lasciò gli altri due uomini immobili.

E quando il peso morto cadde a terra, lui pensò, Visto? C'era ancora tanto materiale vivente che respirava su cui poter lavorare.

Assail abbassò il braccio e esalò un'altro pennacchio di fumo che andò verso i fari, tingendo la luce d'azzurro. Rivolgendosi ai due rimasti in posizione verticale, disse, "Te lo chiederò ancora. Dov'è lei?"

Ci fu un gran parlare, ma non includeva le parole donna, trattenuta, o prigioniera.


"Mi state annoiando," disse, alzando la canna della pistola un'altra volta. "Vi suggerirei che uno di voi due venga subito al dunque."